Donato Dozzy. Psychedelic Techno from (Elect)Roma
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Marco Braggion
- 21 Novembre 2013
Donato Dozzy ha confezionato quest’anno uno degli album più interessanti del panorama electro/techno/minimal internazionale. Plays Bee Mask è un’omaggio all’amico Chris Madak, musicista americano di ambient sperimentale che da anni pubblica le sue visioni soniche su Spectrum Spools, una sussidiaria della Mego. Il disco prende come pretesto il singolo Vaporware del musicista di Philadelphia e costruisce una simbiosi tra ambient, minimalismo ed electro, assemblando una piccola grande bomba per capacità di arrangiamento, cura del suono e coinvolgimento emotivo. Ascoltandolo ripetutamente ci siamo chiesti da dove provengano questa maturità e consapevolezza dei mezzi.
Il DJ romano era già balzato in top l’anno scorso con il progetto Voices From The Lake, in collaborazione con l’amico Giuseppe Tillieci. A capire un po’ con chi abbiamo a che fare, ci aiuta il podcast numero 200 della label romana Electronique.it. Il mix di un’ora, curato dallo stesso Dozzy, mette in sequenza capisaldi dell’elettronica della capitale che hanno influenzato la sua palette sonora. Nomi storici come Enrico Simonetti, Zappalà, i Goblin, Leo Anibaldi, Lory D, Max Durante, Lerosa, Marco Passarani. Viene quindi da pensare che l’uomo faccia parte della generazione rave romana, quella che per un magico istante è riuscita ad accostarsi a Londra e Detroit, scomodando pure la Rephlex di Aphex Twin. Non è così. I primi passi Donato li muove invece in solitaria, assiste poco ai rave e viaggia su una dimensione più intima, privata. Mette su musica per far contenti gli amici, si fa le ossa suonando ogni sera maratone di ore in club minori, sperimentando e crescendo. Man mano che passa il tempo, diventa un nome e sbanca sulle consolle del Brancaleone capitolino. Poi il viaggio a Berlino. È resident al Panorama Bar. Torna in Italia e continua la sua carriera fra club, ascolti e ossessione per la musica psichedelica tagliata con la techno.
Moltissimi i 12” (dal 2004 ad oggi), composti in solitaria o in collaborazione con amici; tra gli altri Giorgio Gigli della Zooloft, Brando Lupi – che ha collaborato anche alla colonna sonora de La solitudine dei numeri primi -, i berlinesi Exercise One (Ingo Gansera e Marco Freivogel), Manuel Fogliata aka Nuel con cui divide la gestione della label Aquaplano. Nel 2010 esce il primo full K, sull’americana Further Records: ambient techno di classe, che conferma la statura dell’uomo. E da lì la strada è tutta in discesa.
La sua è una di quelle storie artigianali che oggi non siamo abituati più a sentire. Il successo di un musicista o di un DJ è molte volte legato al marketing o alla marchetta. Quello di Dozzy è invece un viaggio prima di tutto mentale, organico, ancorato come radici agli anni ’90 ma sempre attento al domani e pure al passato psichedelico. L’abbiamo sentito via Skype, in pausa fra un set e l’altro, e ci è piaciuto molto parlare con lui. Ci è sembrato di stare seduti comodamente nel salotto dell’Artificial Intelligence della Warp. Robot, relax, ritmo e anima. Questo, in poche parole, è il mondo di Donato.
Quando hai iniziato eri già dentro alla scena rave romana o eri più giovane rispetto ai DJ che suonavano negli anni ’90?
Io sono leggermente più piccolo o coetaneo di quelli che fanno parte della generazione precedente. L’unica volta in cui ne ho parlato in maniera più approfondita è stato in occasione del podcast di Roma (uscito su Electronique.it). In quell’occasione ho ben specificato di essere stato uno spettatore all’epoca, ero un DJ da festa privata, ascoltavo tanta musica con i miei amici, l’andavo a comprare nei negozi dove c’erano i DJ forti di Roma, quelli che per me e per altri erano un’ispirazione. Compravo i loro dischi e immaginavo quello che succedeva. Anche perché sono stato a un solo grande rave che risale alla fine dell’89, il famoso rave di Borgo Sabotino. A parte quello, non ho né fatto parte della scena, né ho fatto serate relative a quella scena. Ero semplicemente un grande fan. La vita mi ha portato in seguito a relazionarmi con alcuni di questi “eroi”. Anche per il fatto che la mia attività [di DJ, ndSA] è diventata più seria.
Negli anni ’90 ai rave e nei locali in cui veniva proposta questa musica c’erano sonorità sia commerciali che di ricerca, tipo Warp. Tu da cosa sei stato più ispirato?
Ovviamente sono stato ispirato più da cose ricercate, però all’epoca, visti anche i canali a disposizione… non c’era internet… insomma: la situazione era diversa. Dovevi andare in negozio, procedere attraverso il filtro del commesso di turno. Erano pochi quelli che potevano permettersi di viaggiare in altre città e comprare dischi. Quindi mi sono sempre un po’ arraffato tutto quello che potevo, anche perché all’epoca, semplicemente, dovevo fare esperienza e cercare di capire come fare questo lavoro. Per cui mi sono trovato a comprare dischi di commerciale, dischi di rock, di pop, dischi di qualunque tipo. Naturalmente anche dischi di techno. E questo è successo mano a mano che i canali a disposizione sono diventati più approfonditi. Su questo sono stati fondamentali alcuni amici della mia infanzia e l’avvento di Re Mix, il negozio specializzato di Roma [lo storico negozio di techno e di elettronica della capitale, ndSA].
Io andavo a Disfunzioni Musicali. Poi l’hanno chiuso…
Sì, Disfunzioni era più a 360 gradi. È stata una cosa che ho imparato più tardi, quando ero all’Università. Nei primissimi tempi il mio primo vero rapporto con i dischi di una categoria è stato Re Mix. Poi è normale che con l’aumentare della conoscenza e della curiosità sia arrivato a Disfunzioni.
All’inizio della tua carriera hai gravitato prevalentemente nell’ambiente romano quindi.
Sì e no. Tra l’86 e l’88 d’inverno facevo delle feste che potevano essere per amici, qualunque cosa capitasse. Dal ’90 ho cominciato a fare il DJ al Nautilus, un locale di San Felice Circeo, dove mi trovo adesso, che chiaramente non esiste più. Nel ’91 andai a fare la stagione come resident in un club che si chiamava Number 2 a Capri. Lì è stata una cosa fondamentalmente da turisti, però aver fatto così tante serate, aver preso la responsabilità di mandare avanti un club, naturalmente mi ha insegnato tanto. Con il procedere dei miei studi all’Università sono entrato in contatto con persone diverse, e con ambienti diversi. Ed è lì che è nata l’intenzione collettiva, con i miei amici, di cominciare ad organizzare feste un po’ più specifiche.
Poi sei andato anche per un periodo a Berlino e hai suonato al Panorama Bar…
Sì, questo in un periodo successivo. Durante il periodo delle feste ho continuato a studiare e solo nel momento in cui mi sono laureato sono entrato al Branca. Questo succedeva nel ’99. Ho fatto il servizio militare, ho finito tutto, ero proprio arrivato al momento in cui potevo decidere il da farsi. E proprio lì arrivò la possibilità di lavorare al Brancaleone. È lì che le cose sono diventate “serie”. Pochi anni dopo – nel 2003 – sono andato in avanscoperta a Berlino, per poi trasferirmici nel 2004. Ho iniziato avendo una residenza al Panorama Bar, tipo un paio di volte al mese, forte dell’esperienza molto intensa del Brancaleone. Lì suonavo ogni sabato, avevo la possibilità di suonare sia in sala grande, che nella saletta dove potevo sperimentare tutto ciò che volevo. Come dire, devo un’eterna riconoscenza sia al Brancaleone, che alle persone che vi fanno o che vi hanno fatto parte.
Parlando invece di Plays Bee Mask, mi puoi dire qualcosa dell’incontro con Chris Madak?
Lo conoscevo per via dei suoi dischi, che comunque già collezionavo. In particolare le pubblicazioni su Spectrum Spools, etichetta di cui ho l’intero catalogo. Quindi prima di tutto sono stato un suo fan, e ignoravo tutto ciò che potesse essere un’eventuale conoscenza da parte sua. Non sapevo nemmeno che faccia avesse, anche perché lui si mostrava con i capelli lunghi davanti alla faccia, quindi ero proprio curioso. Una volta incontrato al Labyrinth [il festival giapponese dove si sono incontrati, ndSA] ho scoperto comuni origini meridionali, legate alla città di Bari, da cui proviene anche la mia famiglia. Lui ha dei parenti lì. Questa è stata la prima cosa che mi ha abbastanza sconvolto. Suonare insieme è stata, in realtà, una vera e propria rivoluzione per entrambi, anche perché ci siamo trovati a livello umano. Suonare “uno in faccia all’altro” è stata un po’ una rivelazione per entrambi. Infatti dopo il festival, oltre ad essere rimasti in contatto, è partita una sorta di collaborazione che avrebbe anche potuto rimanere in sordina, nel senso che lui mi aveva chiesto un remix. Non sapevamo che la cosa sarebbe andata a sfociare in un album… ma è anche un po’ il bello dei rapporti che ti sorprendono sempre, no?
Dal punto di vista pratico come hai lavorato sul remixing?
Considera che Chris mi ha mandato 3.2 Gigabyte di materiale per una traccia. Visto che erano tutte cose molto belle, mi sono concentrato su un elemento alla volta. È un modo di fare le cose che mi piace. Caratterialmente, tendo a non accumularne mai una sopra all’altra. Mi piace sempre affrontare un problema alla volta. Quindi ho semplicemente trasposto e fatto quello che più mi sembrava naturale in quel contesto. Ho dedicato un giorno a remix, quindi una settimana in totale per la fase compositiva. Poi mi sono dedicato al mixaggio e alle calibrazioni. Di comune accordo con Chris, abbiamo deciso di coinvolgere Neel [di Voices From The Lake, ndSA], che ha curato la fase del pre-master. Ho voluto seguire una pratica che veniva usata fino a qualche tempo fa, diciamo a livello di produzione negli studi, cioè affidare il missaggio a qualcuno di esterno alla composizione. In questo caso mi ha fatto molto piacere coinvolgere Neel, anche perché pure lui ha un rapporto di amicizia con Chris. L’abbiamo ben specificato sul disco, per far sapere che è stato un lavoro di gruppo.
Quindi non è una cosa solo tua, riguarda anche i Voices From The Lake…
No, rimane una cosa mia. Quello che Neel ha fatto è stato prendere tutte le parti che avevo registrato, ha seguito il modo in cui le avevo assemblate e ha ottimizzato ogni componente a livello ingegneristico.
Ascoltando quel disco e anche altre cose tue, mi piace molto il tuo approccio, perché ci metti molto ad entrare nel sound. Questa cosa mi ha ricordato anche la Cosmica di Daniele Baldelli. Poi tagli anche con delle cose tribali…
Diciamo questo: io per Baldelli ho una grandissima ammirazione. Punto. Non ho altro da aggiungere.
OK, ma DJ come Steve Aoki o altri che suonano un genere completamente diverso dal tuo, mi sembra che abbiano un’attitudine un po’ più “veloce” nell’arrivare al punto. Mettono su due pezzi, poi fanno il drop per far saltare la gente. Invece quello che fai tu mi sembra più una cosa di ambiente, di atmosfera, anche se poi la tensione sale comunque. Mi pare che sia un po’ più organico il tuo discorso. Tu senti questo, quando prepari i set?
È una cosa che ha a che vedere con la sensibilità di ognuno di noi. Per accontentare la mia di sensibilità devo essere così e non altrimenti. Poi l’importante è che ognuno trovi il modo per essere contento con ciò che fa. Per quanto mi riguarda, non potrei che avere quest’approccio. Poi cerco di evolverlo e cambiarlo, stravolgerlo continuamente proprio per una questione di soddisfazione personale, oserei dire di terapia personale. Ogni volta che si fa qualcosa, dev’essere un passo successivo. Non c’è niente da fare. Più invecchio e più sento che è così.
Dal tuo primo disco K mi sembra che tu abbia cambiato approccio. Che cosa mi dici di questa mutazione?
Ogni disco è una storia a sé. Io dico sempre che la staticità uccide, almeno nel mio caso. Una volta finito il lavoro per i dischi tendo a non ricordare il modo in cui l’ho fatto. Non sono uno che salva i pattern o i suoni costituiti. Si chiude una baracca e se ne apre una nuova. Cerco costantemente di cambiare le mie tecniche e i modi di lavorare. Sono una persona curiosa e mi piace tentare nuove strade. Lo stile è legato allo stato d’animo che hai in quel momento.
Dopo tutti questi viaggi, se devi comprare musica per i tuoi set, preferisci musica di Berlino, italiana o qualcosa di londinese?
Non ho una preferenza in particolare. Dev’essere tutto ciò che mi stimola l’appetito. Sono anche appassionato di world music, quindi vado a pescare ovunque le mie papille gustative mi stimolino. Mi piace comprare dischi dell’usato, dischi africani, dischi inglesi… dev’essere tutta roba che “ci sta” con quello che cerco.
Nella recensione ho scritto che mi sembrava di sentire qualche colpetto di minimalismo americano, quello classico. Conosci quella tipologia di musica?
Il minimalismo m’interessa. Focalizzare l’attenzione su elementi nudi, che però abbiano una tale ricchezza da non necessitare di altro intorno. Su quel punto sicuramente gli americani hanno fatto la loro scuola, come del resto ogni nazione. Mi piace l’approccio minimalista alla musica neoclassica/classica contemporanea, il minimalismo applicato alla techno e all’ambient. Ho rispetto per le persone che riescono in questi termini. Significa che sanno sfruttare al massimo il poco che hanno. Non in senso di scarsezza di risorse, è una questione di decidere su cosa focalizzare la propria attenzione. Anche su questo non mi sento di evidenziare qualcuno in particolare, è più l’approccio che mi interessa.
Dai Voices From the Lake sta arrivando qualcosa di nuovo? O il progetto è in stand-by per adesso?
No, è un progetto sempre attivo, anche perché riguarda un rapporto di amicizia prima di tutto. Se l’amicizia è attiva, anche il progetto non può che esserlo. Anche se fisicamente per tot mesi non facciamo nulla, in realtà qualcosa facciamo sempre. Magari non è la mera composizione, ma ci prepariamo tecnicamente, anche con gli ascolti, a qualcosa che succederà più in là. Al momento è stata compiuta una bella onda, è stato detto qualcosa. Noi stiamo continuando a parlare tra di noi. Il momento in cui uscirà qualcosa di nuovo sarà perché non possiamo trattenerlo. La collaborazione va al di là del nome. Io e Giuseppe facciamo sempre “cose”.
Invece dal punto di vista personale, dopo Bee Mask, hai qualcosa nel cassetto che esce a breve?
Sì, ci sono una serie di collaborazioni, di qui a un po’. Una riguarda un remix per Mike Parker su Prologue, non so esattamente quando uscirà. Un’altra è una collaborazione con Lucy, che uscirà sulla sua etichetta Stroboscopic Artefacts, un remix per il suo nuovo album. Sto mettendo insieme un po’ di idee per un lavoro mio, personale, magari un album, più in là. Sto raccogliendo un po’ di materiale, vedremo quello che esce. Anche una seconda parte dell’EP uscito per Electronique.it, per estrapolare qualche altro singolo dal podcast. In più uscirà su Spectrum Spools The Aquaplano Sessions, un album che riunisce i due EP Aquaplano che ho composto con Nuel fra il 2007 ed 2008. I vinili sono esauriti e la gente li richiede da tempo. Per finire uscirà anche un remix per gli Exercise One, più in là.
Artisti con cui ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto lavorare?
Uno è sicuramente Claudio Rocchi nel suo periodo cosmico. Ho una venerazione totale per quest’uomo. Questo è sicuro.
Produttori che ti ispirano, con cui ti piacerebbe collaborare?
Uno è Chris Carter (Chris & Cosey, Throbbing Gristle). Poi Peter Zinovieff e David Cockerell, i due fondatori sopravvissuti della EMS che sono più un’ispirazione che altro. Ho la fortuna di collaborare già con persone che amo profondamente: Mike Parker, Peter Van Hoesen, Dasha Rush, Rabih Beaini ed altri.
Tre dischi che ti son piaciuti ultimamente?
Uno che mi è piaciuto tantissimo è l’album di Rashad Becker (Traditional Music Of Notional Species Vol. I, uscito quest’anno su Pan). Un disco che mi ha aperto in due è poi Head di Nik Pascal. Ho imparato di questo artista tramite John Elliot, il proprietario della Spectrum Spools; mi ha raccontato che questa è una registrazione del ’68 che poi è uscita nel ’70 su Buddah Records [l’etichetta di Safe As Milk di Captain Beefheart, ndSA], ed è un disco pazzesco. Sono basi di psichedelia. Un altro disco è Nommos di Craig Leon. Questo pure è un discone pazzesco. Uno è nuovo, due sono vecchi. Quello nuovo è di Rashad Becker, che secondo me è uno dei pochissimi che nel panorama mondiale, insieme a Mika Vainio e Morphosis, ha una creatività… sono tutte menti che vanno al di là del concetto di techno. Qui si parla di musica psichedelica con approccio da gran musicista. È quello a cui aspiro tutti i giorni. Sono tantissimi i dischi del passato che vengono riscoperti e pochissimi gli artisti contemporanei che riescono a tenere il passo con quelli di un paio di generazioni fa, per non dire tre.
