Recensioni

7.2

Qualcuno deve aver spostato inavvertitamente la Valle dell’Irno tra Seattle e Detroit, madri indiscusse di un certo modo di fare garage-rock tipicamente grezzo ed urticante. Suoni ruvidi e spigolosi da chiusura d’epoca sixties connotano anche Clamarama, terzo disco per la band salernitana The Bidons, divenuta negli ultimi anni scheggia impazzita di un mood sonoro ruspante e mai nostalgico. Già Back To The Roost aveva sorpreso per la sua indole anticonvenzionale e fuori dagli schemi, che portò a definire la band «un bene prezioso da tenere nella giusta considerazione». Ebbene, a distanza di tre anni, l’attitudine non è mutata, anzi è andata arricchendosi di quella maturità necessaria per compiere il decisivo salto di qualità.

Abbandonate le luci ed ombre in lo-fi di Granma-Killer, Clamarama si cuce addosso l’esprit de combat tipico di chi ha voglia di far sentire la propria voce, seppur sempre fuori dal coro. Il canovaccio stilistico è lo stesso mentre cresce il livello qualitativo, inoppugnabile per tutte le dodici tracce dell’album: dall’attacco punk di Do It Alone – con le sue stridenti bordate chitarristiche in chiave Jon Spencer Blues Explosion, passando per le venature vagamente blues di French Words – stritolata nella morsa noise in coda – fino alle frizioni sonore surf rock (101Ways) spalmate su ondate di theremin e cori a far da sfondo. È vero, i tempi per il garage rock non sono più fecondi, ma pare che i The Bidons abbiano fatto tesoro del piccolo forziere aperto appena un anno fa dal This Is The Sonics della sempreverde band americana The Sonics. I Nostri introducono per la prima volta, infatti, un’ottima sessione di fiati (nell’ammiccante Let’s Start From The Pants), capace di far saltare in aria tutti i preconcetti in tema di garagismo. Il campionario a disposizione è da fuoriclasse assoluti – sorretto perfettamente da una visione lucida in materia di ricercatezza sonora – con reminiscenze altezza Radio Birdman (By The Shore) oppure ossessivo noir-rock (Margaretha) che l’iguana Iggy  – soprattutto il più recente – apprezzerebbe senza colpo ferire. La discesa nell’inferno al fulmicotone concepito dalla band campana continua con citazioni fugaci a 13th Floors Elevators, The Stooges, MC5 e New York Dolls (e chi più ne ha più ne metta), a testimonianza di una scena musicale non soltanto assorbita ma anche tradotta in una forma altrettanto rude e allo stesso tempo di grande impatto comunicativo.

Clamarama, col suo piglio strafottente e disfattista, riesce a far impallidire tutte le stramberie modaiole dell’indie all’italiana. Fuori da ogni logica di mercato eppure con quel sound fresco a cui è difficile opporre resistenza: un party dionisiaco dove la rinuncia non è contemplata. La nuova prova della band è un toccasana per i cultori di genere e una vera e propria epifania per i neofiti. Il garage rock non è morto. Non ancora, almeno.

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