Coldest Ever Cold
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Stefano Pifferi
- 3 Settembre 2013
Sarà un caso, ma uno dei primi risultati in italiano appena si “googla” il termine Raime è il sito di una società campana che si occupa di refrigerazione industriale. Simpatica coincidenza se si considera l’alto potenziale del duo inglese, le cui composizioni raffreddano sino alla stasi algida una elettronica visionaria, isolazionista e post-industriale che sulle prime sembra essere in linea con questa nuova moda da dancefloor alternativo.
Nelle musiche di Joe Andrews e Tom Halstead c’è però la negazione del ritmo, c’è la dilatazione e la frammentazione della wave più oscura e post-punk – i Cabaret Voltaire, influenza dichiarata, ma anche i misconosciuti (ma non a SA) Ike Yard, non a caso remixati proprio dai due – e l’uso evocativo e disturbante di una elettronica che sfrutta le frequenze basse per imporre stati di alterazione e proporre visioni distopiche della realtà contemporanea (vedi anche alla voce Throbbing Gristle). Ad una triade di EP che creò l’attesa facendo crescere il nome anche al di fuori dei confini di genere e a un album, Quarter Turns Over A Living (per la Blackest Ever Black), che li ha confermati maestri nel materializzare incubi metropolitani a forti tinte soundtrack nutriti con materico dubstep ed elettronica di stampo dark-industrial e rivomitati in forme disossate e scheletriche, ha fatto seguito una intensa attività live. Non solo dj-set, stando a quanto si dice nella chiacchierata che segue, ma veri e propri concerti in cui la densità del suono Raime si manifesta nelle sue forme più disturbanti e occlusive, tanto che chi ha avuto modo di vederli ne parla come di esperienze totalizzanti in cui industrial, dub, ambient, drone, minimalismo tribale ed echi (ecatombi) jungle trovano la loro applicazione rigorosa e insieme devastante.
In occasione del live fiorentino al Nextech (giovedì 5 settembre 2013, ore 21.15, alla Sala Vanni), abbiamo scambiato due parole con Joe Andrews e Tom Halstead.
La vostra musica è cinematica e visionaria, anche se oscura e minacciosa. Sembra la versione notturna del Michael Douglas de Un giorno di ordinaria follia. L’ordinario che mostra il suo lato inquieto, la minaccia che giace sul rovescio della medaglia della quotidianità. Quanto c’è di cinematografico nella musica dei Raime?
Quando componiamo musica pensiamo all’ambiente. Arriviamo sempre ad un punto in cui ci domandiamo quali atmosfere un certo pezzo arriverà a creare e, in quel momento, c’entra molto il descrivere le cose in maniera fisica, tangibile. Anche la letteratura è importante per noi, perciò il cinema ci rientra in qualche modo. Abbiamo avuto molti feedback da persone che descrivono la nostra musica come “visiva” perciò non ho dubbi che ci sia qualche suggestione simile. Ovviamente questo sta a significare che la musica tocca la gente in molti modi.
Cosa ci dite dei vostri film preferiti? E delle relazioni tra il cinema e i vostri gusti musicali?
Entrambi amiamo i film che vadano oltre i tradizionali livelli di lettura, che è un po’ ciò che accade con la musica. Anche se i nostri gusti sono abbastanza ampi, un film che ci ha molto colpiti è stato The Piano Teacher di Micheal Haneke.
Questa nuova onda di musica eletronica sembra essere molto più affine all’isolazionismo anni ’90 che al classic 4/4, più industrial-oriented che basicamente techno. Voi avete sorpreso un po’ tutti col vostro suono disidratato e minimale. C’è e, se c’è, qual è il futuro per questo tipo di sonorità?
Credo che il futuro stia nel continuare a creare relazioni tra l’avanguardia e la “dance music”. È un momento positivo per questo tipo di musica underground. Questa combinazione tra strutture astratte e quelle più pratiche della dance music sta aprendo molte possibilità e opportunità per forme nuove e per nuove modalità espressive, per la tensione che questo clash riesce a creare. Che poi è la tensione tra caos e ordine.

Siete fan di gruppi come Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire e Pan Sonic. Che ruolo hanno avuto nel vostro background musicale?
Certo che siamo fan di queste band, soprattutto i CV. Torniamo a ciò che dicevamo sopra: esse sono la perfetta combinazione di caos e struttura. Non sono le uniche ad averci influenzato, ma alcune delle tante.
Non fate ricorso ad un immaginario pagano o esoterico come alcuni dei prime movers dell’area grigia o come band come Demdike Stare fanno oggi. La vostra musica è urbana, le sensazioni umane, eppure lo spaesamento creato è così estremo…
Credo che l’ambito urbano sia quello che ci ha sempre ispirati, non perchè lo preferiamo all’”occulto” ma soltanto perché è ciò che ha contribuito a creare le atmosfere più stimolanti in musica. La freddezza e il distacco generati dall’immaginario urbano sono forse per noi più minacciosi poiché riflettono la natura della realtà, piuttosto che il terrore del soprannaturale. La realtà circostante ci è sempre sembrata più impressionante.
Da dove viene questa nuova, vecchia, fascinazione per il dancefloor? Noiser e artisti postindustrial sembrano aver scoperto un nuovo mezzo di espressione.
Questi due ambiti si stanno riavvicinando perchè utilizzano entrambi simili idee, soltanto espresse in forme diverse. Internet ha contribuito a cambiare il modo in cui le persone usano e consumano la musica e ha offerto una incredibile circolazione delle idee. Ciò è avvenuto anche in passato, ma mai con tale portata. È normale oggi scoprire e ascoltare così tanti tipi diversi di musica che i gusti si stanno allargando, tanto che la musica prodotta è altrettanto “nuova”. Sembra molto più naturale che le idee diventino reti di relazioni, piuttosto che elementi esclusivi.
Cosa mi dite delle basse frequenze? E delle connessioni con alcuni stati della mente?
Credo che le basse ferquenze offrano una esperienza più meditativa, che ci affascina perchè cerchiamo sempre di sviluppare le cose lentamente. La natura del nostro materiale potrà cambiare in futuro, ma non credo che abbandoneremo i sub. Sono terribilmente soddisfacenti.
Sappiamo che date molta importanza alla differenziazione tra dj-set e live. Parlateci del live al Nextech: strumentazione, synth, visuals. I visuals sono molto importanti nelle vostre musiche…
Sì, i visuals sono parte fondamentale nel nostro lavoro e ci teniamo a curarli con attenzione. Una cura che va di pari passo con la ricerca musicale, tanto che speriamo che la sinergia audio-video funzioni e venga ben recepita dalla audience. La società che ha girato il film, la Dakus Films, ha lavorato molto e il risultato ci sembra ottimo. Abbiamo avuto una parte importante nel processo creativo, che è stato un grosso impegno, anche se avevamo ben chiaro cosa volevamo rendere visivamente.
Direzioni future? Qualche interesse per reiterazioni e modulazioni alla, per fare un nome caldo, Factory Floor?
Beh, non vorremmo rivelare troppo. Diciamo che stiamo cercando un modo per svilyppare il nostro suono e le nostre idee. Ti anticipo che ciò potrebbe significare usare il ritmo in maniere diverse. Stiamo per rientrare in studio e cominciare a sperimentare, poi vedremo quel che succederà.
