Rage Against the Machine (US)

Biografia

Profeti di rabbia. C’è vita oltre i Rage Against the Machine?

È la storia del gruppo mainstream più politicizzato, ma diciamo semplicemente più politico, dai tempi dei Clash.

Attenzione, questa che vi stiamo per raccontare è soprattutto una storia degli anni ’90. Soprattutto dei primi anni ’90. Quando la parola crossover era all’ordine del giorno e affascinava quasi quanto l’altra parola d’ordine, “grunge”. È la storia del gruppo mainstream più politicizzato, ma diciamo semplicemente più politico, dai tempi dei Clash. Non c’è una canzone dei Rage Against the Machine che non sia politica in senso stretto, che non si schieri, che non si opponga a uno stato delle cose, che non denunci una situazione sociale. Niente che non scagli bottiglie incendiarie e non alzi le barricate contro la macchina, il sistema, il mostro, quell’idra a otto teste che Know Your Enemy ha smascherato nella maniera più perentoria, corrosiva, velenosa, in una parola definitiva. Compromesso, conformismo, omologazione, sottomissione, ignoranza, ipocrisia, brutalità, élite. Tutto questo è il sogno americano. Riposa in pace. Tra le fiamme. Amen.

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Questi eversori dell’american dream hanno cominciato a fare furore nel 1992, cinquecento anni esatti dopo la Nina, la Pinta e la Santa Maria. Sarà un caso. Potevano esplodere già nel 1991, l’anno più incredibile nella storia del “nuovo” rock, ma non ci sarebbe stato tutto quel valore simbolico. Furore in tutti i sensi; tanta rabbia, tanta adrenalina, tanta distorsione, tanto successo. E qui cominciano ad accavallarsi significati e contraddizioni. Non si può parlare della musica dei Rage Against the Machine senza la politica, né del loro attivismo politico senza la musica che ne è stata l’espressione. Parliamo di un disco soprattutto, l’omonimo Rage Against the Machine, il disco rap-metal. Anche in questo, definitivo. Che il rock e il rap potessero formare un mix vincente non ce l’hanno detto loro, ma sono loro quelli che lo hanno argomentato nel modo più perentorio e persuasivo, il quartetto che ha portato la canzone di protesta nell’hard rock moderno e la controcultura e il radicalismo di sinistra nelle parti alte delle classifiche e in heavy rotation su MTV; sono stati quelli che hanno fuso meglio di tutti le due culture antagoniste della musica pop degli anni ’80 – l’hardcore-punk da una parte, l’hip-hop dall’altra – e le hanno agitate e mescolate con tanta forza da farne uscire una molotov sonora scagliata tra i gangli del sistema; un sistema che li ha tollerati in un’epoca in cui il rock “alternativo” rappresentava la nuova speranza della musica, e una nuova generazione di ascoltatori spingeva il nuovo sound verso il successo – con tutto quello che poi ne è conseguito. È la storia quindi di un suono tipicamente anni ’90, ma è anche una storia nella storia, perché il rock-rap d’assalto – frontale, assalto frontale – del quartetto di Los Angeles che cos’è stato, in fondo, se non una delle tante forme che la canzone di protesta ha assunto nel corso di un secolo, da Strange Fruit a This Land Is Your Land a Masters of War, per arrivare a… Killing in the Name?. Quello che i Rage hanno fatto è fondamentalmente archiviato. Una storia degli anni ’90. Quello che possono rappresentare, ancora no. È un discorso aperto, che ci porta lontano.

Per parlare dei Rage Against the Machine partiamo dall’inizio e partiamo dalla fine, che in un modo o nell’altro si sovrappongono. L’inizio è il video del primo concerto in assoluto che gira su YouTube: Northridge, California, 23 ottobre 1991. La ripresa è fissa, da lontano e pure sfocata, l’audio non è il massimo ovviamente. I Rage Against the Machine si sono formati da pochi mesi ma… sono loro. C’è qualche abbozzo di repertorio, Killing in the Name è a malapena un intro strumentale, in compenso l’imprinting del suono c’è e c’è praticamente tutto. Alla faccia della prima esibizione pubblica, sembrano già rodati, non sono i Rage incontenibili che chi li ha visti in concerto ha in mente, forse Morello ha ancora la tendenza all’assolo facile, ma per il resto sanno già tirare fuori tutto il funk duro e aggressivo di cui sono capaci. Bullet in the Head, Take the Power Back e Township Rebellion sono rifinite o in una fase molto avanzata, Know Your Enemy ha un testo diverso (e un po’ di toasting alla fine) ma la struttura musicale è riconoscibilissima; Freedom è quasi quella che conosciamo (musicalmente, il testo è diverso). Affiatati, essenziali. Potremmo dire esagerando – ma nemmeno troppo – sono nati già maturi e con le idee chiare.

La ristampa del disco di debutto ci ha mostrato come i demo fossero molto molto vicini al sound che avrebbe marchiato il potentissimo Rage Against the Machine. C’è già (quasi) tutto, il groove, gli incastri millimetrici di riff, il rap feroce e le urla hardcore di Zack, le trovate di Morello, ovvero il dj che usa la chitarra al posto del giradischi. Tutto sembra dire che la musica dei Rage Against the Machine sia uscita fluida e naturale anche a fronte del patchwork di stili di cui era composta.

Perché – e veniamo alla fine – Renegades, l’album di cover uscito nel 2000 all’indomani della dipartita di Zack De La Rocha, può benissimo essere considerato alla stregua un roots of… fatto direttamente dalla band, invece che da un qualsiasi compilatore. Una specie di mappatura (parziale) del loro DNA, a giudicare dalla ripartizione abbastanza equa tra rock di matrice chitarristica, hip-hop e cantautori impegnati. La musica per chitarre è rappresentata dal garage rock protopunk di Detroit con gli MC5 (Kick Out the Jams, quale pezzo se no) e gli Stooges (Down on the Street), dall’hardcore dei Minor Threat (In My Eyes) e da una Street Fighting Man degli Stones virata funk. L’hip hop, invece, da Eric B & Rakim (Microphone Fiend), Volume 10 (Pistol Grip Pump), EPMD (I’m Housin) e Cypress Hill (How Could I Just Kill A Man). Il versante cantautorale vede ovviamente lo Springsteen di The Ghost of Tom Joad, da tempo un cavallo di battaglia dei Rage dal vivo, accanto al Bob Dylan di Maggie’s Farm.

Da una parte l’hardcore e il punk, da un’altra l’hip-hop, da un’altra ancora la canzone di protesta dei cantautori impegnati. Manca l’heavy metal; manca, paradossalmente, il crossover, che è poi l’humus in cui sono cresciuti. Già, ma che cos’è ‘sto crossover?

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Le relazioni pericolose

«Ciò che ci rende unici nella convergenza di quella musica è il fatto che l’abbiamo creata con dei veri strumenti, e abbiamo attinto alle lezioni tramandate da Bob Marley, Public Enemy e Clash per quanto riguarda il considerare la musica come un’arma» (Tom Morello)

All’inizio se ne parla per descrivere quello che più tardi si è detto anche metalcore; poi il termine “crossover” diventa popolare per indicare tutte le “contaminazioni” tra e il rock e il metal e gli altri generi musicali, primo tra tutti l’hip-hop, che sotto molti aspetti è la vera, grande novità degli anni ’80. Quando i Rage Against the Machine fanno il loro incendiario ingresso sulla scena «c’erano moltissimi artisti che fondevano l’hip-hop con il punk, per esempio Michael Franti a San Francisco, o gli Anthrax e i Public Enemy, oppure KRS-One che rappava sui remix degli AC/DC; la storia è molto chiara. Ciò che ci rende unici nella convergenza di quella musica è il fatto che l’abbiamo creata con dei veri strumenti, e abbiamo attinto alle lezioni tramandate da Bob Marley, Public Enemy e Clash per quanto riguarda il considerare la musica come un’arma». Quello che ha detto Morello (la citazione è tratta dal libro Rage Against the Machine di Joel Mc Iver, edizioni Tsunami, 2015) non fa una piega. Lui, Zack de La Rocha, Tim Commerford e Brad Wilk non hanno creato dal niente, hanno dato nuovi input a una formula sonora che era nell’aria, rendendola però talmente potente da spiccare – e “spaccare” come si diceva nel temibile gergo degli anni ’90 – in un panorama ricco e fertile di proposte.

In realtà le relazioni pericolose tra rock e rap cominciano quasi subito e non bisogna certo aspettare la fine degli anni ’80, men che meno l’inizio dei ’90. L’hip-hop nasce come musica costruita su altra musica preesistente e il rock arriva dopo funk, soul, jazz ed electro, però arriva. Planet Rock di Afrika Bambaataa del 1982 campionava i Kraftwerk e di rock in senso letterale non aveva tantissimo, ma è almeno dal 1984 che i dischi hip-hop fanno incetta di riff di chitarra “rubati” dai vecchi dischi o suonati da un chitarrista in carne e ossa (nel caso di Vernon Reid e dell’esordio dei Public Enemy, Yo Bum Rush the Show). Da Rock Box, singolo del marzo 1984, e dall’album King of Rock dei Run DMC (1985), il crossover rock-rap è già una realtà. La cover di Walk This Way degli Aerosmith con tanto di duetto sarà più una trovata spettacolare che una sostanziale novità rispetto a quello che i newyorchesi già facevano regolarmente da un paio d’anni, seguiti a stretto giro dai Beastie Boys la cui Rock Hard era costruita con un loop del riff di Back in Black degli AC/DC (e per questo il singolo fu ritirato dal mercato nel 1986). Del resto, la stessa Def Jam di Rick Rubin, oltre che di DMC e Beasties, era la casa discografica degli Slayer, il cui Kerry King suonava la chitarra in (You Gotta) Fight for Your Right (To Party), grande hit dell’album Licensed to Ill (1987), che ha lanciato Mike D, AD Rock e MCA nell’Olimpo delle superstar.

Aggiungere la chitarra elettrica per i Run DMC significava far evolvere la loro prima miscela di rime, scratch e beats in qualcosa di più d’impatto, anche dal punto di vista dell’appeal sul pubblico bianco, mentre i Beastie Boys erano dei “convertiti” che venivano dall’hardcore punk. È una strada a doppio senso quella che porta l’hip-hop verso il rock e il rock verso l’hip-hop. La virata mainstream è giusto alla prima curva: nel giro di qualche anno è normale che un singolo rap di successo, da Tone Loc a Vanilla Ice, campioni brani rock più o meno hard.

All’altro imbocco di quella strada a doppia corsia si trovano quei gruppi rock, punk e metal che già in tempi non sospetti hanno incorporato il rap al cantato. Il primo album dei Suicidal Tendencies del 1983 contiene Institutionalized, che se non è il primo rap-core della storia poco ci manca, e comunque è un trend setter di qualche anno in anticipo sul resto della truppa. Come Mike Muir, anche Anthony Kiedis, per la muscolosa miscela di beach punk, funk e rock hendrixiano dei primi Red Hot Chili Peppers (e il loro esordio è datato 1984), alterna più registri, tra cui un fraseggio parlato veloce e sincopato che se non è rap, come lo si dovrebbe chiamare non lo sappiamo…

Poi c’è un’intera new wave dell’hard rock che strizza l’occhio al funk e guarda al post-punk per i groove; lo fanno tra i primi i Faith No More con il basso slappato di Billy Gould suonato come una seconda batteria, e i tamburi “tribali” di Mike Bordin, prima ancora che all’altezza del terzo album The Real Thing, “armato” del singolone rap-metal Epic (1989), si aggiunga Mike Patton, un altro che passa tranquillamente dal canto al rappato. Sono gli stessi anni in cui i Jane’s Addiction con un inedito mix – tra la chitarra metallara di Dave Navarro, i giri darkeggianti di Eric Avery e il suono di batteria in stile bongo di Stephen Perkins – guidato dal sincretismo visionario di Perry Farrell modellano il concetto stesso di alternative rock e i Primus trovano una via di mezzo credibile tra l’hardcore, il prog e la fusion con un tocco di geniale eccentricità zappiana. La scena californiana degli anni ’80 è il fiore all’occhiello del nuovo crossover rock e i RATM sono anche il frutto di quel filone creativo.

Abbiamo parlato di un rock bianco che apre in modo inedito a una musica nera diversa da quel blues che ne è sempre stato l’ossatura; dobbiamo dire qualcosa anche del nuovo black rock dei Living Colour (guidati dalla chitarra hendrixiana di Vernon Reid e in cui suona anche Doug Whimbish, che era stato lo storico bassista della Sugarhill Records) e dell’incontenibile ska-soul-punk dei Fishbone, che continuano l’opera dei Bad Brains (I Against I cos’era se non uno dei primi dischi di crossover), per rendere conto di un clima in cui la musica più interessante è quella che crea le sovrapposizioni più eccitanti e gli scavalcamenti di campo più inconsueti.

Quando gli Anthrax si uniscono ai Public Enemy per rifare la loro Bring the Noise nel 1991, nessuno dei due gruppi è nuovo a simili imprese: i thrasher newyorkesi già avevano abbozzato un esperimento di rap-metal con l’EP I’m the Man del 1987, e con lo spin-off S.O.D. avevano contribuito a definire il crossover prima maniera (quello tra punk e metal); la posse ha avuto Vernon Reid come guest del primo album e – tra i tanti sample – ha campionato pure un riff di Angel of Death degli Slayer, compagni di etichetta alla Def Jam, in She Watch Channel Zero?! sul secondo, It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, l’album che crea il wall of sound dell’hip-hop. Il muro di suono griffato Bomb Squad è uno dei più ricchi ma anche duri e aggressivi della musica di fine anni ’80: non ci sono solo i campioni di funk sparati a ritmo incalzante, ma i loop abrasivi e dissonanti che saranno d’ispirazione per il blob radicale dei Disposable Heroes of Hiphoprisy come per l’effetto stono dei Cypress Hill. Il tour e la collaborazione tra gli Anthrax, che vanno verso l’hip hop, e i Public Enemy, che induriscono il loro suono, sono sintomatici della convergenza tra un lato dell’hip hop e un lato corrispondente del metal. La chiave è quindi avere un gruppo rap-metal a tutti gli effetti, che lo sia già nell’ossatura. Scott Ian degli Anthrax lo trova proprio nei Rage.

«Sono stati i Rage Against the Machine a creare il rap-metal come genere. Bring the Noise era una collaborazione tra un gruppo metal e un gruppo hip-hop. Non eravamo una band che creava qualcosa di nuovo. Poi sono arrivati i Rage che erano unici. Hanno creato qualcosa di organico che è diventato il loro sound. Noi avremo aperto una porta, ma loro ci hanno fatto entrare un TIR» (Scott Ian, Anthrax).

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Rage Before the Rage

In qualche DVD o facendo zapping sul canale YouTube tra i video dei Rage in concerto, vi sarà capitato qualche volta di vederli introdurre da una simpatica vecchina. Magari ve lo sarete pure chiesto, che ci fa quella che sembra una nonnina americana un po’ svitata uscita da qualche sitcom o da una screwball comedy sul palco a parlare come un’adolescente del suo gruppo preferito – ho l’onore di presentarvi the best fuckin’ band in the world. Ma chi la scambia per una macchietta, ahilui, dovrà recitare un amaro mea culpa, battersi il petto tre volte e contrirsi almeno finché non conclude la lettura di questo pezzo (facciamo che lo dite tre volte e basta, su, assoluzione piena e continuate a leggere tranquilli…). Si tratta della signora Mary Morello, la mamma di Tom. Una che anche senza essere Angela Davies o una piccola Che Guevara, negli anni ’60 la sua rivoluzione l’ha fatta. I RATM non sarebbero mai saliti su quel palco senza questa piccola insegnante dal Midwest. Senza di lei, anche solo per motivi banalmente biologici, ci saremmo persi uno dei gruppi più potenti degli anni… – quelli che volete voi, che prima o soprattutto dopo di band di pari carisma ce ne sono state, ma non certo così tante.

Una tipa tosta, Mary. A vent’anni decide che il suo Illinois le sta stretto e gira il mondo: Cina, Germania, Giappone. Poi Kenya, e qui partecipa alla lotta per l’indipendenza e conosce Stephen Ngethe Njoroge, nipote del primo presidente keniota Jomo Kenyatta e primo ambasciatore del neonato stato africano presso le Nazioni Unite. Tom nasce quindi a New York nel 1964. Un anno dopo i suoi genitori si sono già separati. Mary con il figlio torna nell’Illinois. Tom cresce tra la borghesia bianca del Midwest ma con la consapevolezza delle sue origini e l’esempio di una madre impegnata in cause politiche e umanitarie. L’heavy metal e il punk lo ispirano a imbracciare la chitarra, e al liceo forma una band con il suo amico Adam Jones, futuro chitarrista dei Tool. Si laurea in scienze politiche a Harvard. Dopo la laurea lavora nell’entourage di un senatore democratico, dove ha modo di osservare “la macchina” dall’interno; e si accorge che non è la politica che vuole fare. Meglio fare musica. La sua prima band importante sono i Lock Up, autori di un unico LP su Geffen, Something Bitchin’ This Way Comes. È il momento di massimo splendore per il funk-metal made in USA e loro sono buoni emuli di Jane’s Addiction, Living Colour, Red Hot Chili Peppers e Faith No More. Qualche idea, qualche spunto del Morello che verrà; il contesto però è decisamente un altro.

Il background di Zack de la Rocha non è così diverso quello di Tom. È cresciuto da mejicano a Orange County, contea tra le più conservatrici della California. Altro retaggio importante: la madre è un’antropologa, il padre è l’artista Isaac Robert “Beto” de la Rocha, membro dei Los Four, un collettivo che negli anni ’70 ha dato un volto nuovo e un’identità alla chicano art. Beto è conosciuto in particolare per i murales, che nelle Americhe sono sinonimo di arte impegnata e sociale. I maestri storici del genere sono tutti messicani – Rivera, Siqueiros, Orozco – e nel caso di Beto la rivendicazione di quelle sue radici va persino oltre l’arte, se è vero che lui in persona avrebbe ispirato il revival della festa del dia de muertos nella comunità ispanoamericana di Los Angeles. È anche vero che molti suoi lavori li ha distrutti in preda a un esaurimento nervoso e a una sorta di crisi mistica. Così costringe Zack, ancora adolescente, a partecipare alla distruzione della sua arte (e il figlio ne fu turbato al punto da non voler più andare da lui). Avere una famiglia mista di quel livello culturale, e pure con qualche gene rivoluzionario (il nonno paterno era stato un rivoluzionario in Messico ai tempi di Emiliano Zapata), per un ragazzo di origini ispaniche è un’eccezione in un contesto in cui gli altri messicani della contea «hanno in mano una scopa o un martello o raccolgono cesti di fragole».

Il senso di frustrazione, di alienazione, maturato a contatto con una comunità conservatrice – anche un po’ razzista – come quella di O.C. è ciò che avvicina Zack di riflesso alla musica e alla cultura punk. Da ragazzo ascolta gli Stooges, gli MC5 e l’hardcore punk californiano, ma anche i Public Enemy e i Run DMC. Suona la chitarra e fa la breakdance. A scuola forma una band punk, gli Hardstance, che si evolveranno negli Inside Out. Niente crossover, in senso rock-rap, al massimo punk-metal. Anche per loro un solo album, in realtà un mini, No Spiritual Surrender, per la Revelation, anno 1990. Gli Inside Out appartengono alla seconda generazione straight edge, la stessa della youth crew newyorchese, che all’ispirazione originaria di gruppi come Minor Threat e Bad Brains aggiunge l’impronta metal-crossoveristica della Grande Mela (Agnostic Front e Cro-Mags). Il giro è quello della Revelation, nonostante si tratti appunto dell’altra costa. C’era già un legame tra quella scena e Orange County, gli Insted, ma rispetto agli epigoni californiani dei Minor Threat la musica degli Inside Out sembrerebbe avere più affinità con i cugini di New York. Oltre che con i Minor Threat stessi; l’eco del riff di In My Eyes è una specie di spettro che si aggira per le sette tracce di No Spiritual Surrender. Solo un paio di quelle canzoni hanno i tempi spediti in stile hardcore e le nuance melodiche, che so, alla Gorilla Biscuits, il resto è più heavy e intenso che veloce, fa pensare alle parti lente dei Judge, all’attitudine crossoveristica dei Quicksand, persino ai Black Flag. È abbastanza singolare il tutto, più o meno come sentire un Zack de la Rocha ispirato da Ian MacKaye cantare di resistenza spirituale. Ian MacKaye appunto, e non Chuck D, ma è solo questione di tempo, quello che gli Inside Out di fatto non hanno. Il chitarrista Vick di Cara si converte e diventa un Hare Krishna, un gruppo hardcore di belle speranze finisce e nasce invece un quartetto di rap-metal politico.

Rage Against the Machine Che

Bombtracks

«Volevo formare una band che mescolasse i Black Sabbath con i Run DMC e un po’ di Aerosmith, e ho messo un annuncio su The Music Connection in cui cercavo un cantante socialista. Volevo suonare la musica che mi piaceva di più e lanciare dei messaggi». (Tom Morello)

Morello trova il cantante giusto, Zack De La Rocha, che porta in dote il suo amico Tim Commerford; alla fine si aggiunge Brad Wilk, un batterista che aveva fatto un provino con i Lock Up senza entrare nel gruppo. Il quartetto ha le idee chiare: da un lato la musica, un hip-hop con testi militanti suonato con gli strumenti live di una rock band, e dall’altro la politica, rigorosa, urlata e decisamente “contro”: contro lo status quo sociale, la morale benpensante, la macchina del capitalismo. Non ci sono dubbi sul sound, qualche cambio di rotta invece riguarda la “questione” discografica. L’idea iniziale della band sarebbe stata una cosa “fugaziana“: autoprodursi un album in cassetta e venderlo a cinque dollari. Poi le cose prendono una direzione diversa: la Sony fiuta il potenziale del gruppo e lo mette sotto contratto. Usano la major come megafono per le proprie idee o si sono piegati alla logica del capitale? Questo il dilemma. Morello è il più pragmatico e difende la scelta. Dalle risposte di Zack, un po’ più evasive, filtra invece un certo disagio. Niente di nuovo sul fronte occidentale, almeno da quando i Clash firmarono per la CBS. Combattere il sistema dall’interno o starne fuori: è il bivio a cui qualunque musicista underground con i numeri dalla sua parte – che siano di vendite o di talento – si ritrova prima o poi. C’è chi depreca anche la minima percentuale di “collaborazionismo” e chi trova che il fine giustifichi i mezzi. Comunque, nessuno può negare la forza dirompente che sul piano delle idee, ma soprattutto del contenuto musicale, il debutto dei Rage Against the Machine mette in campo.

La freschezza, l’originalità, la potenza del sound sono assolute. È rap-metal alla sua quintessenza ma oltre che di rap bisognerebbe parlare di hip-hop tout court. La differenza rispetto, per esempio, a Red Hot Chili Peppers o Faith No More, è che Zack De La Rocha non è un cantante che fa anche il rap, ma un vocalist che rappa e non fa praticamente parti melodiche. E poi, soprattutto, sono le strutture strumentali dell’hip hop a essere metabolizzate da un quartetto rock “classico” che tra l’altro sottolinea con orgoglio programmatico di non usare altro che chitarra, basso, voce e batteria. Killing in the Name è la piccola grande apoteosi di questo sound hip-hop con strumenti rock, piena di sincopi superfunky, distorsioni e suoni percussivi della chitarra, con riff e bridge assolutamente esplosivi. Nel calderone delle influenze dei Rage rientrano direttamente come termini di paragone le stratificazioni rumor-poliritmiche dei Public Enemy, i suoni striduli e psichedelici dei Cypress Hill o il realismo da sound di strada degli NWA, e la cosa interessante è proprio vedere come queste influenze sono filtrate attraverso il prisma “rock” delle altre influenze punk, funk e metal.

Per la parte strumentale bisogna rimarcare il lavoro di una sezione ritmica turbofunk che assicura plasticità, muscoli e dinamismo: Tim Commerford è un bassista solido e pulsante e Brad Wilk, oltre alla quadratura, aggiunge tocchi di fantasia. Anche se ovviamente il piatto forte di questa traduzione dell’hip-hop nelle dinamiche strumentali di una rock band attraverso tattiche compositive e trick vari è il ruolo “da dj” che assume Tom Morello. Bombtrack subito all’inizio è un esempio di come il chitarrista sappia tenere ben oliati gli ingranaggi di una macchina ritmica perfetta usando riff di sapore hard blues e chop sincopati. Del funk Morello mantiene spesso e volentieri il suono percussivo ma smorza il tono brillante e acuto della chitarra funky sporcandolo da par suo con le distorsioni e i furenti riff rock-blues sulle corde basse di matrice hard anni ’70. Cresciuto con lo shredding e il virtuosismo metal, Morello mantiene solo l’incisività di quello stile, sottrae volentieri le parti melodiche e aggiunge una grandinata di sincopi, controtempi e atonalità. A volte sembra “scratchare” sulla chitarra con il plettro e soprattutto con gli accordi stoppati, ma è in particolare attraverso l’uso degli effetti che imita brillantemente le manovre elettroniche dei dj. In Bullet in Your Head mette in mostra uno dei suoi trucchi preferiti, quello di smanettare sullo switch per creare suoni “assurdi” che sono diventati un suo marchio di fabbrica. I suoi timbri sono tra più creativi della chitarra rock moderna (il glissando tutto in tremolo di Take the Power Back, l’intro e gli assolo in delay di Know Your Enemy, i chop percussivi in wah wah o il talk box di Wake Up, la sirena di Fistful of Steel, solo per citare qualche highlight alla rinfusa).

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La forza espressiva dei testi di Zack De La Rocha è un altro punto cruciale dell’identità dei Rage. «Spesso mi chiedono perché siamo l’unica band di protesta», ha detto una volta Morello, e non si può dire che una voce di protesta così forte non sia un caso raro nel panorama rock dell’inizio degli anni ’90, dove pure esistono gruppi impegnati anche dai grandi numeri come R.E.M. e Pearl Jam. Non parliamo del metal, dove i RATM sono tra le poche band espressamente di sinistra insieme ai Sepultura, in un genere dai più tacciato di essere tendenzialmente destrorso. Baciato da un enorme successo, il gruppo approfitta della visibilità per portare avanti le sue idee con gesti anche clamorosi, come la plateale protesta andata in scena sul palco di una tappa del Lollapalooza il 18 luglio 1993. A Philadelphia i quattro si presentano sul palco completamente nudi e con le bocche tappate dal nastro isolante, ognuno con un’iniziale del PMRC sul petto, e rimangono immobili per mezz’ora uno di fianco all’altro senza suonare una nota, “accompagnati” soltanto dal rumore degli strumenti lasciati in feedback.

Il fronte anticensura è soltanto uno dei tanti su cui i componenti del gruppo sono attivi. Una parte dei profitti dei concerti viene regolarmente destinata alle associazioni presenti nelle città in cui suonano. Tra le tante cause a cui si appassionano, i RATM perorano con forza quella di Leonard Peltier, un nativo americano condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti dell’FBI avvenuto nel ’75 in una riserva indiana del South Dakota. I Rage si battono per la revisione del processo e a lui dedicano il video di Freedom. Stesso discorso per Mumia Abu-Jamal, attivista delle Black Panthers che sta scontando un ergastolo per l’assassinio di un poliziotto in seguito a un altro processo-farsa. Quando i Rage Against The Machine iniziano a organizzare concerti per lui e portano per la prima volta il caso all’attenzione dei loro fan, Mumia è addirittura nel braccio della morte – solo nel 2012 la pena capitale è stata commutata nel carcere a vita. Alla fine degli anni ’90 Tom Morello verrà arrestato durante una manifestazione contro le politiche di sfruttamento dei lavoratori adottate dalla multinazionale dall’abbigliamento Guess. De la Rocha è coinvolto soprattutto nel sostegno al movimento zapatista del Chiapas; a metà degli anni ’90 si reca sul posto in quattro occasioni, vive tra le comunità indigene, dà il suo contributo come insegnante nelle scuole, raccoglie fondi e cerca di sensibilizzare più persone possibile in America. Vivere in pace con se stesso – parole sue – vuol dire combattere per i deboli della società, anche se in modo non violento, ci tiene a sottolineare. L’esperienza zapatista sarà d’ispirazione per i testi del secondo album. Già, il secondo album.

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L’impero del male

Nell’agosto del 1994 il debutto dei Rage raggiunge il traguardo certificato di un milione di copie. Qualunque major presserebbe all’inverosimile un complesso che con il primo album ha centrato un disco di platino per avere un sequel e battere il ferro finché è caldo. Epic/Sony naturalmente non fa eccezione. Il problema è che la band non è pronta. Al di là della situazione conflittuale e delle tensioni che un gruppo con una tale popolarità e con quel genere di pretese politiche vive inevitabilmente sulla propria pelle, a minare la compattezza di una macchina da guerriglia culturale fin qui perfetta sono una divergenza di idee e conflitti che vanno dalla direzione musicale alle divergenze personali. Li si immagina facilmente a discutere, tra un De la Rocha che preme per l’hip-hop e la sperimentazione e un Morello che non si vuole staccare dai suoi riff hard di scuola seventies. Zack è persino deluso dalla scarsa considerazione che i compagni danno al suo operato nella band. Fatto sta che il quartetto è letteralmente incapace di comporre. Un ritiro imposto dalla casa discografica dà come risultato un nulla di fatto.

Con simili premesse sorprende quasi che Evil Empire sia un disco di spessore, segno che il gruppo si è ritrovato in tempo per dare comunque prova di sé. Spesso bistrattato anche ingiustamente, Evil Empire aveva l’unica pecca di non poter replicare l’effetto dell’esordio. È un album solido che ha brani efficaci, a partire dal trittico iniziale People of the Sun/Bulls on Parade/Vietnow, che per molti versi approfondisce il discorso del primo LP scavando ancora lungo la vena funk-hip-hop corazzata e andando addirittura oltre con le trovate noise in stile dj (il riff iniziale di People of the Sun e l’assolo di Bulls on Parade sono puro scratching sulle corde della chitarra fatto con slide, switch e leva del tremolo). Revolver e Tire Me sono il punk più groovy che si possa immaginare. Non mancano tracce di rock più compatto e meno swingante e neppure brani che svariano tra i soliti assalti sincopati e momenti quasi melodici (Down Rodeo), o si arrovellano su giri lenti dal retrogusto bluesy (Wind Below). Non si può dire che il sound e l’impegno non sappiano colpire entrambi l’immaginazione (a proposito, imperdibile nel booklet è la piccola biblioteca con i consigli di lettura firmati RATM), e infatti il successo non li abbandona. Il quartetto porta il nuovo lavoro sul palco e il mix con il vecchio materiale è di quelli incendiari. A distanza di tanti anni dal concerto di Milano del ’96 – una piccola epifania, per quanto mi riguarda – ricordo ancora l’impressione di una live band feroce e perfetta.

1999, fine del millennio

«I ragazzi a Seattle provano a cambiare la storia e noi siamo troppo presi a litigare sui disegni delle magliette e la scelta dei singoli…». (Tom Morello)

The Battle of Los Angeles, uscito alla fine del 1999, non sembra il disco di una band già smantellata. Almeno per la prima metà viaggia su livelli di tutto rispetto. Alta tensione e anche un bel suono, caldo, organico; il modo in cui sono registrate le canzoni dei Rage in genere ricorda il gioco di incastri dell’hip hop, le parti sembrano tagliate e cucite come sample, ma qui, forse per il mixaggio o per un approccio diverso, si avverte un feeling più live da rock band classica. Di classico, addirittura cristallizzato, c’è lo stile del quartetto, con variazioni minime e il solito potentissimo canovaccio mantenuto su ottimi livelli di energia. Testify inizia con una scia di feedback e una bella rullata prima di lanciarsi nei consueti, vulcanici riff. I trick di Morello, il riffing ancora implacabile, i numeri della sezione ritmica e il sacro furore di De la Rocha, il declamatore hardcore di sempre, fanno di Guerrilla Radio il degno seguito di Bulls on Parade. Calm Like a Bomb non avrà forse nulla di nuovo da offrire nell’economia del suono della band, ma le sue sirene fanno sanguinare i timpani e i suoi riff arrivano come rasoiate, nette e precise. Mic Check è il brano di hip-hop più “puro”; non ci sono riff rock, Morello cuce una “base” ficcandoci linee di chitarra liquida che sembrano sample alla Cypress Hill e uno dei suoi trucchi preferiti, l’effetto “pala d’elicottero”. Al contrario, Sleep Now in the Fire ha uno dei riff più “classici” che si possano immaginare – scuola Stooges e Mc5 ma un po’ più tecnico –, un assolo in super tapping e un gran lavoro di Brad Wilk che passa ancora per il rullante. Cali di tensione e un pochino di riflusso creativo si avvertono soltanto dopo Born of a Broken Man.

Nei contenuti l’album è al passo con la stretta attualità e persino profetico nelle sue prese di posizione. Sleep Now in the Fire, uno dei brani più “melodici” in senso lato del gruppo (almeno nella linea vocale), è abbinata a un clip “situazionista” di Michael Moore: la ripresa del video di fronte a una delle sedi della borsa di New York diventa un sit-in improvvisato, una lontana – molto lontana, vabbe’ – premonizione di quello che sarebbe stato Occupy Wall Street. Molto più vicina, a nemmeno un mese di distanza, è la “battaglia di Seattle” in occasione del meeting della WTO, la madre di tutte le proteste antiglobalizzazione (anche della nostra Genova del 2001). L’immagine degli scontri campeggia sulla copertina di Time e qual è il titolo che l’accompagna? “Rage Against the Machine”. La band è pronta a diventare portavoce del nuovo movimento no global? No. «I ragazzi a Seattle provano a cambiare la storia e noi siamo troppo presi a litigare sui disegni delle magliette e la scelta dei singoli…». Nel momento in cui la coscienza sociale di una generazione sembra risvegliarsi, i Rage si sciolgono. I ’90 che già si trascinavano stancamente, sono finiti.

L’epoca degli inizi del decennio, il momento in cui un gruppo senza compromessi come i RATM poteva arrivare ai piani alti delle classifiche, è tramontata da un pezzo, da quando il grunge è imploso con il suo musicista più rappresentativo e l’onda lunga è diventata un riflusso musicale che tocca tutti i generi alternativi nati nell’underground.«Il punk è stato neutralizzato dal grunge commerciale, l’indie britannico si è ammorbidito nel britpop, i rave illegali hanno ceduto il passo alle mega discoteche, l’iconografia da guerriglia dei Public Enemy ha lasciato il posto alla linea di moda di Puff Daddy», scrive Dorian Lynskey in 33 Revolutions per Minute. Il rap-metal dei Rage Against the Machine è diventato nu-metal… già il nu-metal.

Con il crossover tra rap e metal è nato tutto un nuovo genere o sottogenere che anche dopo il successo dei Rage Against the Machine è naturalmente continuato e ha preso strade nuove. Il 1992 è anche l’anno di Urban Discipline dei Biohazard, di Ice-T che entra con tutti e due i piedi nell’hard rock con i Body Count, e nel ’93 la colonna sonora del film Judgment Night rende più che mai à la page i duetti tra rapper e rocker alternativi. Dalle scene di Los Angeles e di New York emergono band come Downset (i più vicini ai Rage) e Orange 9mm che rimarranno di culto; non sarà così per i Korn e per il trend nato dal loro successo: il nu-metal. I gruppi nu-metal sono diversi dai Rage Against the Machine, a livello musicale e “filosofico”, come lo ha definito Tom Morello. I metallari postmoderni hanno suoni di chitarra più grassi e cupi – suonano con il bass booster sempre inserito grazie a chitarre a sette corde, bassi a cinque corde e accordature super ribassate – oltre a uno stile vocale in cui il rap si mescola all’urlo metal ma anche al canto melodico. Si sono svezzati con i groove post-thrash di Pantera e Sepultura; l’hard rock degli anni ’70 per loro è preistoria musicale. Non parlano di politica, con l’eccezione dei System of A Down. Non hanno radici hardcore, se non con l’altra, lodevolissima eccezione dei Deftones. E se i Korn agli esordi hanno davvero sparigliato le carte della scena con un suono deviante e originale che cooptava anche le abrasive dissonanze di hip-hop e industrial, complessi come i Limp Bizkit (i cui primi due dischi pure non sono da buttare musicalmente) la prendono più volentieri dal lato ormonale, edonista e spaccone.

La differenza non tocca solo i Rage Against the Machine ma tutta la scena musicale battezzata a torto o a ragione “alternativa” dei primi ’90. Gruppi come i Nine Inch Nails, gli stessi Rage, i Jane’s Addiction e le band di Seattle nascevano da un background indie e punk rock con cui si sono confrontati – non senza contraddizioni – anche nel gestire il successo. I nuovi arrivati sono decisamente più disinvolti e non si fanno troppi problemi.

«Purtroppo abbiamo avuto un ruolo importante nello sviluppo del nu metal», ha ammesso Tom Morello. «Le band che hanno partecipato ai primi Lollapalooza – Tool, Nine Inch Nails, Rage Against the Machine, Nirvana – erano all’avanguardia, e combinavano il rock da stadio con il punk e una vera ricerca musicale. A nessuno andava a genio l’idea di suonare nelle stesse arene dei Poison… Ma nel frattempo immagino quello che potevano fantasticare i dirigenti delle case discografiche: “Se solo avessimo una band tipo i Rage Against the Machine che canta di ragazze e abbia voglia di girare dei video”».

Quel gruppo sarebbe arrivato, era solo questione di tempo. È lo stesso concetto che ha spiegato Maynard James Keenan, il cantante dei Tool, citato in un altro libro di McIver, dedicato a una band che con i Rage ha una particolare affinità geografica e personale. «Pearl Jam, Soundgarden, Nine Inch Nails, Rage Against the Machine e Tool hanno sempre sempre fatto a modo loro… “No, non c’è bisogno di fare un disco ogni anno”. Be’ invece i Limp Bizkit e gli altri erano disposti a farlo».

Un momento simbolico in cui scoppia questa bolla è Woodstock ’99, quando oltre ai Rage Against the Machine suonano Korn e Limp Bizkit. La celebrazione per il trentennale di Woodstock, tenuta in un’ex base aerea, è sorta agli “onori” delle cronache per i tafferugli e le violenze scoppiati tra il pubblico, gli atti di vandalismo, le molestie nei confronti di alcune ragazze e addirittura casi di stupro di gruppo. È il set dei Limp Bizkit a scatenare la violenza, ma è impossibile per un gruppo come i Rage non pensare che l’idea di musica che avevano in mente sia degenerata.

«Il rap-metal era nato con l’idea di creare musica potente, con un messaggio che parlava di integrità, dello stare uniti, di solidarietà tra i musicisti e il pubblico, e non aveva niente a che vedere con il branco che ha stuprato le donne nel mosh pit e distrutto l’area di un festival. Abbiamo dato popolarità a un genere che ha fatto quella fine. Ho pensato: “Che cosa abbiamo fatto…”».

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Audioslave, Street Sweeper Social Club, Nightwatchman e… che fine ha fatto Zack De La Rocha?

È nelle textures minimali e potenti a base di tastiere e batteria e nel flow sonico della creatura di Zack e John Theodore, ex batterista dei Mars Volta, che sentiamo lo spirito dei RATM, e del crossover finalmente fresco e rinnovato.

A posteriori appare chiaro come le cose stessero lentamente precipitando nella band. Ma la notizia dell’abbandono di Zack de la Rocha il 18 ottobre 2000 per tanti che seguivano i RATM arriva come un fulmine a ciel sereno. La raccolta di cover Renegades, che sostituiva un disco dal vivo programmato e mai realizzato, è il capolinea del quartetto più rivoluzionario – in tutti i sensi – del crossover rock e la scaletta riassume in modo impeccabile la conclamata eterogeneità della loro ispirazione.

Il dopo Rage è stato una delusione. Dal momento in cui diventa ufficiale che Morello, Commerford e Wilk hanno formato un nuovo gruppo con Chris Cornellchi ha amato i RATM e Soundgarden si frega le mani per poi scoprire che gli Audioslave insomma… lapalissianamente, sono i superstiti dei Rage Against the Machine con la voce dei Soundgarden – ché da quando è diventato solista, Cornell non ne ha più azzeccata una. L’omonimo del 2002 è comunque un album propositivo; l’effetto “uno più uno” è ancora forte ma le due impostazioni iniziano a fondersi (un soft rock come Like a Stone e la ballata I Am the Higway non li avremmo mai sentiti in un disco dei Rage). Nel secondo album Out of Exile l’ispirazione si è assestata e in Revelations è in calando, per non dire in picchiata. Gli Audioslave si sciolgono, entrambe le parti tornano all’ovile. I Rage Against the Machine riprendono a fare concerti al gran completo e non lo fanno in sordina. I membri dell’amministrazione Bush, urla De la Rocha sul palco del Coachella, dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità. Nel 2008 i RATM suonano due concerti di protesta nei luoghi delle convention di democratici e repubblicani. Si tratta di un revival che a parte dei buoni concerti, non produrrà nuove registrazioni (e non è detto che questo sia necessariamente un male).

Tom Morello, dopo gli Audioslave e il ritorno di fiamma per i Rage Against the Machine, dimostra comunque di non essere a corto di iniziativa. La cosa più vicina ai Rage dovrebbero essere gli Street Sweeper Social Club – almeno perché è della partita un altro rapper, Boots Riley. Anche qui il punto di partenza è un album omonimo pubblicato nel 2009 – seguirà solo un EP l’anno dopo – con riff che si riconoscono da lontano un miglio. Il rap… no perché Riley non ha un’oncia della potenza declamatoria di un De La Rocha. Quindi musica più varia e morbida, e naturalmente meno d’impatto – eufemismo per dire che è proprio… un’altra cosa. Meglio a questo punto il progetto cantautorale di Morello, The Nightwatchman, se non altro per il detour stilistico che lo “obbliga” a non girare più intorno agli stessi riff. La musica più inusuale, ma anche la più tonica, dei suoi anni Zero si trova proprio tra The Nightwatchman, quasi tutto chitarra acustica, e i successivi The Fabled City e Worldwide Rebel Songs, anche per la punta di ironia e divertimento che si coglie in queste protest songs, molto più Dylan e Springsteen – quando non alla maniera della vecchia guardia dei Woody Guthrie, dei Pete Seeger, dei Phil Ochs – che non Led Zeppelin / Black Sabbath meets hip-hop.

E Zack de la Rocha? È da quando i Rage si sono ufficialmente sciolti che si vocifera di un suo imminente album da solo. E invece. Nel 2003 quando presta la voce a March of Death di DJ Shadow, un brano contro la guerra in Iraq reso disponibile gratuitamente su Internet, il desiderio di schierarsi e dire la sua è più urgente dell’ansia creativa, che al contrario sembra attanagliarlo in una sorta di limbo da cui esce solo con sparute collaborazioni (con Trent Reznor per We Want It All) e con l’EP degli One Day As A Lion. Eppure è nelle textures minimali e potenti a base di tastiere e batteria e nel flow sonico della creatura di Zack e John Theodore, ex batterista dei Mars Volta, che sentiamo lo spirito dei RATM e del crossover finalmente fresco e rinnovato. Un buon viatico per… Zack se ci sei batti un altro colpo (dai, ormai ci siamo quasi…)

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Colpo di coda

Che un milione di persone aderiscano a un gesto antagonista, anche solo nei confronti delle classifiche pop è da considerare comunque una vittoria della band

I Rage Against the Machine hanno sempre avuto grande successo nonostante la nomea di gruppo scomodo, poco avvezzo ai compromessi per lo stile e, più ancora, i contenuti. Ma non avevano ancora avuto un singolo al primo posto in Gran Bretagna fino al 2009. Un mondo dove Killing in the Name va al numero uno diciassette anni dopo è un mondo nuovo, che ha finalmente sconfitto il capitalismo e le sue ingiustizie? Andiamoci piano. La tigre di carta della situazione non era niente di più di un certo Joe McElderry, fresco vincitore dell’X Factor inglese. La campagna “Rage Factor” che li ha portati in cima alle classifiche a Natale 2009 con il record di download per un singolo brano è una mossa pianificata da un esperto di marketing e orchestrata attraverso una pagina Facebook. Detto questo, che un milione di persone aderiscano a un gesto antagonista, anche solo nei confronti delle classifiche pop, è da considerare comunque una vittoria della band, uno dei suoi più grandi successi nel vero senso della parola, qualcosa che è nato dall’iniziativa di un singolo e dall’aggregazione spontanea delle persone. Quello che con i loro testi i Nostri hanno sempre predicato. Quello che ha accolto Killing in the Name al numero uno è un mondo in cui il loro messaggio ha attecchito portando finalmente dei cambiamenti, ha sconfitto il sistema del capitalismo? No. La lotta continua, e pure se il gruppo è fermo, il suo messaggio rimane in movimento. Anche se il sistema contro cui si scagliavano i Rage Against The Machine è ancora in piedi; ha solo cambiato pelle, anzi, parrucchino…

Cosa aspettarci adesso?

Qualcosa intorno ai Rage Against the Machine ha ricominciato a muoversi. Per primi sono Morello, Commerford e Wilk a tornare sulla scena con il supergruppo Prophets of Rage; Chuck D e B-Real prendono il posto di Zack De La Rocha per il miglior (?) gruppo di revival del crossover che si potesse immaginare. Ma appunto di revival parliamo, e persino il motto “Make America Rage Again” scelto dal complesso, oltre all’ovvia opposizione a Trump, faceva presagire il greatest hits incrociato che sono state le scalette dei concerti. Sull’unico EP finora pubblicato ci siamo già pronunciati al momento dell’uscita per sostenere che su un piano strettamente musicale, non ci ha convinti. L’altra notizia parallela è che Zack De La Rocha sembra finalmente aver rotto gli indugi. Dopo aver dato la benedizione alla nuova avventura degli ex compagni, pubblica un brano prodotto da El-P – dei Run the Jewels, con cui ha collaborato per l’ottima Close Your Eyes (and Count to Fuck) – antipasto del suo sospiratissimo album da solo che finalmente sembra non essere più una chimera.

Cosa aspettarci ora? Di una cosa siamo sicuri: né Zack De La Rocha né Tom Morello si faranno pregare per dire la loro sul nuovo inquilino che sta per entrare alla Casa Bianca. E chi lo sa che con queste lune non tornino anche a collaborare… To Make America Rage Again – ma stavolta sul serio.

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