Non puoi distruggere un algoritmo. Intervista ai Battles

Sin dalla loro nascita spirituale e artistica, i Battles sono trattati con dovuto rispetto e devozione, posti in una teca vetro (come quella di Mirrored, l’album che li ha lanciati come un razzo impazzito nella stratosfera), alla stregua di una strana razza, inafferrabile e, a suo modo, non riproducibile. Rivederli al recente Club to Club in formazione “ridotta” a due elementi (per ora definitiva), mi ha dato da pensare: un progetto che ha fatto degli “strati” e delle texture sonore sovrapposte il suo marchio di fabbrica, non può che resistere ai segni del tempo, pure all’eliminazione programmatica dei membri, album dopo album. Vediamola in questo senso: i Battles non sono davvero una band, ma un algoritmo: l’editore, nell’approdondimento a loro dedicato su questo sito, cita opportunamente la tecnica frippertronicsbrevettata dal moghul dei King Crimson, un cervellotico sistema a bobine, il padre del loop; parlando con un caro amico, è venuto fuori l’aneddoto secondo il quale i Battles si siano formati quasi per scherzo, con Ian Williams che su un registratore tagliava e cuciva brevissime parti di audiocassette della sua adolescenza, AC/DC, T.Rex, e così via. Questo è il motivo per cui i Battles non verranno mai (virtualmente) annientati: non puoi distruggere un algoritmo.

Parlando col diretto interessato, incontrato nel backstage industriale del Lingotto, ho come la sensazione che questo progetto sia una sorta di sfida a livelli, come un videogioco: ad ogni nuovo progetto, Stainer e Williams aumentano il livello di difficoltà, e così aumentano le loro dispense sul palco: vedere un loro show nel 2019 è qualcosa di ipnotico ed esaltante, come sempre, ma adesso come non mai si ha l’impressione di assistere a due entità che tentano di lottare contro le macchine, puntualmente trionfando. Un brano iconico e rappresentativo degli anni Duemila come Atlas, nella sua marziale essenzialità, rimane intatto e splendente come se stessero realmente suonandolo in quattro. Se si ascolta il loro nuovo album Juice B Crypts, quello che otteniamo è invece il ritrattino di una famiglia disfunzionale, con due patriarchi e una serie di cugini strambi a supporto: i Battles hanno superato la “soglia del lutto” coinvolgendo un sacco di gente fighissima ed eterogenea nella propria piccola tribù. Comunque, ecco cosa ci siamo detti.

Ciao Ian, piacere di vederti. Come stai?

IW: Bene, sono stanco morto. Abbiamo passato la prima settimana del tour in Sud America, e adesso siamo qua in Europa da circa una settimana.

In Sud America vanno matti per voi, vero?

IW: Vero, quando andiamo là riceviamo sempre una grande accoglienza. Anche in Messico, mai quanto in Giappone, però: noi diciamo sempre che quella è la nostra casa lontano da casa.

E del pubblico italiano, cosa mi dici?

IW: Beh, come sai io ho suonato in un paio di progetti prima di questo, e devo dire che ai tempi, soprattutto con i Don Caballero, venivamo in Italia a suonare e i ragazzi che venivano a sentirci sembravano capire davvero quello che facevamo, lo apprezzavano molto, il che non era così scontato, ai tempi.

Questa è la vostra seconda volta a Club to Club, la prima è stata nel 2015: allora eravate in tre, ma adesso siete tornati in due. Che è successo?

IW: La prossima volta, in uno! I Battles saranno una one-man band, un giorno, credo.

Dave Konopka, il vostro bassista, se n’è andato sbattendo la porta?

IW: Nah, è solo che non aveva più molta voglia di stare nel gruppo. Voleva stare accanto alla moglie, fermarsi un po’. Non è stata una separazione violenta, tutt’altro.

Parliamo un po’ di Juice B Crypts: che significa il titolo?

IW: Allora, la storia del nome è più o meno questa: io ho due figli, una figlia e un figlio. Quando lui è nato, lei ha iniziato a dargli questo nomignolo, Juice Bee Creeps (o Crypts). All’inizio non capivamo da dove le fosse uscita questa cosa del nome, poi ci siamo ricordati che esiste questo sandwitch shop in Massachussets, che ha un nome tipo “Juice ‘n Crisps”, o una roba simile, e lei andava matta per questi panini. Da lì, un paio o tre gradi di separazione, giochi di parole, e così abbiamo ottenuto il nome dell’album.

Dimmi come avete fatto a coinvolgere una delle più grandi leggende del prog rock (Jon Anderson, degli Yes, ndSA) in questo nuovo progetto…

IW: Ok, fammi ricordare. Quel provino, che poi sarebbe diventato Sugar Foot, girava attorno a un arpeggiatore, un synth, poi ci abbiamo costruito attorno dei pattern di chitarra, John ha messo la sua parte ritmica e così via. Quando il pezzo ha iniziato a prendere una forma definita, sembrava qualcosa di davvero proggy, così ci è venuto in mente di recuperare un vecchio, oscuro contatto tra le nostre mail: tempo fa, Jon Anderson chiese a John (Stanier, ndSA) di completare qualche traccia del suo album solista con la sua batteria, dicendo che era rimasto piacevolmente sorpreso dal suo nuovissimo progetto, che erano appunto i Battles. La cosa poi non andò in porto per chissà quale motivo, forse impegni che si intrecciavano o roba simile. Insomma, recuperiamo la mail e cerchiamo di capire se è cosa buona richiamarlo, dopo così tanto tempo: “Hey, amico, ti ricordi? Quanto tempo!”, robe così. Fortunatamente lui è un tipo a posto, molto affabile, e ci ha risposto subito, accettando. Ha dato molto per quel pezzo, anche se la sua parte era piccola, ci ha messo passione e si è divertito molto.

Su quel pezzo c’è anche una band della quale non conoscevo l’esistenza, tali Prairie WWWW (anche se sembra che le “W” non vadano pronunciate, ché rappresentano le onde sonore, o una roba del genere, ndSA).

IW: Sì, loro sono una band taiwanese con cui abbiamo suonato a Taipei. Sono incredibili: fanno questa musica molto sperimentale e acida, indossano questi larghi cappelli tipici delle zone da cui provengono, hanno la physique du role degli stregoni oscuri, ma conoscendoli di persona sono i tipici weirdos da scuola d’arte, ragazzi giovani con un vulcano di idee in testa. Quando suonammo a Taipei, come detto, in questa piccola venue dal tetto basso, noi eravamo sul palco, e loro erano dall’altra parte della sala, accovacciati a terra, a bisbigliare nel microfono, a strofinarci sopra roba, a produrre feedback. Erano veramente singolari, e l’esperienza è stata così rinfrescante per noi che abbiamo deciso di contattarli: nel brano, ci immaginavamo una intro atmosferica, e abbiamo subito pensato a loro, che però non si sono fermati a quello: hanno prodotto l’intro, che spaccava, ma hanno pure aggiunto qualche linea vocale in “omaggio” che potevamo utilizzare a piacimento – le abbiamo utilizzate tutte.

C’è un’altra collaborazione nell’album, quella del singolo Titanium 2 Step, che però trovo più simbolica e significativa rispetto ad altre: quando nel pezzo entra la voce inconfondibile di Sal Principato (ex-vocalist del collettivo di culto newyorchese Liquid Liquid, ndSA), ho avuto come l’impressione che si fosse chiuso un cerchio: vi ho sempre visti come i degni eredi di quella tradizione “ritmica”, punk-funk, di New York, gruppi come ESG, Liquid Liquid appunto, che hanno segnato un “prima” e un “dopo”. Com’è stato collaborare con una leggenda locale? Come se la passa adesso che è lontano dalle scene da molto tempo?

IW: Semplicemente elettrizzante: anche noi abbiamo percepito quel senso di chiusura del cerchio, come dici giustamente tu. Sal è una persona splendida, nonostante l’età conserva ancora quel brio giovanile, quello spirito da ragazzino che anche io sento di avere, ma solo a intermittenza: averlo con noi in studio mi ha in un certo senso risvegliato. In pratica si è presentato una notte, nel nostro studio: ha chiesto un po’ di whisky, solo un po’ di whisky, poi è entrato in cabina e ha iniziato a cantare la sua parte, improvvisando sulla traccia. In una o due take era quasi completa. Adesso è uno chef a tempo pieno, uno chef vegano: se lo segui sul suo Instagram, vedi che è sempre a giro per NY con i suoi “pop-up restaurants”, è molto richiesto. Ma a parte questo, non credo comunque che si sia allontanato del tutto dalla musica, sai? A parte questo cameo in Juice B Crypts, credo abbia ancora a che fare con qualche sua band lì a Staten Island: pensa che quasi alla fine delle registrazioni, si è fermato e ci ha detto: “Ragazzi, questo è quanto: devo conservare la mia voce per il progetto Tal de Tali, dopodomani ho uno show e non riuscirei mai a salire sul palco con questa forma!”. Grosso, grossissimo personaggio.

Nel corso delle registrazioni vi sarete sicuramente divertiti, anche grazie alla sfilza di ospiti di cui sopra, ma il fatto di essere rimasti in due, o altri fattori, non vi hanno messo un pelo in difficoltà? Quali sono stati gli ostacoli maggiori?

IW: Beh… (ci pensa qualche secondo, aggrottando le sopracciglia con il palmo sinistro a reggere la testa stanca, poi guarda a sinistra in su con gli occhi, si distende sulla poltroncina, e risponde, ndSA). Ecco, posso dirti che già dall’inizio poteva sembrare una cosa fottutamente ridicola, sai, come uno scherzo del destino: fai un album, piace a tutti, un membro se ne va. Ne fai un altro, stavolta in tre, e le cose vanno benone. Un altro ancora, e le cose continuano ad andare relativamente bene. Poi, eccoci a due: sembra che qualche master (forse qui inteso come il “master” dei giochi di ruolo, ndSA) abbia deciso di aumentare i gradi di difficoltà, come in una simulazione virtuale. Ti dirò una cosa che raramente ho detto nelle ultime interviste: abbiamo avuto timore, per la prima volta, che le cose non funzionassero. Io ero piuttosto scettico, e non nego che ci siano stati momenti in cui abbiamo seriamente meditato di gettare la spugna. Ma John era sicuro che le cose sarebbero andate per il verso giusto, che avremmo fatto un buon album e che ce la saremmo cavata alla grande, anche in due: l’ha accolta come una sfida vera e propria. Quell’uomo ha la tempra di un samurai, vero? (Si gira verso John, che nel frattempo è entrato anche lui nel camerino, che sorride e annuisce, ndSA).

Sai il fatto è che spesso ripenso a come il progetto è iniziato: conosci gente nuova, con la quale senti di avere gusti in comune e un buon rapporto professionale, nulla più. Ero solo un pezzo dello schema, uno schema che però funzionava se tutto era al suo posto: io facevo spazio ad altri attori. Era una cosa complementare, del tipo: “io faccio da-da-da-da, tu fai de-de-de-de”, e così via. Ora che il “de-de-de-de” se n’è andato, devi scervellarti per trovare un modo di riempire quel vuoto. E non solo perdi un pezzo della struttura sonora, ma anche un collega che nel frattempo è diventato un amico, un sodale, capisci? Allora rimedi, hai dei piccoli loop che sono tipo i tuoi animaletti da compagnia, e ti aiutano a tenere incollato tutto l’ambaradan. (Si prende un’altra pausa, poi riparte, ndSA) C’è stato un periodo durante le sessioni, credo lo scorso Natale, in cui mi sono fermato un attimo a riascoltare le cose che avevamo prodotto fino a quel punto, e avevo questa sorta di dialogo interiore, questa disputa sul fatto che certe cose potessero funzionare in un modo o in un altro, cose così. Poi ho risentito quella traccia con Jon Anderson, e mi sono detto “ok, ci siamo, nessuna paura, questa cosa funzionerà”. All’inizio, come detto, mi lasciava un po’ perplesso il modo in cui saremmo riusciti o meno a portare il disco in tour noi due, da soli: rendermi conto che al mio fianco non ci sarà più Dave, che dovrò ricucire e tappezzare le tracce… ma poi è diventato tutto più chiaro.

Certo, credo che sia una sorta di sfida per voi, giusto? Ma è una cosa che fa bene, che vi tiene vivi…

IW: Certo. It’s a battle.

Ultima domanda: visto che ultimamente si parla spesso di reunion – oggi a pranzo leggevo la notizia della reunion dei Rage Against the Machine, tra gli altri – pensi che rivedremo mai i Don Caballero operativi e al completo?

IW: (Ci pensa qualche secondo, stessa posa, stessa prossemica di prima, poi risponde con fermezza, ndSA) Lo dubito fortemente. Se qualcuno scommettesse un milione di dollari, sono sicurissimo che troveremmo un modo! (John Stainer dice: “C’è quel club di ricconi, in Svizzera, che paga le band per riunirsi…”, e da lì parte una mini-chiacchierata sul tipo che offrì ai Fugazi un milione di dollari per suonare al diciottesimo compleanno di sua figlia, ndSA).

Ma tu saresti comunque disposto a farlo? Nel senso, lo faresti solo per soldi, oppure ti ci sentiresti davvero, come vent’anni fa? Rispondi sinceramente…

IW: Ok, lascia che ti spieghi un attimo un paio di motivazioni per cui secondo me la cosa non potrebbe andare. Numero uno: farei una gran fatica a ricordarmi alcune parti di chitarra, perché che cazzo, era roba davvero incasinata, non trovi? Nel senso, all’epoca le prendevo di petto, perché ero giovane, pimpante, le parti erano fresche di scrittura e non sentivo di avere grossi problemi in merito. Ma si parla comunque di roba di vent’anni (o più) fa. Numero due: io e Damon (Che, il batterista, ndSA) abbiamo litigato un sacco, e per un sacco di ragioni diverse. Non fraintendermi, Damon è un amico, non lo vedo da vent’anni ma provo ancora grande affetto per lui. Solo che ho come il sentore che, riavvicinandomi a lui, ritorneremmo a litigare come due adolescenti in piena tempesta ormonale. E non credo che questo possa far bene a un’eventuale reunion.

Ok, parlando di batteristi, tu hai suonato con dei veri mostri, ecco, ma ce n’è almeno uno con cui avresti voluto o vorresti suonare?

IW: (stavolta senza neanche pensarci un secondo, ndSA) Billy Cobham. Sì, cazzo se mi piacciono, i batteristi.

8 Novembre 2019
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