Recensioni

6.5

Ah, che spettacolo i Whirr… da grande promessa – mai mantenuta fino in fondo – a risibile macchietta social. Il clamore attorno al primo EP Distressor – uno degli esordi più folgoranti di tutta la guitar-music degli ultimi anni, portatore sano di possibili evoluzioni di un genere piuttosto ermetico come lo shoegaze – non si è concretizzato due anni più tardi con l’album di debutto Pipe Dreams, troppo discontinuo e sostanzialmente noioso (anche se per il sottoscritto Flashback rimane un pezzo da novanta ancora oggi).

Poi, l’assurda debacle di stile che ha accompagnato la release del trascurabile Around EP: di punto in bianco la pagina Facebook del gruppo è diventata il luogo preferito dalla band guidata da Nick Bassett per dare spazio a infantili assalti mediatici verso alcuni importanti critici musicali americani. Su tutti, il noto Needledrop (Anthony Fantano) – vedi immagine – e Ian Cohen di Pitchfork per la sua recensione di Guilty of Everything dei loro amichetti Nothing. Non contenti, hanno persino iniziato una crociata contro i – numerosi – fan che non hanno apprezzato le uscite della band (per i più curiosi, c’è pure un Tumblr dedicato). Un carisma decisamente lontano dal contornarsi di quell’alone di mistero onirico che caratterizzava alcuni nomi storici dello shoegaze.

Dopo un tour con i compari Nothing di Dominic Palermo (con il quale Nick Bassett ha dato vita al momentaneo side-project post-punk Death of Lovers) la band ha avviato la scrittura del materiale per il secondo album Sway (il primo su Graveface) tra Philadelphia – dove Bassett sembra aver trovato il proprio nirvana – e la California, dove risiedono i restanti Whirr ora privi della voce di Alexandra Morte, attualmente nelle Night School (ennesimo gruppettino female-garage-fuzzpop).

Sway è un disco meno etereo-ambientale rispetto a Pipe Dreams, più scuro, aggressivo, claustrofobico e “settato” su coordinate b/n care alla band di Palermo (si ascolti l’iniziale e potentissimo attacco di Press). Un immersivo saliscendi di accelerazioni e decelerazioni catartiche che regala sporadiche emozioni, come quelle suscitate dai cambi di tempo che sorreggono, distruggono e riassemblano Feel e dal veleggiare di Heavy (a suo modo orecchiabile). Un mood sinistro e devastante che dalle distorsioni abbassate e dai muri di feedback risale verso linee vocali – volutamente – piatte, malinconiche e sofferte, che nei momenti più intensi possono ricordare alla lontana i passaggi emo-sussurrati di Chino Moreno (Deftones), come nel caso della maestosa Clear – e le sue aperture che vagamente ricordano Change – e nella slowness abissale della titletrack in cui – ma non li troviamo solo qui – prendono forma alcuni panorami cosmici di scuola Slowdive.

Otto tracce prodotte da Jack Shirley per poco più di mezz’ora di granitico spleen senza via d’uscita. Non una prova destinata a rimanere e probabile disco di transaizione che riesce però a mantere viva l’attenzione nei confronti di una band potenzialmente all’altezza – nel migliore dei casi – di tirare fuori dal cilindro il grande album, sebbene ad oggi non sembri in grado di effettuare il cambio di marcia decisivo.

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