If I’m not me…who the hell am I? – “Westworld” – 3×03

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Il dibattito su cosa si possa identificare con la parola “reale” o su cosa sia definibile “umano” (un andoride dotato di sentimenti, anche se questi sono elaborati meccanicamente, come i nostri lo sono chimicamente, non è umano?) è presente nella fantascienza fin dai suoi albori, alimentato dalle storie e dalle teorie di padri altissimi come Heinlein, Dick, Gibson, Crichton, e alla fine di questa classe potremmo inserire anche le Wachowski e, perché no, anche Jonathan Nolan e Lisa Joy, i quali da circa quattro anni portano avanti la questione con la loro creatura: Westworld. A questi temi, se n’è sempre aggiunto un altro, in modo quasi parallelo: il libero arbitrio. Dopo aver affrontato di petto l’argomento nella prima stagione della serie, averlo smascherato a fondo nella seconda – con la doppia percezione dello spettatore ribaltata (sballottato dalla volontà di parteggiare per le macchine e la consapevolezza di occupare il posto sbagliato tra le due specie), torna con prepotenza in questa terza e, finora, affascinante stagione, che con questo terzo episodio compie un ulteriore balzo in avanti sia in termini di contenuto che di forma.

Visivamente, infatti, The Absence of Field è sontuoso, geometrico, architettonico. In esso vediamo strutture pressoché perfette dell’ambiente reale che circonda i personaggi, disegni certosini sui percorsi della narrazione, forme geometriche accentuate dalle varie forze in campo. Tuttavia, come suggerisce il titolo originale, sembra che questo terreno sia in procinto di franarci sotto ai piedi. Sicuramente è un rimando metaforico alla condizione della protagonista dell’arco narrativo principale dell’episodio, la Charlotte Hale magnificamente ritratta da Tessa Thompson, la cui identità non è mai stata così sfumata, cangiante, misteriosa. Il percorso del personaggio stesso è una contraddizione: incaricata dalla propria azienda (Delos) di indagare su una probabile fuoriuscita di informazioni sensibili comincia a indagare per poi scoprire che la talpa non è altri che se stessa (un canovaccio che ricorda il dickiano Un oscuro scrutare), così come la progressiva perdita di contatto con la propria identità rimette in discussione il concetto stesso di umanità (stiamo pur sempre parlando di un’intelligenza artificiale e doppio di Dolores). Così il ritrovarsi prigionieri di un corpo o di una realtà che riconosciamo come altra (accadeva allo Smith di Matrix Revolution o al Douglas Quaid di Ricordiamo per voi, sempre Dick), può arrivare a minare le basi di un piano prestabilito, spingendoci addirittura dalla parte opposta della barricata (Charlotte si rivolterà contro Dolores).

Così come è prestabilito anche il destino di molti essere umani che popolano la realtà di questa terza stagione al di fuori del parco. Dicevamo dello scheletro carpenteriano della storyline di Caleb (un sempre più convincente Aaron Paul) che viene ulteriormente rinforzato. Il suo è un cammino già deisignato come fallimentare dalla misteriosa macchina Rehoboam, sistema di elaborazione dati capace di tracciare il destino di chiunque, e per questo è considerabile anche meno che umano. Allora deciderà di accettare l’offerta di Dolores nell’innescare una rivoluzione, un cambiamento che dovrà prima di tutto avvenire dal basso. Caleb, ex-militare e proletario, è chiamato quindi a recitare la parte dell’eroe pur essendo dilaniato dai traumi (lo vediamo andare a trovare la madre malata che lo abbandonò da piccolo). Non sarà quindi esente da un probabile fallimento (come non lo erano il Napoleone di Distretto 13 – Le brigate della morte o l’alcolizzato R.J. MacReady de La cosa), ma in fondo è proprio questo che di lui ci attira maggiormente.

2 Aprile 2020
2 Aprile 2020
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