Album

Yoshimi Battles the Pink Robots

16 Luglio 2002 rock psych dream

I consensi seguiti a The Soft Bulletin sembrano incastrare il destino dei Flaming Lips in una falsariga che il successivo Yoshimi Battles The Pink Robot (Warner, 2002) solo in parte mantiene, scegliendo una modalità melodicamente meno fastosa e un sound decisamente più sintetico.

Malinconia e persino inquietudine sono la nota dominante di un gioco dalle forti tinte cromatiche che alla luce dell’undicisettembre – gli attentati alle Twin Towers avvennero a metà della lavorazione del disco – non può non far pensare all’astrazione sci-fi utilizzata in ambito cinematografico e fumettistico per elaborare le angosce post-belliche, in special modo nel Giappone del doppio trauma nucleare (tuttavia e a onor del vero, va detto che la traccia che dà il titolo all’album nasce più “semplicemente” per commemorare una loro fan nipponica prematuramente scomparsa).

L’impasto sonoro si struttura su molte tastiere (wurlitzer, mini-moog) ma anche su strumenti più “frugali” (glockenspiel, armonica) riecheggiando la poptronica coeva, cui il tocco sapiente di Fridmann – sempre più organico al progetto – conferisce sfaccettature decisamente superiori alla media. Il risultato è che Yoshimi è un disco strano, forse non riuscitissimo ma intrigante: sembra di sentire il Neil Young più fiabesco ipnotizzato da onde magnetiche Air e da iridescenze lattiginose Brian Eno. L’elastico tra immediatezza e complessità segue il classico schema Lips, un meccanismo oliato a bizzarria, a eccessi, una beffa che sembra sempre sul punto di generare commozione, una follia ammalata di lucidità.

La title track e Do You Realize sono in questo senso emblematiche, sospese come sono tra svagatezza melodica toccante cinerama elettroacustico. Se la cronaca riporterà la querelle con Cat Stevens per il presunto plagio di Father To Son operato da Fight Test – così evidente da non sembrare realistico, vista la celebrità del pezzo in causa – la sostanza del disco esce alla distanza con In The Morning Of The Magicians e i suoi ectoplasmi post-Beach Boys, nella distopia malinconicissima di All We Have Is Now (“The end will come, you and me were never meant/To be part of the future”) e nel funk avveniristico della strumentale Yoshimi Battles Part II.

Non è il gran disco che ci si sarebbe aspettati a quel punto dai Flaming Lips, ma per come è stato in grado di abitare quei giorni, il tempo sembra aver assegnato a Yoshimi la non certo disdicevole qualifica di album giusto al momento giusto. La voglia di happening infinito, di festa sulle macerie della pace perduta, come se un’allegria colorata potesse spostare in qualche modo il baricentro delle cose, porta i Lips sui palchi di tutto il mondo in un’orgia di travestimenti, palloncini, coriandoli. Come se preservare la gioia rappresentasse l’unico modo per stringere un contratto proficuo con l’esistenza. Conservando allo stesso tempo un’ambiguità impossibile da districare. Quel che ne esce è una messinscena parodistica del mondo dello shobiz, della sua ansia di autenticità che collassa prima ancora di organizzarsi in un tentativo tanto più potente quanto più fallimentare.

[continua la lettura su All We Have Is Now, il nostro approfondimento di carriera sui Flaming Lips]

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