Black Mirror, commento all’episodio 4×03 (“Crocodile”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

L’intento di Charlie Brooker è sempre stato quello di scandagliare le mille sfaccettature della moralità umana e il legame con l’avanzamento tecnologico della società ha fornito puntualmente diversi spunti d’approfondimento davvero degni di nota. Tuttavia, Black Mirror non è mai stata una serie puramente fantascientifica, preoccupandosi – ora più ora meno – della reazione dei personaggi protagonisti all’aspetto più peculiare del cambiamento, ma fondando la sua ragion d’essere sul discorso etico-morale e filosofico. Spiace, quindi, constatare come in uno degli episodi più stilisticamente accattivanti e riusciti – merito senz’altro di una ambientazione che riflette in pieno l’asetticità emotiva della sua protagonista e innalzata a un livello pressoché cinematografico dal talento visivo di John Hillcoat – sia proprio l’approfondimento psicologico del personaggio principale a mancare quasi del tutto, accontentandosi così di ricalcare pedissequamente un topos narrativo tra i più abusati quando si parla di senso di colpa e che è figlio della letteratura con la L maiuscola (impossibile non citare Delitto e castigo).

Mia e Rob stanno ritornando a casa in auto dopo una nottata di festa, ma sulla strada investono accidentalmente un ciclista. Per paura di passare anni in carcere, Rob – che era ala guida da ubriaco – convince Mia a disfarsi del cadavere e continuare le loro vite come se nulla fosse. Passano quindici anni, Mia è un architetto di successo che tiene convegni in tutto il paese, quando Rob le si presenta nella sua stanza d’hotel per convincerla a confessare il delitto, di cui non riesce più a reggere il senso di colpa. Mia non ha alcuna intenzione di sacrificare la sua carriera, così d’istinto uccide Rob. Sarà solo l’inizio di una lunga scia di delitti “architettati” per mantenere salva la propria posizione, raggiunta dopo anni di sacrifici.

Anche in questo terzo episodio fa puntualmente capolino una nuova evoluzione tecnologica, che permette a chi indaga di monitorare i ricordi dei testimoni attraverso un piccolo chip e uno schermo. Tuttavia, i ricordi possono essere alterati dalla mente del soggetto, che li riprodurrà in maniera del tutto soggettiva sul monitor. La paura di essere scoperti peserà come un macigno su Mia – splendidamente interpretata da Andrea Riseborough – ma le motivazioni dietro il suo rapido cambiamento (da madre di famiglia premurosa ad assassina) appaiono fin troppo stereotipate e le sue azioni evidentemente frettolose e ingiustificate da un serio approfondimento psicologico. Ad esempio, il lungo balzo in avanti di 15 anni che potrebbero aver contribuito al cambiamento morale di Mia non vengono mai citati, se non dal punto di vista professionale e della costituzione del nucleo famigliare che alla fine dei giochi appare più posticcio che inserito con cognizione.

Hillcoat, dal canto suo, ci mette tutto il talento di cui dispone e rispecchia gli occhi glaciali della protagonista nelle lande desolate della location islandese in cui l’episodio è ambientato. Dopo l’expoit del primo episodio (USS Callister) e il didascalismo giustificato del secondo (Arkangel), Crocodile è il segmento forse più debole di una serie che sta ancora cercando di calcare il più vasto ventaglio di temi in grado di svelare l’aspetto più inquietante dell’essere umano. Un gran peccato, visti i nomi coinvolti.

9 Gennaio 2018
9 Gennaio 2018
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