Recensioni

Nel primo trimestre del 2016, nei negozi inglesi sono state vendute 2.797 cassette, 321% in più rispetto a quelle vendute nel primo trimestre del 2015 (663). Questa è solo l’ultima delle evidenze di un sempre più tangibile ritorno delle cassette in un mercato sempre più frammentato e per certi versi nostalgico. Dopotutto, nell’era dell’accesso (streaming) è normale che anche la sfera del possesso venga rivoluzionata e, mode a parte, il prezzo competitivo del formato cassetta (mediamente 5-10€) va chiaramente a colmare un vuoto importante. In un contesto di questo tipo, chi fa della bassa fedeltà il proprio credo ha l’occasione di esprimersi aumentando i margini di libertà. Stiamo parlando di una folta schiera (Alex G, Elvis Depressedly, Car Seat Headrest, Frankie Cosmos, Porches pre-Pool, Spencer Radcliffe, Katie Dey, Emily Yacina e Sam Ray dei Julia Brown, Ricky Eat Acid, Teen Suicide) di artisti cresciuti a pane e Daniel Johnston (o, a seconda dei casi, Robert Pollard e Elliott Smith) e fedeli ai crismi DIY cari a Bandcamp. Cantautori (e cantautrici) da cameretta iper-prolifici, ancorati al divano da una parte a causa di una sindrome di Peter Pan decisamente slacker-friendly, e dall’altra per una nostalgia vagamente ipnagogica che fa pendant con tutto un immaginario fanciullesco di cui si nutre anche John Lutkevich in arte Soft Fangs.
Il suo esordio lungo intitolato The Light – pubblicato su cassetta da Disposable America, vedi anche gli Horse Jumper of Love – non solo si presenta con una copertina fortemente legata al periodo dell’infanzia, ma è stato anche interamente scritto e registrato in completa autonomia (con il solo aiuto di Bradford Krieger in fase di mixaggio) nella casa dei suoi genitori nel Massachusetts, prima di spostarsi a Brooklyn. Incastonate tra soluzioni strumentali partorite dallo stesso Lutkevich («non registrerò mai nulla con altri musicisti, perlomeno a nome Soft Fangs, sono inflessibile sul suonare in prima persona ogni singolo strumento senza avere nessun tipo di influenza esterna», afferma), si nascondono canzoni fragili, figlie di un cantautorato anni Novanta tanto dismesso quanto allucinato, in cui riecheggia sia l’introspezione del compianto Mark Linkous, sia il lato eccentrico di Mark Oliver Everett (Eels).
La maggior parte delle undici composizioni si muove appannata tra slow-motion lisergici che possono ricordare l’impalpabile astrazione pop rintracciata nel buon Looking In di Spencer Radcliffe: la narcotizzante Dragon Soap ne è un esempio, ma lo sono anche la title track, Back of a Horse e Golden, più classicamente ad altezza Elliott Smith. La vera forza di The Light sta nel saper alternare questo stato quasi catatonico con passaggi più muscolari (The Air, con sussulti alt-rock/shoegaze) o semplicemente – almeno musicalmente – lontani da un rassegnato spleen (Get a Job ha un andatura quasi spensierata). Anche la stessa Birthday, seppur sommersa da rarefatte effettistiche minimali e imprecisioni assortite, presenta una sorta di pseudo-chorus sul finale quasi “positivo” nel mood, in cui John bisbiglia «I’m old enough to die, I’m young enough to be alive».
The Light non è un disco particolarmente importante – come invece lo sono, nel loro piccolo, gli ultimi due di Alex G – ma è l’ennesima conferma di come non siano necessari incredibili mezzi tecnici o produzioni cristalline per dare alle stampe materiale degno di attenzione.
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