Recensioni

Due anni possono essere brevi come un battito di ciglia o infiniti come l’attimo che precede la salita sul palco per un esordio. Possono essere un treno che corre a folle velocità verso il proprio destino, tanto da non accorgervi del tempo che passa. O possono essere una bolla in sospensione, una riflessione di fronte a quei tramonti d’America che abitano tante cartoline. Come siano stati per Adam Granduciel, deus ex machina del progetto, è davvero difficile dirlo. Probabilmente sono stati un mix di opposti, ma di sicuro hanno lasciato un segno profondo.
Dopo il successo di Slave Ambient, disco non perfetto che si sfilacciava nel finale ma figlio di un’intuizione di rock venato psych come per i padri del suono a stelle e strisce, Granduciel si è trasformato in un ramingo della musica, pagando tributo a centinaia di locali, grandi e piccoli, dove il suo suono e le sue idee, progressivamente, si mettevano a fuoco. E per la prima volta dall’esordio Wagonwheel Blues (anno di grazia 2008), quando condivideva l’ideazione e la composizione con Kurt Vile, Granduciel ha sentito l’esigenza diretta di lavorare con qualcuno per costruire la sua idea di rock. Firma sempre lui tutti i brani, ma non sono più figli di una testa sola.
Il risultato è un pellegrinaggio che ha toccato una dozzina di studi di registrazione, in cui Granduciel ha elaborato materiale jammando con i suoi sodali e lavorando con il suo ingegnere del suono preferito, Jeff Zeigler. Ne è venuto fuori un disco più pulito e cesellato rispetto al predecessore, un disco dove si sente che sudare assieme su di un palco serve a rendere uniti, a dare profondità alle proprie visioni, a raggiungere lidi che altrimenti non sarebbero a portata di mano. E in questo caso siamo di fronte a un disco sincretico, di quelli che riescono a mettere insieme Tom Petty e il suo suono profondamente americano con la pulizia dei Pink Floyd e la chitarra di Gilmour (sentire l’inizio di Disappearing per credere), la freschezza di un cavallo di razza come Burning dai sapori springsteeniani come nessuno negli ultimi dieci anni (no, nemmeno gli Arcade Fire sopravvalutati del terzo disco). Ma anche la forza à la Neil Young (citando Dylan nel canto) dell’anthem Eyes To The Wind e il tiro da road song di una An Ocean In Between The Waves che è perfetta per la corsa sulla Califormia State Route 1.
Rispetto al recente passato, Adam Granduciel ha saputo distillare e raffinare la propria arte, grazie anche al contributo di Robbie Bennett (tastiere) e Dave Hartley (basso). Non ha pretese di rivoluzionare la storia o di porsi come pietra di paragone, ma semplicemente di aggiornare con la propria sensibilità l’idea di rock USA. Qualcuno lo chiamerà passatista o nostalgico, lui se ne fregherà altamente. Perché per i rocker come lui il tempo non esiste.
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