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7.5

È una fredda mattina di dicembre a Chicago. Quel 1969, così rivoluzionario per vari motivi, si sta concludendo con molti interrogativi e una sensazione diffusa di inquietudine che si è già da tempo trasformata in tensione politica e sociale. Il rumore della porta che viene buttata giù con violenza dalla polizia, gli spari e due ragazzi neri morti sul colpo cambiano per sempre le sorti di uno dei movimenti più radicali nati nel limbo oscuro della difesa dei diritti dei cittadini americani e non. Il 4 dicembre, con l’assassinio di Fred Hampton (uno dei personaggi più importanti del movimento Black Panther), nell’anno in cui i Beatles avevano salutato tutti con un concerto sul tetto della Apple e in cui la questione del Vietnam aveva spaccato l’opinione pubblica mentre si cercava di fare luce sul massacro della villa di Roman Polanski, arrivò per continuare a tormentare i pensieri dei cittadini americani grazie alla televisione e alla radio.

A più di quarant’anni da quell’assassinio molte cose sono cambiate, ma la necessità di trovarsi in prima fila a combattere un’ideologia e metterci la faccia è rimasta intatta; anzi, è diventato ancora più importante ribadire e difendere alcuni concetti fondamentali di libertà nell’era in cui assistiamo comodamente seduti a casa nostra, tramite una diretta Facebook o un video di Twitter, all’uccisione di un nero da parte di poliziotti bianchi dal grilletto facile. Tutto questo basterebbe per capire quanto un secondo album degli Algiers, oggi, sia così importante. Il trio, diventato quartetto con l’aggiunta in pianta stabile di Matt Tong dopo l’allontanamento dai suoi Bloc Party, aveva già messo in musica il proprio manifesto con l’omonimo album di qualche anno fa. Adesso Franklin James Fisher e compagni hanno deciso di scendere in strada e prendere parte al dissenso, lanciando molotov che sanno di post-punk, Motown, industrial, pennellate jazz e afropop, e affrontando la trincea con testi impegnati e tragici, come il momento storico che stiamo vivendo.

La crisi finanziaria del 2009 è stata un duro colpo per New York, vivere da lavoratore in quel periodo è stata sicuramente un’esperienza capace di segnare. Roba che manda in cortocircuito anche chi non ha vissuto sulla propria pelle licenziamenti e fallimenti societari, eventi che esplodono in tutta la loro violenza e che possono tormentare i pensieri di un broker, così come quelli di un imprenditore o di un addetto bilingue alla reception di una banca francese. È in questo clima che Fisher decide di lasciare le sue abilità linguistiche sull’appendiabiti della filiale in cui lavora e di dedicarsi anima e corpo alle canzoni che sta scrivendo a distanza, con due amici conosciuti nella sua amata e odiata Atlanta. Ryan Mahan e Lee Tesche sono gli altri vertici di un triangolo pericoloso che si infiamma nei noiosi pomeriggi della periferia cittadina e continua a bruciare nonostante i ragazzi cambino città e, addirittura, continenti. La band si è fa notare da Matador grazie al singolo Blood, un gospel scrostato dal punk che mette in chiaro sin dal titolo evocativo il carattere di Fisher e soci.

Con l’omonimo esordio l’allora trio – parliamo del 2015 – affrontava temi forti e questioni delicate, sputando veleno e livore post-punk, vagando in una terra desolata in cerca delle proprie radici. Ecco perché in pezzi come Black Eunuch i sample vocali, che conservano l’eco di work song gelosamente custodite da Lomax, si scontrano con saturazioni, urla, chitarre scintillanti e bassi schizofrenici. In Blood ci si trovava dentro tutta la rabbia e i suoni di chi ha in testa pensieri molto chiari e riesce a esprimerli senza tanti giri di parole. Il primo album sommava strati di voci, chitarre lancinanti e una carica vocale nevrotica, oltre alla capacità di sbatterti in faccia la sua verità e di farti sentire parte integrante della sua barricata. Banlieu, Calais e la fredda tirannia dei numeri che documentavano un 2015 in cui almeno 346 neri erano stati uccisi dalle forze dell’ordine a stelle e strisce – un anno durante il quale, in pratica, la probabilità di essere uccisi dalla polizia era per i neri tre volte maggiore rispetto ai bianchi (e nel 97% dei casi di uccisione, nessun poliziotto coinvolto è stato poi incriminato) – diventavano cause da sposare e fenomeni da dover comprendere.

Quando è uscito il nuovo singolo The Underside Of Power, in un 2017 dove l’eco di Trump gioca a Risiko con la Corea del Nord e cancella l’Obamacare, e la Brexit prende corpo in trattative burocratiche e negoziati strategici, siamo rimasti spiazzati. Sì, perché il brano, che si apre su di una base elettronica sviluppandosi poi su di un basso saltellante, oscuro come i fendenti di Hook nei Joy Division, ha un ritornello che riporta indietro nel tempo, alla Motown e alle splendide voci di sottofondo, ma allo stesso tempo emana un calore reale, quasi solare, nonostante le parole violente di Fisher. Questa capacità di far provare sensazioni contrastanti in appena quattro minuti di canzone non è qualcosa che si compra su eBay e nemmeno una strategia da poter applicare a piacimento su un giro di accordi. Si chiama talento, e gli Algiers ne hanno da vendere. Il lato nascosto del potere è una zona d’ombra in cui le riflessioni personali s’intersecano con le visioni dell’Antico Testamento, la desolazione di T.S. Eliot, l’età della colorblindness dissezionata da Michelle Alexander in The New Jim Crow. Ma la letteratura non basterebbe a rendere The Underside Of Power uno spaccato del nostro secolo, ecco perché nell’uccisione del dodicenne nero Tamir Rice per mano di due poliziotti di Cleveland vibra l’eco delle battaglie per i diritti civili in epoca nazista messe nero su bianco da Hannah Arendt.

Le parole di Fred Hampton aprono il secondo album degli Algiers, Walking Like A Panther e la sua elettronica saturata ci raccontano del self-genocide che vediamo consumarsi ora come allora per mano di poliziotti dal grilletto facile e dell’isolamento digitalizzato che ci blocca allo stato di spettatori. Quello che la band ci chiede è prendere coscienza degli avvenimenti: reagire e scendere in piazza per non dimenticare i martíri a cui la gente comune è sottoposta a causa del pregiudizio razziale. L’incredulità di Fisher che galleggia sul post-punk intriso di italo-horror in Death March quando urla «No, no, no, this can not be how it whimpers out» ha la stessa forza dirompente del soul-punk di MM Rieux e dell’elenco di martiri urlato in Cleveland.

The Underside Of Power suona come nastri contesi da Russ Terrana e Martin Hannett che raccontano di come Fela Kuti si sia lasciato sedurre da Skepta, Depeche Mode e dall’ascolto di Throbbing GristleHail To The Thief e John Carpenter. Gli Algiers narrano il presente con la stessa violenza della trilogia della morte di Lucio Fulci, annotano sul proprio taccuino con accuratezza nomi, date e luoghi per documentare il tragico quotidiano che si intreccia con la storia. È la vecchia questione del “noi” contro “loro” che bisogna superare: cancellare l’idea di un’alterità meno sviluppata, scontornarla dai fili dorati di Hollywood e cominciare a vedere i neri come essere umani è la sfida che non riusciamo a raccogliere. In un periodo così disinteressato, in anni così lontani dalle battaglie sociali del ‘900, i testi di Fisher che mettono in fila nomi, date, luoghi, volti e avvenimenti, incrociando l’assassinio di Hampton con quello di Tamir Rice, sono pistole fumanti che hanno appena sparato bile e nervi tesi. La storia si ripete e noi continuiamo ad avere come trend topic dei nostri social la parola “libertà”, ma, il più delle volte, abbiamo paura a mettere in pratica questo concetto, verso noi stessi e verso gli altri.

La rabbia che nel debutto del 2015 scorreva lungo dieci brani oscuri e inquietanti per poi risolversi in un gospel conclusivo, inaspettatamente riappacificante, viene piegata in The Underside Of Power dalla speranza. Sperare nella fine delle disparità sociali e razziali, così come nella conclusione delle tensioni politiche e dei collassi economici, vuol dire essere liberi di cercare un’alternativa, e per raggiungere questa condizione privilegiata c’è solo un modo: informare e raccontare. In questo secondo album, però, si aggiunge alla dimensione narrativa della band un nuovo elemento: uno sguardo pieno di speranza sfida i nuvoloni neri che si addensano sulle nostre teste. La musica forse non cambierà il mondo, non basterà da sola a far scatenare una rivoluzione, ma c’è stato un periodo in cui tutto questo sembrava possibile. Era l’anno in cui il sergente Pepper cominciava a scardinare l’equilibrio dei Beatles e il mondo cominciava a prendere coscienza della propria instabilità. Franklin James Fisher e i suoi Algiers esplorano il lato oscuro della forza senza lasciarsi sedurre dal potere, rimangono illesi dopo questo salto nell’abisso delle atrocità umane perché, in fondo, hanno fede nell’umanità. Bowie diceva che possiamo essere eroi anche solo per un giorno, T.S. Eliot scriveva che poteva essere capace di mostrarci le nostre paure in una manciata di polvere. Il messaggio che The Underside Of Power riesce a trasmettere, al di là della sua potenza musicale e concettuale, è che potremmo salvare il mondo se solo fossimo consapevoli di poterlo fare.

Parafrasando gli stessi Algiers, potremmo dire che il quartetto «It’s the hand band of the people that’s getting tenser now». The Underside Of Power profuma delle rivolte del 1969, della violenta distopia da 1984, puzza di corruzione, discriminazione e di paura. È un album che ci insegna a reagire, a rinunciare alla passività e all’ignoranza, ad amare la vita e quindi ad apprezzare le diversità. Dischi di questa portata sono destinati a lasciare un segno, non solo nella musica. Probabilmente non c’era miglior modo di festeggiare il ventennale di un disco importante come Ok Computer.

 

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