Il marginale oscuro. Dal download allo streaming

Siamo ormai abituati al susseguirsi di notizie inerenti lo stato del mercato musicale, come se fosse un bollettino medico o – peggio – di guerra. L’ultima in ordine di tempo nel momento in cui scrivo (e che sarà forse vecchia quando leggerete) è quella che riguarda i buoni risultati di vendita ottenuti da Taylor Swift e Beyoncé, le quali – analogamente alla britannica Adele – hanno ben pensato di non rendere subito disponibili i nuovi lavori su Spotify con risultati più che lusinghieri (1989 della Swift ha già doppiato il milione di copie tra cd e download). Viceversa, sorta di impietosa prova del nove, Songs Of Innocence degli U2 ha venduto nella prima settimana di presenza sugli scaffali la miseria di 25000 pezzi, poco più del 5% rispetto a quanto realizzò il predecessore No Line On The Horizon nello stesso lasso di tempo. Facile concludere che quello degli U2 rappresenti un caso estremo, non di streaming difatti si tratta ma di regalo vero e proprio almeno della versione digitale. Però intanto mettiamo a verbale che la rock band più celebre del mondo dovrà considerare questa disaffezione dei propri tradizionali clienti quando arriverà il momento di pianificare le mosse future.

Taylor Swift (Screengrab)

Sembrerebbe quindi accertato che lo streaming e la vendita tendono ad un antagonismo serrato, col primo modello distributivo che si sta imponendo con decisione, fatta eccezione per alcune grosse realtà mainstream che scelgono di restarne fuori del tutto o temporaneamente per sfruttare le potenzialità commerciali del proprio appeal. Con buona pace di Thom Yorke – col quale si può essere anche d’accordo – a prevalere sarà chi potrà mettere sul piatto la migliore strategia di mercato, che in questo momento sembra quella proposta da Spotify. Tanto che risulterebbe già avere marcato un’impronta decisiva sulle abitudini dei consumatori. Pare infatti che da Apple arrivino dati pesantissimi riguardo la vendita del digitale, con un calo stimato attorno al 13% da inizio anno: un tonfo inaudito in un lasso di tempo tanto breve, che guarda caso coincide con l’assestamento di Spotify nei tablet e negli smartphone sparsi nel globo. Una notizia che fa il paio con il drastico calo della vendita di libri su Amazon, con particolare riguardo per i libri di testo scolastici: ad accomunare queste due ferali news sarebbe la causa, individuata dagli analisti nella sempre più diffusa pratica del noleggio. E’ un po’ come se nell’era dello streaming il fatto stesso di possedere un prodotto “culturale” – sia detto nel senso più ampio e vario possibile – avesse perso improvvisamente valore e perfino senso.

La molla che faceva scattare l’impulso all’acquisto, caricata da circuiti emotivi profondi e radicati, si è arrugginita e bloccata, subito sostituita da una transazione digitale impalpabile ma onnisciente. Ci stiamo abituando cioè all’idea che il possesso non sia più un fatto esclusivo e che si possa applicare a tutto ciò che è distribuibile: se esiste, posso usufruirne. Anzi, a dirla tutta siamo già un passo oltre: lo cerco anche se non mi è dato sapere che esista. Non è un fatto da poco, anzi: è il desiderio che proiettandosi sul mare magnum dell’offerta globale di fatto rende reale l’oggetto stesso del desiderio. L’indicizzazione in modalità big data rende vicinissimo il marginale più oscuro, illuminandolo. Il marginale può diventare centrale in un attimo. Cerchi una band che suoni come un incrocio tra Tom Petty, i Big Star ed Elvis Costello? Ce ne sono a Portland, a Francoforte, a New York e a Bangalore. E un attimo dopo suonano nelle tue cuffie attraverso il tuo tablet. Il bello è che non si tratta solo di un collasso geografico ma anche cronologico, perché la rete sta ormai coprendo nel suo catalogo dischi usciti da decenni. Può capitare che l’esperto di new wave che si è comprato tonnellate di vinili nei 70s scopra oggi una band fenomenale di cui non si era accorto all’epoca, e che magari gliela faccia scoprire un sedicenne scafatissimo sui social. Uno smacco, certo, ma anche una situazione meravigliosa, se non si tiene conto degli inevitabili effetti collaterali.

sentireascoltare_matt_farley

Ovvero che la potenza della ricerca prenda il sopravvento. Vedi in questo senso la storia di Matt Farley, un musicista del Massachusetts che ha avuto la pensata di comporre pseudo-canzoni coi titoli che richiamassero i topic più ricercati dagli utenti (nomi di celebrità, città, animali…), attribuendoli a band-fantoccio con ragioni sociali quali The Strange Man Who Sings About Dead Animals e Papa Razzi and the Photogs. Secondo wikipedia, dal 2008 il buon Matt avrebbe composto più di 200 album e 13.000 canzoni, che caricati su Spotify gli farebbero intascare la rispettabile cifra di $ 16.500 ogni anno. Si tratta di un caso tanto assurdo quanto emblematico, che dimostra quanto la natura della musica sul web rischi di abdicare in toto alla sovrastruttura del web stesso, alle leggi cioè che la catalogano, la rendono rintracciabile, distribuibile e infine monetizzabile. Con la sua tipica propensione ad estremizzare le tendenze, il web ci mostra come la versione 2.0 (ma forse siamo già al 3.0, per quel che vale) della musica commerciale tende a smarcarsi dall’autore diventando un puro manufatto tecnologico. Ciò che Farley può sfornare (al ritmo di 20 canzoni al giorno, pare), un algoritmo potrà farlo sicuramente meglio. Ed eccoci ad Orwell (e un po’ anche a Monty Python).

Non è, ovviamente, quello che ci auguriamo. Aggrappandoci ad un sano realismo, lo rubricherei senz’altro come un fenomeno marginale e persino folcloristico. Ma sarebbe sbagliato ignorare il monito che cela neanche tanto in filigrana.

1 novembre 2014
1 novembre 2014
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