Quando le Muse cantano. Intervista a Bent Saether dei Motorpsycho

Chi scrive frequenta la musica della formazione di Trondheim, Norvegia, da quasi trent’anni: difficile essere obiettivi quando c’è di mezzo qualcosa che possiamo chiamare, senza vergogna e senza timore di suonare retorici, amore. Un compagno di università durante le lezioni di storia sociale all’inizio degli anni ’90 mi incuriosì con una maglietta con un simbolo ed una scritta, Motorpsycho. La folgorazione poi avvenne, lo ricordo distintamente, una sera su Planet Rock, la gloriosa trasmissione di Radio 2: Claudio Sorge presentò la band e mandò in onda per intero il mastodontico pezzo omonimo dal loro disco per la piccola etichetta norvegese Voices of Wonder, Demon Box. Più tardi poi scoprii, in un’altra intervista, che quel disco per la band fu un estremo tentativo: o la va o la spacca.

Fortunatamente l’album riscosse meritati consensi e impose la band all’attenzione di molti. Complici gli interessi psichedelici di quegli anni e l’immortalità che si porta dietro la gioventù, con un gruppo di altri scalmanati cominciammo a seguire regolarmente la band nei tour che regolarmente li portavano in Italia, soprattutto al mitologico Velvet di Rimini. Ogni anno era un appuntamento immancabile, e ogni anno l’emozione elettrica trovava nuove strade da percorrere e si rinnovava. Sbaglia chi pensa che la band, dopo i vari cambi di batterista, non sia più ispirata come ai tempi di Gebhardt: non hanno mai inciso un disco meno che buono (escluderei giusto Black Hole Black Canvas) e dal vivo sono semplicemente una macchina da guerra.

A qualche mese di distanza dalla pubblicazione del (come sempre) torrenziale doppio album The All Is One, che ha concluso la trilogia iniziata con The Tower e proseguita con The Crucible, e che racchiude almeno una perla (la suite in cinque parti intitolata N.O.X.), un vero e proprio apriti Sesamo per dischiudere le porte di cosmi reali, metaforici, universali e privatissimi, abbiamo parlato del carburante celeste che li fa andare avanti, ispirati e liberi, da una vita oramai, delle Muse, di sinfonie, di sintonie e della musica che gira intorno con Bent, bassista e principale compositore del trio.

La prima volta che vi ho visti dal vivo era il 1994, nell’interregno tra Demon Box e Timothy’s Monster: c’era ancora Deathprod con voi. Raccontami qualcosa di quel periodo…

Conservo tanti bei ricordi di quel tour e di quel periodo; il concerto ebbe luogo nel giardino di un ospedale psichiatrico, con i pazienti che giravano nell’area durante il soundcheck. C’era la luna piena e potevamo vedere i laser del concerto dei Pink Floyd che si teneva in contemporanea al nostro nella città vicina (Modena, ndSA). Che trip!

Il poeta norvegese Rolf Jacobsen ha scritto: «L’era delle grandi sinfonie è finita»; ho sempre avvertito un che di sinfonico nella vostra musica, come una nostalgia sconfinata o un sentimento profondo del nord, lo stesso che posso percepire se ascolto ad esempio Fartein Valen (compositore vissuto tra il 1887 ed il 1952, nato a Stavanger; se potete recuperate The Eternal, pubblicato da Rune Grammofon nel 2013). Capisco che suonate perché ci sono cose che non si possono esprimere altrimenti ma, comunque sia, che ne pensi di questo mio ragionamento?

Beh, dipende da cosa intendiamo con la parola sinfonia, non credi? Nel linguaggio musicale questo termine comporta una serie di norme e regole che probabilmente potrebbero apparire obsolete all’occhio ed all’orecchio di un compositore moderno. Se però pensiamo a questa parola come ad un concetto/ombrello sotto al quale far riparare tutti quelle opere che hanno l’ambizione di essere bigger than life, allora le cose tornano. In questo senso, tutte quelle serie HBO/Netflix che vanno avanti per anni sono l’equivalente contemporaneo probabilmente di quel tipo di approccio e senza dubbio vengono ancora prodotti album che, in qualche maniera, hanno a che fare con quell’idea.

Penso che condividiamo la stessa ambizione che animava le cosiddette symphonic rock bands degli anni ’70, ma non è qualcosa che perseguiamo intenzionalmente: è solo che probabilmente abbiamo una predisposizione naturale per le lunghe durate. D’altro canto, allontanarsi in maniera conscia dal trito formato delle canzoni pop/rock ti porta a scrivere in modo ogni volta diverso e a scoprire cose nuove dentro la musica. Spesso poi le opere di più ampio respiro in qualche modo suggeriscono associazioni cinematografiche, reali o metaforiche e ovviamente nel nostro caso questo senso di nostalgia e di nord ha a che fare col posto in cui viviamo.

Hai cominciato come batterista, e i MPS ne hanno cambiato diversi durante questi anni. Che è successo? Si tratta di un ruolo davvero così complicato da ricoprire nella vostra band?

Non so dirti, sembra che li consumiamo! Suonare con noi è un impegno notevole, al tempo stesso però non siamo una band dove la batteria ha un ruolo preminente: cerchiamo sempre di includere cose più morbide e/o acustiche nelle nostre performance e nei nostri live e ci sono persone che forse non trovano spazio nella musica se non possono picchiare duro, capisci? [Non so a chi sia riferita nello specifico la cosa, ma effettivamente Gebhardt, il batterista storico, menava come un fabbro, e Kapstad, che è stato con loro dieci anni, non lasciava nemmeno una virgola vuota; suonando pure io, capisco comunque bene il punto riferito ai batteristi in generale, NdSA].

Altri invece si stancano semplicemente di avere sempre le orecchie che ronzano, e così via. Penso inoltre che la maggior parte dei batteristi pensino alla canzone essenzialmente come ad una performance o a una sorta di routine di danza, mentre noi proviamo costantemente a cambiare i nostri pezzi e ad esplorare nuove modalità per suonarli, e non ci sono dubbi sul fatto che niente più di questo possa confondere e frustrare “il ballerino”. Oppure, infine, semplicemente si annoiano? Come vedi le ragioni sono e possono essere molteplici, ma ogni cambiamento porta sempre a nuovi input e fresca ispirazione. Per cui, alla fine dei conti, si tratta di una cosa buona per la band!

Se dovessi scegliere solo 3 album dalla vostra sterminata discografia, quali sarebbero? I miei sono Demon Box (1993), Angels and Daemons at Play (1997) e Timothy’s Monster (1994), e se dovessi indicare un tour direi quello di Let Them Eat Cake (2000)…

Non riesco a ragionare così: quando un disco o un tour sono conclusi, non guardo a quanto è stato fatto né lo valuto; me lo metto alle spalle e muovo verso il prossimo step. Alcuni lavori funzionano meglio come base per il live di altri, ma non si tratta di un timbro o di un certificato di qualità, significa solo che sono diversi. Quelli menzionati da te sono comunque tutti buoni per me, e mi sarebbero piaciuti se fossi stato un fan della band che li ha scritti!

La tua giornata/settimana tipica come musicista… Ti piace essere definito bandleader [Bent da anni è il principale autore dei pezzi, ndSA]? La democrazia funziona, in un gruppo?

Il classico giorno feriale di lavoro prevede andare in sala prove alle dieci di mattina e lavorare sino alle due, tre del pomeriggio, poi tornare a casa e mettersi nei panni del padre e del marito per alcune ore. Il momento più congeniale per la scrittura per me è di notte quando mi isolo davanti alla tv: suono la chitarra sul divano finché non vado a dormire, a volte con un’idea che ronza in testa per un nuovo pezzo, oppure con un abbozzo di registrazione sul telefono. Tomas (Järmyr, il nuovo batterista, ex- Zu, ndSA) e Snah (Hans Magnus Ryan, da sempre nella band, ndSA) non sono disponibili ogni settimana, per cui ci muoviamo a seconda di chi sia a Trondheim in quei giorni e della fase di lavoro in cui troviamo. Proprio ora stiamo registrando nuove demo, mixando un po’ di materiale vecchio e tramando per il dominio del mondo con l’aiuto delle Muse La democrazia funziona, ma solo a patto che a guidarla ci sia un re illuminato da una visione, e per noi, chiunque scriva un pezzo è il sovrano di quella specifica canzone.

Come funziona l’alchimia della band? Dopo tutti questi anni la relazione musicale e umana con Snah è la stessa o è cambiato qualcosa?

Non molto, a dire il vero: quando suoni per così tanto tempo con qualcuno diventi profondamente consapevole delle tue qualità, dei tuoi difetti e di quelli delle altre persone che condividono questo percorso con te; si tratta perciò di cercare di enfatizzare le parti migliori e di minimizzare quelle più deboli di questo rapporto, e cercare di migliorarsi l’uno con l’altro, come direbbe un allenatore di calcio. Ci rispettiamo, non ci sono conflitti ma una grande, mutua comprensione e totale accordo sul modo di approcciare le cose. Il focus di tutto è la musica, e fare soldi o ottenere la fama non rientra nei nostri ragionamenti; queste sono le impurità che anzi devi sottrarre alle medicine che usi per far sì che l’alchimia funzioni.

Si direbbe che ora, con Tomas alla batteria, stiate attraversando una fase di ispirazione alta. C’è sempre qualcosa di nuovo dietro l’angolo?

Sì, la musica continua a fluire in questo periodo, e dobbiamo solo coglierla prima che diventi stantia. La vita è bella!

Come state vivendo questa situazione pandemica in Norvegia? In che misura crea problemi al vostro lavoro, alla vostra vita?

Bene, come dovunque (non è proprio così, in molti paesi, compreso il nostro, i live sono cancellati per ora, e stop, ndSA) i live prevedono un pubblico ridotto al minimo, se non assente del tutto, e questo settore sta veramente soffrendo, ma d’altro canto abbiamo più tempo per scrivere e creare, per cui cerchiamo di prendere il buono, sempre che non finiscano i soldi.

Motorpsycho, Motorite (2020)

Il primo e l’ultimo disco che hai comprato?

Kiss, Alive 2, nell’ottobre del 1977, il primo: l’ultimo dev’essere stato quello degli Idles o dei Black Midi, non ricordo bene, o forse una sinfonia di Mahler in vinile su Discogs.

Rune Grammofon, Smalltown Supersound, Lasse Marhaug, Pica Disk, PNL: quai altri etichette mi sto perdendo lassù nel grande Nord?

Direi che sei sul pezzo. Hubro è un’ottima etichetta che copre materiali che potremmo definire avant/jazz, ora non mi viene in mente altro; è da circa un anno che non presto molta attenzione all’underground, per cui magari ci sono tonnellate di cose fantastiche là fuori che mi sono perso. In effetti mi capita sempre di scoprire band tardi: ad esempio l’esordio degli Astrosaur, quando l’ho intercettato, aveva già più di un anno. Recentemente, ho trovato interessanti questi duo di elettronica al femminile che suonano una divertente e bizzarra musica elettronica; sia Smerz che Ultraflex hanno qualcosa che non riesco a capire, ed è proprio questo che mi piace. The Favourite delle Smertz è una canzone fantastica!

Musicisti o bands norvegesi che nessuno (più o meno) conosce e invece meriterebbero attenzione?

Probabilmente queste due che ho appena citato: roba davvero strana, fidati. Anche il chitarrista Stian Westerhus continua a fare dischi davvero interessanti. Deatcrush e Moe sono grandi band avant/rock, Reflections in Cosmo sono amici che indossano le loro tute spaziali, Wobbler sono calati nei primi ’70 più di chiunque altro ma davvero forti, ma probabilmente i migliori tra le nuove leve norvegesi sono Valkyrien Allstars: suonano un mix di folk music nostrana con ogni tipo di nuovo genere, cantano in norvegese e hanno totale controllo su quello che fanno. Suonano al tempo stesso perfettamente norvegesi e perfettamente contemporanei ed internazionali, e questo è un risultato molto difficile da raggiungere. Grandissimi!

Com’è cominciata questa relazione speciale che avete con l’Italia? Ricordo bene l’epoca del Velvet (magnifico locale sui colli riminesi dove la band veniva puntualmente ogni anno, ndSA)…

Non ne ho idea, direi che a noi piaceva venire in Italia , voi ci avete apprezzato e così ci siamo trovati. La prima volta che mi sono svegliato in Italia fu in alberghetto appena fuori Firenze e nella sala della colazione la musica in diffusione era In The Court of the Crimson King. Ho pensato subito che avrei amato questo paese, e così in effetti è stato.

Dov’è la musica? Nell’aria e la capti, o come funziona? Più facile scrivere una canzone o tuffarsi in una jam?

Mi piace vederla così: mi rendo disponibile, aperto ai segnali e capace di cogliere ciò che le Muse mi diranno e mi diranno; sono solo un recipiente, e la mia parte del contratto consiste nell’essere in ascolto. Non ci sono regole: a volte tutto ciò in cui ti cimenti funziona, altre volte nulla trova la sua strada: è facile perdere la fede o cadere nell’errore di considerarlo un processo automatico o in qualche misura dovuto, per cui è un equilibrio sottile: sii nel presente e ascolta quando le Muse cantano!

Com’è cominciata questa cosa di improvvisare che è da così tanti anni parte del vostro fare musica?

Viene da varie sorgenti, una della quali è Made in Japan dei Deep Purple: quel disco ha acceso sia la mente di Snah [potete vedere come gli si illuminino ancora gli occhi nel magnifico documentario Into The Maelstrom, ndSA] che la mia quando eravamo giovani e ci stavamo formando: Space Truckin’ durava venti minuti! Più avanti band come Hawkwind, Grateful Dead e Sonic Youth ci hanno mostrato il loro differente approccio all’improvvisazione, e poi il jazz e l’avanguardia sono arrivati a portata dei nostri radar e ci siamo innamorati della concentrazione e dell’immersione che questo tipo di musica ci richiedeva dal punto di vista della padronanza dello strumento. La cosa peggiore che può succedere ad un performer sul palco è di essere consapevole e timido, come quando fai le cose per inerzia e a memoria; quando cambiamo la scaletta ed il set e/o improvvisiamo, il focus principale è sempre e solo sulla musica e non c’è nulla di negativo o che possa distrarci. Così si crea un percorso che facilita il raggiungimento di una immersione totale, come è necessario per suonare per almeno due ore e mezza di concerto [come la band è solita da fare, da anni: se non li avete mai visti dal vivo, non sapete cosa vi siete persi, ndSA].

Motorpsycho, Motorite (2020)

E di questa cosa degli psychonauts [i fan dei Motorpsycho, accaniti e fedeli, che raccolgono scalette, memorabilia, commenti , nel forum del loro sito, ndSA]? So che avete un folto seguito in Italia, in Germania e in Olanda? Altrove come funzionate? Siete profeti in patria, siete famosi da voi? E cosa significa per voi questo, ammesso che lo siate?

Mah, forse è solo che è più divertente scrivere psiconauta che fan dei Motorpsycho e poi magari questa parola regala al concetto una sfumatura diversa: ovviamente il collegamento coi Deadheads è naturale e immediato. Abbiamo un buon pubblico, oramai consolidato negli anni, proprio nei paesi che tu citi all’inizio della domanda, ma non saprei dirti come mai. Il rock oramai non è più parte del mainstream, non siamo più giovani, difficilmente le nostre canzoni hanno ritornelli, e così via. Il solo aspetto sul quale abbiamo potere è la musica stessa e come presentarla: tutto il resto ha a che fare con la fortuna, il tempo giusto, l’hype e chissà che altro, dunque resta fuori dal nostro controllo. Ci guadagniamo tutti da vivere con la band, ma giusto per stare sulla linea di galleggiamento. In questo periodo siamo a libro paga del governo, per cui è dura; ad ogni modo continuiamo a fare ciò che più amiamo per cui non possiamo certo lamentarci: ogni giorno è una nuova avventura.

Com’è vivere a Trondheim? Frequentate ancora lo Svartlamon [quartiere hippy della città immortalato anche in alcuni video reperibili nel dvd Hair Cuts, ndSA]?

Sì, lavoriamo proprio lì, abbiamo il nostro ufficio e la sala prove: è un posto perfetto, pacifico, eccellente per chi si occupa di arte, ed è casa nostra.

Cosa vedi dalla finestra di casa tua?

Altre finestre! Vivo in un edificio composto da sette appartamenti che risale al 1914 e la mia finestra si affaccia sul cortile: vedo un cespuglio di rose, un recinto ed un mucchio di finestre.