Recensioni

6.9

Diciamolo fin da subito: Shamir è una bomba ad orologeria, e lo è perché, nella sua semplice euforia, pur non inventando nulla, riesce a ritagliarsi un ruolo tutto suo all’interno della pop music contemporanea.

Il ventenne Shamir Bailey, dopo svariati tentativi principalmente home-made (tra cui un gruppo punk da high school), si è fatto conoscere nel 2014 con l’EP Northtown, materiale scritto nei ritagli di tempo extra lavorativi (almeno fino all’anno scorso, la sua attività principale era quella di commesso da Topshop) che all’epoca descrivemmo come “cinque interessanti tracce che mettono in evidenza il precoce talento di Shamir nel maneggiare un timbro androgino su tracce che parlano il linguaggio dell’r&b-soul, della house (If It Wasn’t True, Sometimes a Man) e della canzone d’altri tempi (Lived and Died Alone, cover di Lindi Ortega)“.

Per quanto il diversivo Lived and Died Alone fosse assolutamente apprezzabile, non è quella l’area all’interno in cui il Nostro si muove, e lo dimostra l’esordio lungo Ratchet, album – pubblicato via XL – in cui vengono amalgamate black music (Prince, Michael Jackson), house music alternativa (Hercules & Love Affair) e tutto uno spettro di influenze che vanno dal pop al rap.

Ratchet si apre con Vegas, brano che cresce bene con gli ascolti ma che non è esattamente un indicatore di ciò che rende, per certi versi, unico l’operato targato Shamir. A svolgere questo compito pensano le successive quattro tracce, che mostrano il lato maggiormente dancey e festaiolo dell’americano: Make A Scene suona come un tributo alla mai dimenticata scuola DFA, la già sdoganata On The Regular (una sorta di risposta a distanza a 212 di Azealia Banks) è materiale hip-house pronto per i club, il nuovo singolo Call It Off parte da un beat che può ricordare l’operato dei Factory Floor in versione più contenuta e meno acida e si sviluppa su melodie pop-disco, mentre Hot Mess è la dimostrazione che a volte basta un giro semplicissimo ma proposto con i tempi giusti per risultare assolutamente contagiosi. Tra sintetici beat (che potrebbero trovare più consensi nel mercato inglese, piuttosto che in quello – attuale – americano), in queste quattro tracce è il ritmo ad avere la meglio, tanto che il timbro di Shamir (uno pseudo-falsetto così fuori dal comune da ricordare, alle volte, Kelis) passa addirittura in secondo piano.

Da approfondire gli episodi – certamente perfettibili – in cui i ritmi house/uptempo vengono accantonati in favore di sonorità soul-funky-pop, come nel caso di Demon e della successiva e vagamente Clintoniana In For The Kill (interessanti i fiati filtrati). In questi frangenti l’americano si difende ma non eccelle. In generale, la seconda metà del disco è meno diretta e lascia maggiore spazio a variazioni e a micro-sperimentazioni, come il groove rotondo ma sbilenco – e sempre ad altezza DFA – di Youth o la soul-ballad Darker, in cui uno Shamir mai così intenso sprigiona la melodia sopra ad un soffice tappeto strumentale.

Poco importa se qualche superficialotto tirerà in ballo la disco music di Sylverster o peggio ancora la meme-song di qualche anno fa What What (In the Butt) di Samwell: Shamir, per quanto disimpegnato, è un artista inclassificabile da prendere seriamente e con un potenziale forse ancora non del tutto espresso. Ratchet – misteriosamente privo di un pezzo già di culto come Sometimes a Man – è un esordio a tratti solido e che lascia intravedere un futuro sotto i riflettori.

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