Anime distopiche. Intervista agli Algiers

Il secondo album degli Algiers, The Underside of Power, è stato tra i più apprezzati del 2017. Un disco molto d’impatto, comparso inevitabilmente in molte classifiche di gradimento di fine anno (tra cui quelle dei nostri collaboratori); un’opera seconda con cui il gruppo di Atlanta si insidia stabilmente nel novero delle band indie rock da seguire per le loro evoluzioni presenti e future, pensata come una raccolta di moderne protest songs: «molotov che sanno di post-punk, Motown, industrial, pennellate jazz e afropop, e affrontano la trincea con testi impegnati e tragici, come il momento storico che stiamo vivendo…» scrive Fernando Rennis nella sua recensione, in cui sottolinea i numerosi agganci sonori e il retroterra emotivo e culturale di un ottimo disco di cui colpiscono l’eclettismo, la dinamicità e l’intensità sonora che la band è in grado di sviluppare stratificando e avvitando suoni che appartengono a diverse epoche e stili – il sound dark dei Joy Division e l’hip-hop, le radici rhthym and blues e la sperimentazione elettronica, il calore del canto soul e i suoni duri e freddi dell’industrial. «Questa capacità di far provare sensazioni contrastanti in appena quattro minuti di canzone non è qualcosa che si compra su eBay e nemmeno una strategia da poter applicare a piacimento su un giro di accordi. Si chiama talento, e gli Algiers ne hanno da vendere» (sempre dalla recensione a cura di Fernando Rennis). La band è in tournée in Europa e sta arrivando in Italia per due date, a Bari (13 febbraio) e Bologna (14 febbraio). È il chitarrista Lee Tesche a rispondere alle nostre domande sul presente e sui piani futuri della band.

Il vostro ultimo album The Underside of Power ha ottenuto ottimi riscontri dalla critica musicale. Molti lo hanno apprezzato perché è stato capace di dare qualcosa di nuovo al panorama rock contemporaneo. Cosa pensate di questa affermazione? Quale era l’intento iniziale dell’album?

È sempre molto bello quando qualcuno si connette davvero con la musica che fai, questo ci fa venir voglia di continuare a suonare e ci avvicina tantissimo a chi ci ascolta. A volte capita che quando sei “inside of the beast”, per così dire, non riesci a interpretare i risultati e ciò che dicono di te con il giusto distacco. Spesso veniamo a conoscenza di articoli e recensioni su di noi direttamente dai fan o dai giornalisti che ce le inviano in prima persona, e leggere di persone che hanno capito realmente ciò che facciamo ci rende sempre molto umili. Per quanto invece riguarda il nostro intento, semplicemente volevamo riuscire a pubblicare qualcosa in un tempo ragionevole. Io credo che, quando suoni in una band, questo sia il pensiero principale. Scrivere buone canzoni, registrarle, fare tutto ciò che insomma ti permetta di raggiungere nel modo migliore chi poi ti ascolterà. Noi amiamo tantissimo creare un dialogo con i nostri amici e i nostri fan e cerchiamo di creare le circostanze ideali affinché questo avvenga. Abbiamo iniziato a scrivere l’album in un periodo abbastanza stressante e questo ha pesato un pochino su tutto il processo. Tenere a fuoco l’obiettivo finale però ci ha permesso di portare tutto a buon fine.

Nel panorama della musica rock, portare qualcosa di diverso e nuovo è estremamente difficile. Dal vostro punto di vista, come definireste la vostra musica?

Per chi è dentro a una band, credo sia molto difficile autodefinirsi; potremmo dire che il nostro suono è quello di “noi quattro che suoniamo insieme”! Ovviamente c’è molto di più di questa semplice affermazione, ma il nostro background e le nostre influenze musicali sono così varie e diverse tra loro che si potrebbe dire che il suono degli Algiers è esattamente dove noi quattro ci intersechiamo. Siamo stati descritti come anime distopiche in passato, ed è una definizione che non mi dispiace.

Avete suonato diverse volte qui in Italia. Come sono i vostri fan italiani? Ci sono delle differenze tra suonare in America e suonare in Europa?

L’Italia è sempre stata molto buona con noi. Grandiosa, direi. I nostri fan italiani sono molto entusiasti e siamo felicissimi di aver creato un legame. Abbiamo iniziato a ricevere tante email e richieste per venire in Italia a suonare subito dopo la pubblicazione dell’album e siamo entusiasti di come l’accoglienza qui abbia superato quella americana in diverse occasioni. É sempre molto bello per noi fare un concerto in Italia, sentiamo che le persone ci tengono davvero.

Cosa ci dobbiamo aspettare da queste due nuove date italiane?

Dunque, la grande differenza rispetto agli show di qualche mese fa è che nel frattempo abbiamo tenuto altri 65/70 concerti. A noi è sembrato di stare on the road per un tempo infinito, ma questo ci ha dato modo di raggiungere un’intesa sul palco incredibile e quando c’è così tanta sintonia scatta qualcosa di magico. Non capita spesso, sono meccanismi che si instaurano solo dopo un lungo periodo di convivenza. Situazioni simili credo si possano trovare nello sport, quando una squadra fa un gioco così unito da sembrare inarrestabile. Questa telepatia da palco, unita ai progressi che abbiamo fatto, può davvero trasformarsi in qualcosa di grande.

Dopo il tour, avete già in mente cosa fare?

Vogliamo sicuramente tornare subito in studio di registrazione, abbiamo bisogno di creare nuovi pezzi prima possibile. Non ho idea di quando questo avverrà, ma ci siamo dati come obiettivo quello di tornare a comporre e scrivere non appena le date saranno finite. Non so se avremo nuovi pezzi per la fine di quest’anno, ma ci proveremo dando il massimo di noi stessi.