• gen
    08
    2016

Album

RCA, Columbia Records

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Che David Bowie sia un personaggio camaleontico non lo scopriamo certo nell’anno 2015 (per giunta praticamente alla fine) e non lo scopriremo l’8 gennaio 2016 quando uscirà Blackstar (che si pronuncia così ma si scrive con un simbolino, una stella nera). Scopriremo invece un bel disco, che ha tutte le carte in regola per superare The Next Day e alzare ancora di una tacca l’asticella di una carriera che sembra davvero infinita.

Le dichiarazioni di Tony Visconti, storica spalla del musicista inglese, sugli ascolti recenti di Bowie (Boards of Canada, Kendrick Lamar, Death Grips) non ci sorprendono nemmeno; l’ex duca bianco è uno attento alle novità, pronto a risucchiarle, a vampirizzarle, per stare al passo con i tempi e qualche volta riuscire anche ad anticiparli – e qui potremmo tirarla molto per le lunghe ripescando la giustamente celebrata trilogia berlinese. Come scrive Giulio Pasquali nella sua biografia “ha saputo cogliere con fiuto da killer nuove idee, rielaborarle ed esprimerle in grandi canzoni che portavano quelle novità alle masse, e soprattutto ai musicisti i cui percorsi artistici hanno preso le mosse dalle sue intuizioni”.

Il fatto è che stavolta non si è neppure limitato a questo, a stare al passo con i tempi (anche se la presenza di James Murphy come percussionista in due brani qualcosa ci dice); ha fatto una nuova operazione concettuale. Cominciamo dalla scelta dei musicisti: Donny McCaslin (sassofono, classe 1966), Ben Monder (chitarrista, classe 1962), Tim Lefebvre (bassista, classe 1968), e i più giovani Jason Lindner (tastierista classe 1973) e Mark Guiliana (batterista, classe 1980) vengono dal mondo del jazz, ma non sono stati presi per suonare un morbido sottofondo per un quasi settuagenario. Non sono stati nemmeno presi per suonare jazz. “Bowie”, dice sempre Visconti, “ha voluto musicisti jazz per suonare il rock”, stando alla larga da tutti i cliché. Suonare il rock sì, in modo non convenzionale, e per di più con un’attitudine che potremmo tranquillamente definire post-punk. Post-punk (o post-funk) aggressivo con groove acidi e tiratissimi e una dinamica – e un tiro – fuori dal comune.

Così suonano Tis’ Pity She’s a Whore – tra tappeti dissonanti, beats elettronici e assoli free jazz – e la mia preferita Sue (or in a Season of Crime), un brano spaventoso (nel senso buono) che al primo ascolto – anche se ormai è una vecchia conoscenza, visto che già figurava nell’antologia Nothing Has Changed – fa pensare a un drum & bass suonato, da quanto la ritmica è incalzante e tesa. Per i dieci minuti della title-track e per il suo prog-jazz-soul electronico (forse un filino melodrammatico, se proprio vogliamo trovargli un difetto), le etichette si potrebbero anche sprecare. Quello che semmai colpisce è l’aspetto centripeto (termine tremendo ma calzante come senso) rispetto alla forma-canzone: in ogni brano sembra di aprire delle scatole cinesi, eppure il centro gravitazionale è sempre una melodia, un’armonia pop. Questo per dire a che punto di sofisticazione giungono scrittura e arrangiamento.

Ricercatezza, finezza, durezza si ritrovano anche in Lazarus, unica canzone tratta dal musical scritto da Bowie che va in scena a Broadway, e l’ultima in ordine di tempo, tra i quattro pezzi che ho citato, ad avere avuto l’anteprima in rete: è una ballata, tesa, ariosa, drammatica, con una sezione ritmica che guida sempre le danze anche in una trama più lenta e lineare; poi c’è la chitarra che ogni tanto vibra questi accordi distorti che sembrano infrangersi sullo sfondo, ma è il sax notturno a farla decollare veramente. Songwriting e arrangiamenti ancora al top. Gli altri tre pezzi, quelli ancora da scoprire, non cambiano approccio: si sente un tocco jazz nelle strutture pop-rock – e un filo trip-hop – di Girl Loves Me, che è il momento più ordinario, e per questo le preferiamo Dollar Days, per l’arrangiamento (soprattutto per la chitarra acustica che non detta il ritmo piano come in una qualsiasi ballad rock, ma agisce di contrappunto e lo rende più intricato), e I Can’t Give Everything Away, un blue-note pop con un corollario di elettronica che ci mantiene a quota decisamente alta.

Tirando le somme, siamo di fronte a un disco pop moderno e d’avanguardia nella migliore tradizione bowiana. Sofisticato, duro, post-punk, sperimentale, ma pur sempre pop, e come tale – se è il caso – va proprio celebrato. E se non a reinventarsi in maniera radicale alla sua veneranda età (va bene la vita su Marte, ma non chiediamo la luna), Bowie è riuscito nondimeno a stupire – almeno un miscredente inveterato come il sottoscritto. L’8 gennaio, quando Blackstar sarà nei negozi, il Nostro compirà 69 anni. Per il suo compleanno si è regalato il suo disco migliore almeno dai tempi di 1. Outside. Non è poco.

23 dicembre 2015
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