Eros + Massacre: cronache di uno sciamano underground
Una lunga chiacchierata con il cosmopolita Ghazi Barakat attraverso quasi trent'anni di carriera

Anche se il suo nome non dirà granché alla maggior parte del pubblico, quello di cui (e con cui) andiamo a parlare è un’artista che accompagna quasi per intero gli ultimi trent’anni di evoluzioni musicali: nativo della Palestina, ma emigrato già in tenera età nell’Occidente culturalmente imperante, Ghazi Barakat ha cambiato pelle più frequentemente di un serpente durante la sua carriera e soltanto in questo 2019 lo troviamo, per la prima volta, con il suo vero nome sulla cover di un disco, il mistico e torrenziale Terminal Desert, realizzato insieme al chitarrista e sperimentatore belga Paul LaBrecque: «In realtà dipende solo dal fatto che c’erano due etichette intenzionate a pubblicare materiale nostro, e una delle due temeva che potesse essere ridondante avere troppe uscite in breve tempo, quindi abbiamo optato per i nostri nomi civili. D’altronde è un po’ un vizio che mi porto dietro da sempre, quello di utilizzare nomi da band anche per i miei progetti solisti: io sono un grande collezionista e amante della musica, e mi ha sempre fatto impazzire scoprire chi c’è dietro la realizzazione di un disco leggendone i credits; spero sempre che lo stesso accada anche con tutte le uscite in cui sono stato coinvolto negli anni».

La carriera di Ghazi inizia negli anni novanta, quando, dopo l’esperienza giovanile nell’assurdo progetto noise-metal Burst Appendix, inizia ad accompagnare live e poi anche in studio il duo franco-tedesco Stereo Total: la band fondata a Berlino nel 1993, con il suo inafferrabile e mutevole mix di synth-pop, cabaret, dance e punk, risulterà assolutamente determinante (anche per il suo trattare l’erotismo senza bigottismi, ma con un attitudine tra il trash più divertito e l’ambiguità del glam-rock) per il futuro di Ghazi, ma nella prima avventura di cui si può dire vero protagonista questo è vero (ed evidente) solo in parte. I Golden Showers si formano nella prima metà degli anni novanta e, nonostante una discografia ridotta (un album, un mini e un EP sparsi tra il 1994 ed il ’99), arrivano quasi al cambio di secolo prima di sciogliersi. Con un nome che è pura provocazione (e che era trend-topic su Twitter per motivi inaspettati soltanto qualche mese fa) i Golden Showers suonavano un rock’n’roll tanto classico quanto furente ed iconoclasta (come se fosse il frutto di un’esplosiva jam-session tra il Rob Zombie più caotico, dionisiaco e viscerale e i Pussy Galore più rumorosi e distorti), e il loro unico e omonimo disco (pubblicato dalla storica e alternativa Reptilian Records) suona ancora oggi tagliente, essenziale, caldissimo e disturbante. «Il nome originale era Golden Showers by Mail, sono state le persone che hanno assistito ai nostri show a battezzarci poi semplicemente Golden Showers. All’epoca ero molto interessato all’erotismo, alla stravaganza e all’arte underground, quindi la scelta del nome era una conseguenza di questi interessi. Il gruppo era il mio sogno bagnato di avere una band rock’n’roll, ispirata anche all’arte performativa, con cui abusare e distruggere tutti i cliché legati al genere: eravamo davvero ossessionati dall’aspetto più trash del rock’n’roll. Il motivo per cui abbiamo fatto solo un album, un mini-CD e una manciata di singoli era perché volevamo che principalmente fosse un’intensa esperienza live, non avevamo proprio l’ambizione di essere un gruppo di artisti da studio. Pensavamo che esistessero già uscite rock’n’roll, realizzate nei decenni precedenti e abbastanza potenti, e volevamo dunque concentrarci sull’intensità originaria e canalizzare quell’energia. Dei sette/otto anni di esistenza ne abbiamo trascorsi quattro vivendo e girando per gli Stati Uniti: alla fine di quel tour interminabile ero completamente esausto, mentalmente e fisicamente, a causa di quello stile di vita e mi sono arreso. Ho iniziato a pensare che avrei potuto far qualcosa di simile con le nuove tecnologie, come il campionamento e la produzione elettronica. Programmi come Logic, Ableton Live o qualsiasi cosa con cui potessi lavorare senza dover affittare uno studio o uscire di casa».

Nasce così Boy From Brazil, la prima vera incarnazione solista di Ghazi: con un nome d’arte probabilmente ispirato all’omonimo film e/o romanzo (la cui trama intreccia nazismo, detective-story, eugenetica, esotismo e fantascienza) e con l’attitudine DIY portata all’estremo dopo l’estenuante periodo nei Golden Showers, il nuovo progetto fa convergere art-rock, electro-dance, post-punk e persino certi stilemi hip-hop (come la voce filtrata dal vocoder presente in Rubber and Fur) in un cocktail forse ingenuo, ma sempre pungente e catchy, e spesso davvero visionario e idiosincratico: Pointless Shoes, l’unico album realizzato con questa ragione sociale, pare un omaggio all’idea condivisa e un poco mitizzata di New York come capitale della gloriosa stagione wave tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli Ottanta e risulta così perfettamente inserito nella sua contemporaneità (i primi anni zero con l’arrivo del revival eighties e punk-funk). «A cavallo tra gli anni settanta e ottanta io ero un teenager affamato di musica, attratto da tutte le differenti direzioni che la musica andava attraversando: c’erano band come i Suicide, i Cramps, i Contortions, i Throbbing Gristle e contemporaneamente si ascoltava Grace Jones, Prince e altra roba che avresti detto commerciale senza che questo fosse però contraddittorio. E questa attitudine open-minded è riapparsa nei primi anni del Duemila: non c’era più bisogno di seguire un percorso musicale esclusivo ed intollerante. Non si trattava tanto di abilità o intelletto, quanto piuttosto di gusto. Ho la sensazione che la gente abbia liquidato quel periodo come superficiale, forse perchè era un po’ troppo edonista nel mondo post 9/11: giravano molti soldi prima della crisi finanziaria e la gente tra i venti ed i quarant’anni voleva davvero divertirsi ed era aperta a tutto. Ma all’epoca ho ricevuto pochissime reazioni negative: per alcuni anni ho suonato quasi ogni fine settimana da qualche parte in tutto il mondo. Dopo i Golden Showers, quando sono tornato a Berlino nel 2001, tutte le persone che conoscevo avevano collezioni di dischi e influenze simili e tutti hanno formato progetti interessanti che non avevano bisogno della logistica di una vera band, così la scena stava davvero esplodendo. Ho dunque colto l’opportunità di lavorare con artisti come Christoph de Babalon e Patrick Catani, con cui ero già amico dai tempi della Digital Hardcore Recordings, e con molti altri per Pointless Shoes. Infatti suona abbastanza eccentrico e magari tutte le possibili e diverse direzioni sperimentate avrebbero potuto essere distribuite su più dischi, ma è stato realizzato in un punto della mia vita in cui ho cercato di mettere in valigia tutto ciò che avevo imparato fino ad allora, in un unico grande incastro idiosincratico e iconoclastico».

Abbiamo citato la DHR, ed effettivamente quella del suono dell’etichetta fondata da Alec Empire è un’influenza che percorre sotterraneamente (ma non solo, come evidenzia la breve I Just Wanna Fuck, scheggia impazzita di riottoso rockabilly futurista) la proposta firmata Boy From Brazil: d’altronde la collaborazione con la label era iniziata già negli anni novanta ed aveva portato anche alla creazione di un trio (completato dal compianto producer Shizuo e dalla cantante e giornalista Annika Trost) durato giusto il tempo della tournée americana della DHR. E, se i Give Up ne rappresentano un minima e marginale parte, l’epopea di Digital Hardcore Recordings resta, a quasi trent’anni dall’inizio della sua autarchica rivoluzione sonica, un esempio di coerenza artistica. «L’esperienza della DHR fu qualcosa di veramente intenso: avevo una decina di anni in più rispetto alla maggior parte dei ragazzi che facevano parte della scena, ma ero estremamente coinvolto. Loro erano tutti artisti giovanissimi, con questo atteggiamento senza barriere mentali che gli permetteva di mescolare l’energia dell’hip hop e della musica elettronica con il garage rock, il noise giapponese e lo speed metal che giravano a Berlino. Con i Give Up, una band creata da Shizuo al solo scopo di aprire agli Atari Teenage Riot durante il tour americano, abbiamo cercato davvero di restare sul versante meno pensato, quello più spontaneo e anarchico di tutta la situazione. Il tour fu una delle esperienze live più sfrenate e caotiche a cui abbia mai partecipato e, se in parte era dovuto proprio all’attitudine DIY, c’era anche un sacco di hype che ha finito per influenzare la credibilità del tutto. Però, considerata anche l’incredibile quantità di uscite di Digital Hardcore Recordings tra il 1996 ed il ’99, penso che la qualità fosse sorprendentemente alta, anche se molti progetti erano basati su idee spontanee. Le cose semplicemente accadevano in tempo reale. Ancora oggi quell’attitudine è validissima e utilissima per chiunque si avventuri nella sperimentazione ed anche per me in tutto ciò che ho cercato di fare negli ultimi otto/nove anni».

Con il finire degli anni zero infatti il percorso di Ghazi subisce un significativo mutamento ed inizia ad esplorare nuovi territori, decisamente più sperimentali: dopo il blues-rock delle origini, dopo la duratura e sotterranea infatuazione per l’arte erotica, dopo la scoperta delle potenzialità liberatorie della dance elettronica, nasce Pharoah Chromium. Con il nome tratto da una canzone dei californiani Chrome, questo nuovo alias di Ghazi (corredato pure di maschera e tunica con cui apparire sul palco) ha come unico trait d’union con il passato la ricerca della dimensione più liturgica e ritualistica della musica contemporanea: ma, se nei Golden Showers prima e poi nelle vesti di Boy From Brazil questa indagine si risolveva nell’esasperazione degli aspetti più passionali e travolgenti del rock, nell’esaltazione della componente live (spesso totalizzante), in Pharoah Chromium l’esplorazione si orienta verso strutture free-form: potremmo quasi definire le uscite a nome Pharoah Chromium come una viaggio sonoro nelle radici mediorientali di Ghazi, rilette tramite la sperimentazione elettronica, i field-recordings e un dominante gusto mistico. «La motivazione principale per cui ho avviato questo nuovo progetto è che non volevo più essere legato alla struttura tradizionale, testi compresi, della forma canzone. La regola principale è infatti niente voci, niente beat e niente breaks. Un altro stimolo è venuto poi dal fatto che ero stanco di affidarmi ad altri (strumentisti, ingegneri del suono, ecc…) per fare musica: volevo essere indipendente, fare tutto da solo. Questo approccio free-form è poi un interesse che ho coltivato nel tempo, ascoltando dischi come No Pussyfooting di Fripp & Eno o le parti più selvagge del periodo elettrico di Miles Davis. Tutte queste cose mi hanno influenzato profondamente e ho pensato di poter dire la mia nel genere, allora sviluppato in questo immaginario che è indubbiamente assai debitore verso scrittori come Philip K. Dick e J. G. Ballard e verso la fantascienza a fumetti anni settanta di visionari come Moebius o Druillet.

Negli ultimi anni (dall’uscita del personalissimo 12” Gaza nel 2015) Pharoah Chromium ha intrapreso un percorso sempre più esclusivo e difficile: Gaza è quasi un documentario sonico da quella segregata striscia di terra, mentre il più recente Eros + Massacre approfondisce ulteriormente una visione dove passato, futuro, sogno, incubo, erotismo e violenza collidono. «Gaza ed Eros + Massacre sono lavori davvero personali e soggettivi che hanno a che fare con le mie origini e la mia educazione, così soggettivi che ho dovuto pubblicarli autonomamente: nessuno in Europa e specialmente in Germania, voleva affrontare questi argomenti per paura di essere fraintesi o attaccati. Anzi, da quando ho pubblicato Gaza mi è stato chiesto sempre più raramente di esibirmi live a Berlino e ho sentito dire che vengo considerato un soggetto un po’ troppo radicale con cui essere associati. Decisamente non è stata la mossa più saggia della mia carriera, ma sono orgoglioso del risultato. Credo inoltre che l’ingiustizia perpetrata quotidianamente in Palestina sia insopportabile: un problema derivato dall’atteggiamento del mondo occidentale che deve essere affrontato a livello storico».

In Eros + Massacre, al consueto tappeto strumentale di ambient-noise, folk mediterraneo e minimalismo architettato da Pharoah Chromium, si aggiungono le voci di un gruppo di lettrici selezionate (tra cui spicca la cantante e attrice franco-uruguayana Elli Medeiros) che recitano stralci di testi scritti da poeti, giornalisti, combattenti per la libertà e molti altri, riguardo non solo al massacro di Sabra e Chatila: una meditazione necessaria e di grande intensità. «Ho scelto quei testi in base alla loro capacità di affrontare problemi politici con spirito critico e con l’obbiettivo concreto di curare il mondo da tutte le sue malattie. Eppure, guardando ciò che il mondo va diventando, di queste speranze si scorgono ora solo fallimento e rassegnazione. Ed è il motivo per cui il suono del disco ha quest’atmosfera pessimista e malinconica. Ho incontrato Elli una prima volta a Berlino a metà degli anni 2000 mentre collaborava con i Jeans Team, i quali stavano registrando in uno studio accanto a quello che all’epoca era anche mio. Abbiamo anche alcuni amici in comune e la seguivo su Facebook, dove avevo visto dai suoi post che era molto impegnata riguardo alla causa palestinese: mi è sembrato quindi logico chiederle di leggere i paragrafi di Genet che ritenevo adatti al mio scopo. Ero mega-entusiasta quando ha accettato! Quando avevo quattordici anni vedevo Elli & Jacno in televisione e, sapendo che avevano solo qualche anno più di me, mi dicevo che non avrei dovuto aspettare molto a lungo per iniziare a essere quello che volevo essere».

Nel 2016, tra un’uscita e l’altra a nome Pharoah Chromium, Ghazi ha iniziato anche a collaborare con il poliedrico Paul LaBrecque: prima è arrivato il debutto del progetto condiviso Crème de Hassan e più recentemente le due monumentali tracce di quel Terminal Desert citato in apertura. Eppure, nonostante siano stati pubblicati sotto differenti ragioni sociali, i due lavori mostrano più di un tratto comune, a partire dal concept etno-musicale e dal sound prepotentemente sciamanico. «Abbiamo pensato che fosse una buona idea usare i nostri nomi civili, anche perché siamo soltanto noi che suoniamo, in real-time, senza tutto l’editing, il missaggio e quelle cose che arrivano per la produzione di un album ufficiale: Terminal Desert è l’anello di congiunzione tra il primo lavoro dei Crème de Hassan ed il prossimo (che uscirà presto). Tutte e due le tracce presenti in Terminal Desert sono jam che abbiamo utilizzato anche come punti di partenza per alcuni brani presenti in entrambi gli album come Crème de Hassan. Da vero gruppo psichedelico quale siamo (pensa che il nome deriva dal menù di un coffeeshop ad Amsterdam) l’aspetto ritualistico è importante per noi, però è anche una conseguenza dell’abbondante uso di materiale etno-musicale, il quale è spesso ritualistico appunto. La musica non deve sempre essere fatta soltanto per intrattenere, ma anche per interrogare quelle forze interiori che costituiscono la psiche umana: il desiderio di immergersi nell’inconscio per raggiungere un certo stato d’animo è centrale ed importante per noi. Poi in realtà io e Paul collaboriamo soprattutto perché ci completiamo l’un l’altro senza neanche doverci parlare».

In questa prima metà scarsa di 2019 Ghazi non è certo rimasto fermo e, dopo Terminal Desert e la splendida ristampa in cassetta di Eros + Massacre, ci saranno altre novità. «Lo scorso anno ho iniziato un nuovo progetto con Rahel Preisser chiamato Abstract Nympho (un’altra citazione dai Chrome), nel quale cerchiamo di sviluppare un mix di spoken-world e pop sperimentale (quasi sempre aritmico e spesso onirico): uscirà un EP il 14 giugno su Static Age. Più avanti, a settembre od ottobre, uscirà anche il nuovo Crème de Hassan su Inversions. Poi io sarò presente sulla prossima release di Harmonious Thelonious per l’etichetta The Trilogy Tapes suonando il mio rauschpfeife, mentre Pharoah Chromium contribuirà con una traccia alla raccolta Anthology of contemporary music from the Middle East per Unexplained Sound Group, l’etichetta dell’italiano Raffaele Pezzella: il brano è la colonna sonora che ho preparato per un foto-collage animato di Steve Sabella che documenta le proteste dei venerdì avvenute recentemente a Gaza.”

4 Maggio 2019
4 Maggio 2019
Leggi tutto
Precedente
“Toy Story 4”. Vi raccontiamo i primi 20 minuti del film e l’incontro con il produttore Jonas Rivera Jonas Rivera - “Toy Story 4”. Vi raccontiamo i primi 20 minuti del film e l’incontro con il produttore Jonas Rivera
Successivo
L’importanza di ritrovarsi in ciò che proviamo. Intervista ad Aldous Harding Aldous Harding - L’importanza di ritrovarsi in ciò che proviamo. Intervista ad Aldous Harding

Altre notizie suggerite