Temporali

Internet e classifiche: misurare il successo è possibile?

Da qualche anno sono diventati sempre più frequenti i casi di album pubblicati esclusivamente (almeno nella prima settimana) su determinate piattaforme di streaming o in specifici online store. Questo è solamente uno dei tantissimi aspetti che hanno in qualche modo reso sempre più difficile tenere traccia del reale successo di un album. Prima di analizzare gli eventi più recenti, partiamo da alcune considerazioni apparentemente scontate ma che in passato hanno generato parecchia distorsione della realtà, soprattutto a livello informativo/mediatico.

1) Le copie vendute di un album non sono necessariamente indicatore di successo:

– escludendo i breakthrough album, mediamente circa un 30% delle copie vendute da un album nei primi due anni sono vendute nella prima settimana. Inoltre, generalmente la cifra della prima settimana è indice principalmente del successo dell’album precedente.
– la stagionalità ha un impatto enorme: lo stesso disco pubblicato a fine novembre invece che ad agosto può vendere il triplo delle copie.
– le dimensioni dei diversi mercati giocano un ruolo fondamentale: un disco di medio successo di un cantante country americano può vendere solamente in USA le stesse copie che vende un disco che riscuote grande successo in tutti i paesi Europei, Inghilterra inclusa.

2) Le certificazioni (disco d’oro, disco di platino, ecc…) in passato facevano sempre e solo riferimento alle copie distribuite nei negozi, non a quelle effettivamente vendute. Tanti i casi di dischi certificati oro o platino nonostante vendite reali di molto inferiori alle soglie di riferimento. Ipoteticamente in USA (dove le certificazioni RIAA sono 1 milione di copie per il disco di platino e 500.000 copie per il disco d’oro), un disco che ha realmente venduto al pubblico 450.000 copie può essere certificato platino e uno che ne ha realmente vendute 750.000 copie solamente disco d’oro. Alcuni Paesi, come l’Italia, da un po’ di tempo hanno iniziato ad utilizzare le copie vendute per le certificazioni, altri invece certificano ancora oggi sul distribuito.

3) La posizione che si raggiunge in classifica ha sempre meno importanza: con le vendite in declino, raggiungere le posizioni più alte delle chart è diventato sempre più semplice tanto che anche un disco di un artista di medio successo può entrare senza problemi in top10. Questo fenomeno è ancora più evidente nei mercati minori e assume connotazioni quasi ridicole nelle classifiche secondarie (quelle relative ad un singolo servizio/store online). Ad esempio, certi sbandieramenti per posizioni di rilievo raggiunte nella classifica iTunes (per di più giornaliera) andrebbero quantomeno ridimensionati.

4) In molti paesi, Italia compresa, il sistema di rilevamento non tiene conto delle vendite che avvengono nei luoghi (virtuali e non) più cari agli artisti extra-major, come i negozi indipendenti, il merchandise durante i concerti o tutti quei sistemi che prevedono un contatto diretto tra artista/label ed acquirente (sito ufficiale, Bandcamp, ecc…).

Se questi fattori – per certi versi fisiologici – hanno da sempre rappresentato una limitazione, oggi la situazione è ancora più complessa, dato che i metodi di fruizione musicale sono aumentati esponenzialmente e contemporaneamente si viaggia a due velocità, tra un ritorno al passato e la rivoluzione streaming. Se già ora è possibile notare risultati diversissimi tra gli album più venduti (fisicamente o in download) e gli album più ascoltati sulle piattaforme streaming, c’è da scommettere che in futuro queste discrepanze saranno destinate a crescere.

Ci si trova quindi di fronte alla necessità di unire metriche di successo non solo provenienti da fonti differenti, ma anche fondamentalmente incomparabili. Quanto possono valere 10 plays su Spotify di una canzone contenuta in un album? Quanto possono valere 10.000 views di un video su Youtube? Fortunatamente c’è chi ha fatto alcuni calcoli al posto nostro e ha deciso che 1.500 plays/views via streaming equivalgono ad un album venduto. Stiamo parlando della RIAA (l’agenzia che da decenni si occupa delle certificazioni musicali sul territorio statunitense), che proprio in questi giorni piuttosto confusionari (vedi il caso di Anti di Rihanna) ha annunciato che inizierà a considerare anche lo streaming per la valutazione delle certificazioni (oro, platino, ecc..). Nel frattempo Soundscan, l’agenzia che invece si occupa di tracciare le vendite dei dischi alla base delle classifiche americane Billboard, ha da qualche mese introdotto i dati streaming per la compilazione delle principali album charts USA, creando non pochi disallineamenti. Tutto ciò cosa potrebbe comportare?

Prima di tutto la questione diventa sempre più track-centrica: un album con una hit che registra 150.000.000 di plays (e su Spotify ci sono già canzoni con certe cifre) avrà un equivalente di 100.000 copie vendute del disco, mentre album di successo ma privi di una grande hit/tormentone faticherà a totalizzare certi numeri. Parallelamente, sarà difficile valutare il successo dei greatest hits. Da quanto annunciato da RIAA sembrerebbe che se le tracce contenute in un greatest hits appartengono ad album precedenti, le unità equivalenti verranno attribuite solamente agli album precedenti. Parallelamente se un greatest hits include un inedito, se lo stesso inedito sarà incluso in un album pubblicato successivamente al greatest hits, i plays del brano saranno conteggiati per il greatest hits ma non per l’album pubblicato successivamente. Già abbastanza complesso a livello teorico, figuriamoci nella pratica, sperando che vengano eliminati sistematicamente i sistemi automatizzati che permettono di aumentare il numero di plays/views.

Tutto questo in un contesto generale caratterizzato da poca trasparenza, in cui i dati di vendita/streaming/download mediamente non vengono diffusi e in cui la regola è ancora quella di ingigantire a livello mediatico risultati in realtà tutt’altro che sorprendenti. Alcuni siti come Next Big Sound da qualche anno stanno esplorando ed ottimizzando metodi moderni per misurare il successo degli artisti su internet utilizzando – quando disponibili – sia dati relativi ai social network, sia dati relativi allo streaming. Quello che ancora manca (e che difficilmente si concretizzerà) è un sistema unificato e omnicomprensivo in grado fornire sia indicatori complessivi, sia dettagli per artista, album, paese, formato o supporto.

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