Il reporter del rock – Intervista al fotografo Brian Aris
Da fotoreporter a ritrattista di alcune delle più grandi stelle della musica pop e rock, e non solo

Brian Aris non è molto conosciuto in Italia. Oltre ad essere stato un fotografo di moda, un professionista che ha ritratto diversi attori e cantanti e band internazionali, nella sua carriera è stato ingaggiato più volte dalla famiglia reale britannica per fissare su pellicola fotografica alcuni suoi componenti in concomitanza di importanti occasioni, non ultimo il 70esimo compleanno di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Aris ha anche ufficialmente ritratto le nozze di non poche celebrità, senza dimenticare i servizi per il progetto del Live Aid e il Freddie Mercury Tribute. Questo fotografo inglese ha anche collaborato diverse volte con David Bowie, occasionalmente negli anni ‘80, e sistematicamente a partire dagli anni ‘90: scattò le foto ufficiali ai suoi Tin Machine (un progetto non sempre amatissimo dai fedelissimi fan) e soprattutto in due momenti molto particolari della sua vita privata.

Questa è la mia chiacchierata con Brian Aris anche a riguardo dei suoi primi servizi come reporter di guerra intorno al mondo, le sue amicizie con la modella Twiggy, il fotografo Terry O’Neill, Bob Geldof e di quella volta che Bowie durante una sessione nel suo appartamento newyorkese scomparve per 30 minuti…

COME TUTTO HA AVUTO INIZIO

Mr. Aris, come si è trovato ad imbracciare una macchina fotografica?

Da studente amavo l’arte ma non ero portato. Non sapevo dipingere ne disegnare ma un mio insegnante valutò che avevo un buon occhio per la composizione e mi consigliò un corso di fotografia. Mi innamorai dell’intero processo di fare fotografie e poi di stamparle. Avevo 14 anni. Dopodiché lessi un libro intitolato Shoot First, scritto da un cameraman di cinegiornali chiamato Ronnie Noble. Mi conquistò. Sarei diventato un fotografo! Portavo sempre con me una piccola 35mm e una domenica mattina sentii le sirene dei soccorsi sfrecciare davanti a casa. Li seguii. Stavano domando un incendio nel quale un bambino morì. Mio padre mi condusse alla sede di un giornale nazionale e loro svilupparono la mia pellicola. L’editore mi incontrò e rimase colpito dalle mie istantanee e mi consigliò di diventare seriamente un press photographer. Si offrì di introdurmi ad un’agenzia chiamata Fleet Street. Così, con la benedizione dei miei genitori lasciai la scuola senza sostenere gli esami e cominciai a lavorare come tuttofare al Central Press Photos. Il periodo di apprendistato era di 7 anni ma decisi di andare avanti con le mie foto. Quando si presentò per me un’opportunità presso una agenzia freelance per il Daily Mirror, che aveva una buona reputazione per le news fotografiche, mi licenziai.

La sua carriera si potrebbe dividere in tre periodi. Nella prima lei è stato un fotore-porter in giro per il mondo, dove c’erano conflitti o crisi umanitarie: dall’Irlanda al Libano, dalla Giordania all’Africa, persino in Vietnam. Quale esperienze l’hanno colpita di più?

Nel 1968 supplicai un editore di mandarmi nell’Irlanda del nord, dove c’erano sommosse di quartiere e i diritti civili stavano diventando le notizie principali del giorno. Alla fine accettò e divenni un regolare inviato durante i weekend, quando accadevano le situazioni più problematiche. Questo mi convinse che il mio futuro era nel foto-giornalismo. I miei viaggi mi portarono a contatto con l’associazione Save the Children, patronata dalla Principessa Anna, e mi chiesero di seguirla in una visita ufficiale fino in Sudan ed Etiopia. In quel viaggio non vedemmo mai i segni della carestia ma se ne sentiva parlare in modo costante e minaccioso. Mi ero unito all’agenzia fotografica internazionale Camera Press loro persuasero la rivista Vogue ad usare una delle mie immagini della Principessa in Sudan per una copertina. Con il loro aiuto tornai in Etiopia riuscii infine a documentare l’orrenda carestia che il regime locale nascondeva all’Occidente. Alcune immagini erano troppo traumatiche per i quotidiani, allora il nuovo tabloid inglese The Sun le pubblicò e divennero la notizia di prima pagina.

Dopodiché cambiò completamente direzione, lavorando con modelle per il mondo della moda. Il suo secondo periodo. Come mai questa decisione?

Quando tornai dal Vietnam nell’aprile del 1975, due giorni prima l’esercito nord-vietnamita aveva marciato su Saigon e mio malgrado capii come funzionava il mondo delle news. Avevo dell’ottimo materiale riguardante l’evacuazione della città ma la guerra era stata persa e l’Occidente sembrò perdere ogni interesse per quella parte del mondo. Rimasi molto deluso e quelli del Sun mi suggerirono un ambito totalmente diverso. Accettai. Mi divertii a fotografare le loro modelle a St. Tropez o in Jamaica. Stare là con delle belle ragazze. Alcune diventarono mie amiche, e lo sono tutt’ora. Ma comportò una certa sfida. Trovavo la faccenda troppo facile, e nonostante avesse permesso di comprarmi la mia prima Bentley e una casa in campagna, in breve decisi che dovevo cambiare ancora, e forse tornare a lavorare nel mondo delle news.

ROCK THE WORLD

È vero che il passo successivo – così arriviamo alla sua terza e definitiva fase, quella orientata alla musica pop e rock – fu grazie alla sua amicizia con Paula Yates e Debbie Harry? Fu una scelta precisa o semplicemente ‘capitò’ e basta?

In qualche modo è così. Avevo uno studio nella zona est di Londra, nel quale improvvisamente mi venne chiesto di fotografare alcuni nuovi musicisti emergenti. La nuova scena musicale britannica stava per esplodere. Naturalmente accettai ed è così che incontrai Debbie Harry dei Blondie. Debbie era diversa. Non solo una delle donne più belle che avessi mai fotografato, ma anche una delle più talentuose. Era anche qualcosa di esotico. Veniva da New York ed era amica di Andy Warhol. Il suo modo di essere la frontwoman dei Blondie era unico. Credo che il mio primo shooting con lei ebbe un impatto tale su di me che sentii di dover proseguire su quella strada.

Una mattina aprii la porta e trovai una bionda semisvestita che mi annunciava di voler diventare una modella. Le offrii una tazza di tè e le spiegai educatamente che era semplicemente troppo bassa per diventare una modella di successo. Lei se ne andò giurando che un giorno sarebbe senza dubbio tornata! Tempo dopo mi chiamò dicendomi che si stava vedendo con un cantante, avrei acconsentito a fotografarla, se portava anche lui? Acconsentii perché ero rimasto incuriosito dal primo incontro. Ecco come iniziò la mia lunga collaborazione con Paula Yates e Bob Geldof. Diventammo amici e mi rimangiai le parole, dal momento che Paula e io viaggiammo per il mondo, realizzando foto di lei come modella per diversi magazine.

Ricorda chi fu il primo cantante, o band, che fotografò?

Furono i Beatles! Durante gli anni Sessanta mi unii ad un quotidiano londinese locale, grazie al quale potei ritrarre alcuni gruppi che suonavano al teatro della zona. Tra questi proprio i Beatles durante il loro primo tour a Londra. Così un giorno mi ritrovai con loro nella dressing room, documentandone l’esibizione. Dopo la mia prima sessione con Debbie toccò ai Police, e nacque un’altra bella amicizia con Sting. Naturalmente fui abbastanza fortunato da viaggiare con queste band e ritrarle anche durante alcune delle loro sessioni in studio. I Police a Montserrat, i Roxy Music alle Bahamas, i Rolling Stones a Boston durante le loro prove segrete… Tina Turner venne nel mio studio, così come i Jam, i Clash, Madonna, Mick Jagger, i Dire Straits, Rod Stewart e molti altri.

Negli anni ‘80s venne ingaggiato per fare le foto ufficiali alla Band Aid. Dopodiché lavorò anche al concerto del Live Aid. Cosa ricorda di quei giorni?

Geldof mi chiamò, insistendo che dovevo fotografare le registrazioni del primo progetto per raccogliere fondi per l’Etiopia. Così un lunedì mattina arrivai in uno studio a Londra dove Bob e Paula stavano aspettando di vedere chi effettivamente sarebbe venuto a registrare.  Non ero convinto che tutti quelli sulla lista avrebbero partecipato, ma fu presto chiaro che il progetto stava decollando. Ovviamente Bob usò il suo carisma irlandese e le stanze si affollarono con i membri dei Duran Duran, Spandau Ballet, quindi Sting e molti altri famosi musicisti, tutti raccolti a registrare Do they know it’s Christmas?. Quando me ne andai intorno a mezzanotte Bob e Midge Ure (co-autori del brano e organizzatori dell’evento, ndA) sedevano esausti nella sala di incisione. Ma avevano appena firmato una nuova tappa della storia della musica. Il giorno successivo ottenemmo le prime pagine dei media britannici e l’industria musicale cambiò per sempre.

La Band Aid ebbe un successo globale, così Bob decise di produrre il Live Aid. Ancora una volta lavorai nel backstage, assieme a David Bailey, con Paula vicino a me che intervistava i cantanti per un network americano. La giornata fu a dir poco frenetica ma non credo che nessuno di quelli coinvolti si aspettasse una così eccellente performance come quella di Freddie Mercury e i suoi Queen! Curiosamente i miei ricordi di quel lunghissimo giorno vanno a come i cantanti andassero d’accordo nel backstage. Credo che dopo quegli eventi gli artisti abbiano capito che potevano mettere da parte le loro rivalità e lavorare occasionalmente per una causa più grande. Bob fu fantastico a organizzare il Live Aid e successivamente il Live8. Più recentemente realizzò anche un’altra campagna con artisti più giovani, raccogliendo fondi per curare l’ebola in Africa.

Immagino che le sue precedenti esperienze in Africa le furono di aiuto per questo progetto di Geldof… 

Sì, il mio primo viaggio mi aveva lasciato dei ricordi che non dimenticherò mai. Visitai un  campo profughi dove in una notte erano morti 8 bambini per la malnutrizione. Quando vedi una cosa del genere con i tuoi occhi cominci a pensare cosa si potrebbe davvero fare  per cambiare qualcosa. Immagina perciò il mio entusiasmo quando Bob Geldof mi chiese di fotografare la Band Aid e di partecipare alla raccolta fondi per debellare la fame in Etiopia.

Lei ha lavorato con i Beatles, i Rolling Stones, Tina Turner, i Blondie, i Clash, gli Eurythmics, Madonna, George Michael, Ed Sheeran, i Coldplay… quale di loro è più vicino ai suoi gusti musicali?

Le mie preferenze all’inizio erano per il modern jazz. Adoravo Miles Davis e i grandi americani come Frank Sinatra. Ma tutto cambiò quando andai ad ascoltare il famoso concerto che segnò la svolta elettrica di Bob Dylan all’Albert Hall. Molti fischiarono e se ne andarono dopo la pausa. Ma per me fu uno dei più grandiosi momenti vissuti ad un concerto. Diventai un fan irriducibile di Dylan e poi anche di Van Morrison. Negli anni ‘80 i miei gusti si espansero e diventai molto ‘devoto’ al rock. Possiedo una corposa collezione sia di CD che di vinili e ora amo Elbow così come i Coldplay e i Rolling Stones. Eric Clapton, Pete Townsend e Keith Richards rimangono i miei preferiti. Mi sento estremamente fortunato ad aver vissuto in un periodo così decisivo per la musica rock, che penso non si ripeterà mai più. Oltre naturalmente ad avere avuto l’onore di aver incontrato e lavorato con alcuni dei musicisti più sopraffini.

DAVID BOWIE – PARTE PRIMA: I TIN MACHINE

Ero curioso di intervistarla per via del fatto che ha ritratto David Bowie in diverse fasi durante la seconda parte della sua carriera. Non solo per quanto riguarda la sua produzione musicale. È giusto dire che iniziò a collaborare a stretto contatto con lui a partire dal 1991, quando era nel gruppo dei Tin Machine?

Sì, è curioso che non lo abbia mai incontrato precedentemente. Gli scattai per la prima volta una foto al Live Aid. Subito dopo al matrimonio di Bob Geldof con Paula Yates. All’epoca era un uomo più maturo e concentrato sulle arti. Aveva davvero una presenza magnifica e carismatica.

Come erano le relazioni tra i quattro membri dei Tin Machine?

La band era estroversa, rumorosa ed energica. Si lasciavano coinvolgere con entusiasmo da David, che era altrettanto estroverso.

Probabilmente la sua prima sessione con la band fu quella in Irlanda. Ha dei bei ricordi di quei giorni?

Quando andai a Dublino per realizzare le foto dei Tin Machine, loro erano sul set di un videoclip girato dal fantastico Tim Pope. Non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi. Ma in quel giorno ottenni alcune istantanee meravigliose, grazie anche ad un set tra i più strani: il completo verde acido firmato da Thierry Mugler, le camice di Versace, il crocifisso rosso con il diavolo, la chitarra argentata… Tutto questo rese la giornata indimenticabile. Spesso mi è stato chiesto a proposito della gamba fasciata di David. Credo che fosse per via del suo tatuaggio con incisa una preghiera d’amore per Iman, che poco più tardi sposò.

So che in quella occasione riceveste una visita inaspettata.

Senza dubbio il momento più assurdo fu quando suonarono il campanello dello studio e io andai ad aprire. Immagina la mia sorpresa quando in quella tranquilla domenica mattina a Dublino il signore alla porta disse: “Salve, sono Tom Cruise e questa è mia moglie Nicole Kidman, siamo venuti a salutare David”!

Che accadde poi?

Cos’altro potevo fare se non farli accomodare? Se non ricordo male la coppia sedette tranquilla e un po’ stravolta come me dal set e dagli strani elementi presenti. David era vestito elegantemente in Versace, ma poi finì in calzoni corti e la sua gamba sinistra fasciata per il tatuaggio. Si aggiunse al gruppo anche Marianne Faithfull, alla quale scattai una foto con Bowie in un set sempre più affollato.

Alcuni fan negli anni sono stati molto critici su quel progetto musicale. Quale è la sua opinione?

Penso che You Belong In Rock and Roll sia ancora una delle migliori e solide canzoni dei Tin Machine.

Poi avete cominciato a girare il mondo insieme.

Sì, ho seguito la band in tour. Piccoli teatri dove ho rischiato di perdere l’udito, trovandomi di fronte agli altoparlanti sparati a tutto volume. Ma la vicinanza e la primitività del pubblico nelle varie date resero le fotografie molto potenti.

In Italia lei ha realizzato uno scatto curioso a Bowie davanti al palazzo del Quirinale, a Roma, nel quale lui scherza come un semplice turista con una statua sullo sfondo.

Sì, facemmo i turisti per un giorno in Italia! David era davvero pieno di conoscenza su Roma e io con la band lo seguimmo tra le orde di turisti, come se lui fosse una guida. Ovviamente ogni tanto veniva riconosciuto ma nessuno creò dei veri problemi. Mi è stato detto che in uno di quei giorni, mentre non ero con lui, andò in Vaticano con il suo PR Alan Edwards. Gli mostrò e spiegò nel dettaglio la storia che sottostava ai meravigliosi dipinti, alla fine un gruppo di visitatori lo seguì come se fosse una vera e propria guida locale.

Lei era anche al Freddie Mercury Tribute.

Prima del concerto David mi chiese di venire a fotografare le prove. Lo studio era zeppo di performer ma la stanza divenne silenziosa quando lui provò Under Pressure con Annie Lennox. George Michael era dietro, appartato nell’ombra, che cantava ogni singola parola. È interessante, perchè quando poi George provò i suoi pezzi, accadde la stessa cosa con Bowie. L’enorme folla dello stadio, tutti i musicisti – incluso David – guardarono, ascoltarono e applaudirono quando George terminò quella che fu una delle migliori performance. Tuttavia l’immagine che ricordo con più affetto è quella di David che abbraccia il suo chitarrista Mick Ronson. Scattai la foto in un angolo buio del palco e rimane una delle mie preferite. Purtroppo solo un anno più tardi Mick ci ha lasciato.

MATRIMONI E REALI

Nella foto di gruppo al matrimonio di Bob Geldof con Paula Yates (1986), la coppia è circondata da molti amici cantanti, ma Bowie è l’unico ad avere una posizione privilegiata, seduto su una grande poltrona, quasi come in trono. Ok, lui era il (sottile e bianco) duca, ma… come mai?

Era semplicemente l’unico destinato a sedersi su quella sedia nella famosa foto del matrimonio di Geldof. Anche quando si esibiva sul palco, tutti gli occhi erano su di lui, non per gli altri.

Lei è famoso anche per aver realizzato i servizi fotografici per diverse celebrità (David e Victoria Beckham, Sting, Liza Minelli…) ma anche delle sessioni con alcuni membri della famiglia reale, non ultima la Regina Elisabetta. Non le è mai capitato di fare delle gaffe?

Una volta mi è quasi caduta la macchina fotografica dalle mani mentre Sua Maestà si stava sistemando per il primo scatto. Fortunatamente il mio assistente riuscì ad afferrare la mia grossa Hasseblad dicendomi: “Non dovrebbe fare così, Mr. Aris”. La Regina trovò la situazione molto divertente e scoppiò a ridere. Per mia fortuna, grazie all’esperienza scattai tre frame, che sono i miei preferiti tra tutti quelli fatti ai reali.

Ha fotografato Bowie non solo per eventi musicali, ma anche in alcuni momenti molto intimi e privati della sua vita. Per esempio in occasione del suo matrimonio a Firenze con la modella Iman. So che David era molto determinato a difendere la propria privacy e che copriste le finestre della chiesa con le lenzuola prese da un albergo…

Quando David mi chiese di immortalare il suo matrimonio con Iman io ero molto emozionato, finché rivelò che sarebbe stato a Firenze, nel paese dei paparazzi. Un bel problema! Le foto dovevano  rimanere esclusive, perciò dovemmo inventarci qualcosa per tenere lontani gli altri fotografi. Decidemmo di drappeggiare l’entrata della cattedrale finché la coppia non sarebbe arrivata. A quel punto il piano prevedeva che la crew avrebbe circondato gli sposi con le lenzuola e i paparazzi non avrebbero visto nulla. A David piacque l’idea, che funzionò perfettamente. Fu una sfida interessante anche per lo stesso David, e proprio per questo si divertì molto.

Com’era l’atomosfera durante la cerimonia e il party successivo?

Si trattava certamente di un affare di famiglia, ma erano presenti anche alcuni musicisti. Per esempio Yoko Ono, Bono degli U2 e Brian Eno. Furono molto felici di posare per l’obiettivo e si unirono con entusiasmo alla gioia collettiva della giornata. Avevo già realizzato alcuni servizi a dei matrimoni di persone famose, ma questa di Firenze fu una delle più emozionanti. Nonostante la grandezza della cattedrale, attraverso le mie foto traspare una certa intimità. Molti piansero ed era evidente il sentimento profondo tra David e Iman. Allo stesso tempo c’era un ottimo rapporto tra i familiari di David, in modo particolare con il figlio Duncan. Fui molto felice di poter immortalare quei preziosi momenti.

DAVID BOWIE PARTE II: UN UOMO NUOVO

Ritrasse ancora David e Iman proprio nel loro splendido appartamento di New York. L’occasione era molto speciale: una sessione esclusiva per presentare al mondo la loro neonata Alexandria Zhara. Meglio conosciuta come Lexie. Loro sembrano davvero al settimo cielo.

Dopo Firenze la sessione a New York fu altrettanto importante. Fotografarli con la loro bambina. Dubito che vi sia stato un momento più felice nella vita di David. Quell’elemento rese lo shooting particolarmente semplice da realizzare.

Penso che abbia fatto un lavoro fantastico. Alcune istantanee sono semplicemente  favolose! C’era un art director con voi? Quanto durò la sessione? 

Trascorremmo un incantevole giornata assieme nel loro appartamento presso la Essex House, che sovrasta Central Park, senza alcun art director o collaboratori. Scattai una foto dopo l’altra, esse riflettevano la felicità che loro emanavano.

Che cosa può dirmi di quella in cui David giace supino con Lexie su una poltroncina vicino ad una finestra?

Quell’immagine di Lexie sdraiata sul petto del padre saltò fuori casualmente, perché desideravo la presenza di New York in almeno una foto. Lo espressi a David, che si posizionò direttamente lì con la piccola, sdraiato proprio sotto la finestra. La realizzammo in pochi minuti.

Ha qualche aneddoto da raccontare, di quella sessione?

Un momento straordinario del giorno fu quando David scomparve mentre io fotografavo Iman con la bambina. Non riapparì prima di 30 minuti, per consegnarmi una stampa di una foto di me che ridevo. L’aveva prodotta e stampata nel suo studio. All’epoca si fotografava e stampava ancora solo su pellicola e mancava ancora un pò all’avvento del digitale, in qualche modo la realizzò con la sua stampante a colori. La firmò e disse che era un piccolo ringraziamento per essere venuto fino a New York a fotografarlo. Custodisco quella stampa con affetto e ha un posto speciale nel mio ufficio.

Bowie appariva come un uomo piuttosto diverso nella seconda parte della sua vita. Un essere umano più saggio, realizzato e appagato. Anche lei lo pensa?

Senza dubbio secondo me questo era il suo periodo migliore. Ancora pronto a sperimentare musicalmente e ad esplorare la sua arte, ma pienamente appagato da un matrimonio felice, circondato dalla propria famiglia.

Quasi dieci anni prima (verso la fine del 1992) lo aveva ritratto in alcuni   affascinanti e interessanti ritratti sul set del videoclip per il singolo The Buddha of Suburbia. Era una sorta di ritorno alle origini, visto che si trattava della zona molto vicina a dove era cresciuto. St. Matthew’s Drive, a Bromley. Le sembrò nostalgico a visitare quei luoghi?

Quando si recò nella periferia a sud-est di Londra per girare il video promozionale venni ingaggiato per le foto di scena. Ritengo che David forse tornato là in precedenza e non mostrò grandi segnali di nostalgia per la strada periferica dov’era cresciuto. Era decisamente divertito da come l’area fosse così compassata. Giardini ordinati e casette identiche, molte con le tende alle finestre e nessun segno degli occupanti. Le strade erano deserte in quella mattina di un giorno lavorativo, e fatta eccezione per pochi vicini che spiavano da dietro le tende nessuno uscì a parlare con la crew o David. Zero curiosità. La vera classe media suburbana inglese. Penso proprio che sarebbe piaciuta molto al regista americano David Lynch. Di certo avrebbe creato una splendida versione britannica del film Blue Velvet!

Quale era la cosa più notevole del collaborare con Bowie? Aveva una precisa visione per gli shooting?

Per un fotografo lui era un modello naturale. Cooperava in modo brillante ed era sempre affascinato dalle sessioni fotografiche, che per’altro comprendeva molto bene.

Una volta ha definito David come ‘un uomo modesto e generoso’. Mi può spiegare meglio questa definizione?

I miei incontri con David Bowie erano sempre una gioia. Dal Live Aid alla periferia di Bromley per The Buddha of Surbubia, agli studi di Londra e New York, compresi i teatri per i concerti in Inghilterra, Irlanda e Italia. Mi sono sempre trovato ad avere a che fare con un uomo intelligente, loquace e generoso, che si comportava in modo modesto ma che era uno dei musicisti più importanti e creativi del ventesimo e ventunesimo secolo.

FOTOGRAFIA

Che mi può dire dei suoi rapporti con la celeberrima supermodella Twiggy, l’icona dei favolosi Swinging Sixties?

Come successe per David Bowie, non la incontrai nei suoi primi anni. Nonostante vivessi nella stessa zona a nord di Londra. Essendo nel fotogiornalismo non avevo alcun interesse per le foto legate alla moda. Ed era proprio quando Twiggy era sulle prime pagine delle riviste specializzate sia inglesi che americane. Tutto cambiò negli anni ‘80 e un giornale mi mandò a realizzare alcune foto a lei mentre era su un palco di Broadway per The Boy Friend. Aveva appena lasciato il mondo della moda per i musical e il teatro. Vestiva casual… adoravo quello che stavo facendo e che si fosse lasciata alle spalle la sua reputazione di manichino degli Swinging Sixties, che si fosse trasformata in una splendida donna… molto sexy! Quella sessione ci portò ad un lungo rapporto professionale e ad una bella amicizia sia con lei che con il marito, l’attore Leigh Lawson.

È curioso, avevo fotografato Leigh molto tempo prima, all’inizio della mia carriera. Ero sul set del film di Zeffirelli Fratello Sole, Sorella Luna (1972), girato in Sicilia. Fu interessante fare quelle foto, Franco era un regista meraviglioso e passai dei bei momenti con il cast. Ma l’esperienza di aspettare ore e ore per scattare poche foto nel giro di pochissimi secondi mi convinse che l’esperienza di fotografo di scena non faceva per me. Non vedevo l’ora di tornare in Vietnam e alla realtà.

Molti attori hanno posato per lei: Brad Pitt, Sofia Loren, Meryl Streep, Hugh Grant, Richard Gere… meglio lavorare con questi, i musicisti o le modelle?

Negli anni ho ritratto molti attori e ho capito che il segreto con loro è dirigere lo shooting. Essere fotografati non è una cosa facile da sopportare. Può risultare molto invadente, così renderlo divertente, dare molte istruzioni e accorciare i tempi sono cose che aiutano. I comici probabilmente sono quelli più difficili, perché continuano a recitare cercando di distrarti dalle loro vere personalità. È una bella sfida. Cerco sempre di lavorare dentro uno studio, perché non sai mai quello che potrebbe accadere. Fortunatamente nella mia carriera ho incontrato poche vere difficoltà. Per me la fotografia è stata sempre una gioia, anche se sono passate alcune decadi. Mi è sempre stato detto che gli artisti sono persone difficili, ma non per me. Ho sempre fatto con loro una chiacchierata davanti ad una tazza di caffè nella stanza del trucco, senza precipitarmi a fotografare. Ho diretto le sedute in modo personale, una cosa che credo aiuti molto. Migliore è il rapporto che hai con il soggetto, migliori saranno le fotografie. È una cosa semplice. Perciò sono sempre stato estremamente felice di lavorare in studio e ricevere lì molte persone diverse.

Pensando alla fotografia inglese, è chiaro che lei ha qualcosa in comune con Terry O’Neill, scomparso pochi mesi fa. Una volta ho avuto il privilegio di intervistare anche lui. Entrambi avete lavorato con una lista infinita di celebrità provenienti da campi diversi della società. Nonostante gli inizi delle vostre carriere siano diverse, le vostre strade si sono mai incrociate?

Era un artista che ammiravo. Condividemmo la medesima stampante per un po’ e lo conobbi dove sviluppavamo le nostre pellicole, nel centro di Londra. Mi mostrò le sue foto a Robert Redford e io le mie a Debbie Harry. Ho sempre pensato che gli sarebbe piaciuto fare cambio con me, sapendo quanto gli piacevano le belle donne! Nonostante si fosse sposato a Hollywood [in seconde nozze con Faye Dunaway, NdA] e vissuto negli USA, aveva mantenuto il suo senso dell’humour tipicamente inglese, e anche una grande generosità con gli altri fotografi. Quando venni ingaggiato per ritrarre ufficialmente la Regina in occasione del suo 70simo compleanno telefonai a Terry. Lui l’aveva già fotografata e pensai potesse darmi un consiglio. Mi disse semplicemente di non parlare mai di calcio e di ricordarmi una sola cosa quando sarei stato in quella stanza a Buckingham Palace. Quando avrei ottenuto le mie fotografie, non avrei avuto altre ambizioni di ritrarre altri personaggi, fossero loro attori, politici o musicisti. Come persona cresciuta nel regno di Sua Maestà avrei raggiunto il mio massimo, e non avrei temuto più nulla.

Ha avuto dei mentori o qualcuno che l’ha particolarmente ispirata? 

Tutto sommato penso che il libro che ti ho citato prima, Shoot First, mi ha fortemente influenzato… tutte quelle avventure di un cameraman negli anni ‘40 e ‘50 sono state determinanti su un ragazzino di 14 anni. Poi ci fu Donald McCullin. Il mio vero eroe. Il più grande nel fare foto durante i conflitti,  anche perché aveva una grande sensibilità di composizione dell’immagine. Ancora oggi lavora, sui paesaggi, e occasionalmente realizza qualcosa di nuovo. Perciò sì, rimane qualcuno dal quale essere ispirati. Così come Richard Avedon, che ha usato la fotocamera fino all’ultimo dei suoi giorni. Loro in definitiva sono i miei ispiratori. Naturalmente sono stato molto fortunato ad avere avuto quell’insegnante  di arte che ha visto qualcosa in me e mi ha indirizzato al corso di fotografia!

CONCLUSIONE

Sono giusto 4 anni da quando David Robert Jones, l’uomo, se ne è andato. 

Blackstar e la morte di Bowie mi hanno scosso profondamente. Penso che non sarei dovuto esserlo per l’album, ma nonostante tutto è successo. La sua morte, come quella di altri meravigliosi musicisti negli ultimissimi anni, ha reso il nostro mondo un posto meno interessante. Abbiamo perso David, così come Amy Winehouse, George Michael, Freddie Mercury e ancora altri. Così è stato anche per la mia carissima amica Paula Yates e poi tragicamente anche per la sua bella figlia Peaches.

Intervista ideata, realizzata e tradotta da Matteo Tonolli, originariamente apparsa sul sito www.davidbowienews.com © 2019.

Tutte le foto © www.arisprints.com

26 Febbraio 2020
26 Febbraio 2020
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