Cavalcare nel buio: intervista ai Black Angels

Black Angels non hanno bisogno di presentazioni: partiti più di dieci anni fa dalla florida e creativa scena musicale di Austin, Texas, i Nostri si sono mossi su più latitudini ed hanno espanso i propri confini (spirituali e geografici) portando con sé il vessillo della nuova psichedelia: il rinascimento acido degli anni duemila passa anche e soprattutto attraverso la loro voce, le loro gesta, come eroi antichi. Eppure, a vederli così non sembrerebbero avere quell’aura istrionica che caratterizza i patriarchi e i santini di una determinata subcultura, o di uno specifico genere musicale; riescono comunque a trasmettere una sensazione di mojo, per dirla con Morrison: l’idea che dietro a cinque soggetti usciti da chissà quale pertugio della desolante Death Valley si celi una delle creature attualmente tra le più significative nel proprio genere d’appartenenza. Abbiamo incontrato il leader e portavoce della band, Alex Maas, poco prima del concerto al Locomotiv Club di Bologna, lo scorso 8 giugno, e ci ha raccontato di come l’ultimo album, Death Song (recensito su queste pagine), sia un’autentica celebrazione alla vita, a dispetto del titolo. E di quando hanno cavalcato nel buio con Roky Erickson, ovviamente.

Ciao Alex, è un piacere averti qui. Vi ho visti per l’appunto qualche giorno fa, al Primavera Sound…

BA: Wow, il piacere è tutto mio. Si, è stato fantastico, come sempre; è stata la seconda volta per noi al festival, ma stavolta eravamo su un palco più grande, non ci siamo tuttavia lasciati intimorire dalla folla [ride, ndSA], nemmeno Ramiro, la nostra new entry che ha sostituito Kyle [Hunt, ndSA] alle tastiere per questo tour, e ha dovuto imparare tutti i pezzi in soli quattro giorni!

Diciamo che se l’è cavata benone, l’ho visto molto disinvolto sul palco…

BA: Sì, è molto bravo, considerando che ha solo vent’anni. L’abbiamo “pescato” da un gruppo locale, giù ad Austin, i Rotten Mangos: ti consiglio assolutamente di ascoltarli, sono molto bravi.

Passiamo a Death Song: mi sembra che l’album ruoti attorno ad un lirismo più rabbioso, ad atmosfere più tensive; l’ho percepito come una sorta di chiamata alle armi, qualcosa che si avvicina molto al vostro esordio, Passover del 2006…

BA: Sì, potrebbe esserlo. È decisamente più teso verso determinate tematiche, però sai una cosa: nella musica vige una regola non scritta, quella dell’interpretazione; un artista può essere chiaro nei suoi intenti, quanto volutamente inintelligibile, trasversale. Una band può cantare canzoni d’amore per tutta la propria carriera, o ad esempio c’è chi ha sempre inserito un contesto poetico nella propria opera, mi viene in mente Leonard Cohen. Ma ciò che conta è come e cosa percepisce l’ascoltatore da quella commistione di parole e suoni: se vuole interpretare il concetto che ruota attorno a Death Song come una critica sociale, o una tirata contro le cattive politiche, potrà trovare tutto questo. Ma c’è dell’altro, e francamente credo che tutto il sottotesto politico ci sia servito più come “spinta” per conferire delle specifiche vibrazioni ai pezzi…

Eravate indecisi?

BA: Non proprio, ma sì, in un certo senso direi di sì.. avevamo tantissime demo, provini per oltre quaranta pezzi, e non riuscivamo a venirne a capo. Più spaesati, che indecisi.

Ecco perché ci avete messo così tanto!

BA: [ride, ndSA] Beh, ci abbiamo messo del tempo anche solo per mixare l’album, levigare i suoni: il nostro produttore, Phil Ek, ha fatto uno splendido lavoro di cesello, dando una direzione e un mood all’album che ci ha convinti da subito. Siamo molto entusiasti di come è venuto ma, allo stesso tempo, vorremmo fare qualcosa con tutte le altre tracce che non siamo riusciti ad inserire: il disco è molto coerente e credo che, ascoltandolo e soprattutto suonandolo a distanza di tempo, ci sia un’interconnessione molto forte tra i pezzi. Forse è anche per questo che tante ottime canzoni sono rimaste al palo, però chissà… stiamo cercando di capire cosa farne.

Notoriamente siete una band che ha fatto ottime cose con le b-sides, siete riusciti a gestirle in maniera eccelsa e a inserirle in cose molto interessanti e mai volte a massificare il vostro catalogo, tipo l’EP Phosgene Nightmare del 2012…

BA: gli EP sono stati per noi delle tappe intermedie tra un disco e l’altro, e ci hanno permesso di non tenere nascoste molte cose che per noi erano buone. Mi ha convinto l’ultimo che abbiamo fatto, Clear Lake Forest (2014): molte cose contenute lì provenivano dalle sessioni di Indigo Meadow, ma in realtà è stato più uno sfogo stilistico, c’era anche tanto materiale rimaneggiato rispetto a come suonava in origine. Credo che abbiamo fatto una cosa molto interessante, a livello sonoro. Poi beh, è probabilmente l’EP più lungo che abbiamo rilasciato: sono sette tracce, potrebbe anche essere un album – molti l’hanno definito tale.

Anche a me è piaciuto molto, in particolar modo la prima traccia, Sunday Eveningha questa strofa ondulante, e poi esplode nel ritornello, sembra quasi una danza northern-soul; si rifà tanto al beat anni sessanta, quanto alle acidità dei 13th Floors Elevators. A tal proposito, vuoi dirmi qualcosa circa la collaborazione che avete avuto con Roky Erickson?

BA: Beh, amico, potrei dirti molte cose. Riassumendo, ed auto-citandomi: è stato un po’ come cavalcare un cavallo a pelo, nel buio della notte, inseguiti da pipistrelli-vampiro. Eravamo molto giovani al tempo, e palesavamo una sorta di timore reverenziale nei suoi confronti: non sapevamo cosa avrebbe fatto o detto, c’era una tensione, ma una tensione positiva, che ci ha spinti a fare cose molto belle. Ad un certo punto sarebbe anche dovuto uscire un album, ma l’etichetta non volle pubblicarlo e adesso i nastri sono chissà dove…

Un vero peccato. A quale periodo ti riferisci, e come suonavano quelle tracce?

BA: Beh, era il 2008, circa – poco prima di entrare in studio per registrare il nostro secondo album, Directions to see a Ghost. Abbiamo preso spunto da molte cose di quelle sessioni con Erickson per costruire parti melodiche e pattern ritmici attorno a qualche traccia di Directions… quanto al sound, era un mix tra quello che facevamo noi e il repertorio anni ottanta di Erickson: le due cose mescolate davano un risultato unico, delle vibrazioni che ricordavano molto le jam tossiche dei Velvet Underground, periodo White Light/White Heat. Spero proprio che qualcuno ritrovi i nastri da qualche parte, e gli dia una spolverata prima o poi.

Tornando al disco, la traccia che preferisco è Estimate; mi piace molto il modo in cui si distende, tutti quegli organi e quell’atmosfera di quiete e tensione, allo stesso tempo. Sembra quasi una processione, una sorta di rituale, ma non ho colto bene il significato del testo.

BA: E’ un brano sul quale abbiamo lavorato molto. Devo dire che anche per me è importante, contiene svariati significati: è, fondamentalmente, una canzone d’amore.

…ma è una traccia molto oscura, criptica

BA: Abbiamo voluto che fosse così, anche un po’ ambigua; ma quest’ambiguità credo dipenda dal fatto che il brano cela più significati. È una canzone d’amore che s’interroga su quanto una relazione tra due persone possa durare, con tutti gli aspetti ambientali, sociali, e tutte le cose che possono minare quel rapporto: il cibo, l’alcool, il governo, le questioni sociali …è molto oscura, quasi paranoica: c’è questa disperazione palpabile, il perpetuo interrogarsi su chi sia il nemico, il “terrorista” che mina questo rapporto.

Nell’album si respira questa sorta di paranoia, in effetti, ma è un paravento che cela, secondo me, una tematica ancor più profonda che si può rintracciare anche nel titolo: la morte intesa, in chiave sciamanica e rituale, come l’inizio di un nuovo corso, una out of body experience perpetua…

BA: E’ una chiave di lettura molto interessante. In tal senso credo che si allacci al concept attorno cui ruotava Directions…: è una sorta di “celebrazione della morte”, ma non è uno sfizio lugubre, bensì una filosofia che accetta la morte come una sorta di nuova vita, come hai detto giustamente tu. Poi sai, io sono ancora tremendamente coinvolto nella faccenda, tu forse dall’esterno riesci a cogliere degli aspetti che io dall’interno non riesco a percepire, a volte non mi rendo neanche conto di ciò che sto cantando [ride, ndSA] … però sì, come ti ho detto prima: più lo ascolto, più ci trovo dei punti di connessione. Sembra tutto connesso, come una sorta di unica, grande canzone che parla di avidità, amore, morte, speranza.

Ma c’è anche un lato positivo…

BA: Sì, quando si celebra la morte, si celebra anche la vita, in un certo senso. L’album si conclude con un canto di speranza, Life Song: c’è un bel contrasto tra questa traccia e quella precedente [la title-track, ndSA], diciamo che fanno il paio, e rendono un’immagine forte di ciò che il disco rappresenta. C’è sempre speranza: io sono una persona che mantiene molto basse le aspettative, ma ha anche tanta speranza. In questo modo, rischio raramente di venire deluso (ride): ho speranza nel futuro, anche adesso che il mondo è diventato corrotto, tossico e sciagurato.

E qui mi conduci a porti una domanda quasi inevitabile: cosa ne pensi di Trump? C’è anche una parte di lui, se mi passi il concetto, all’interno dell’album?

BA: No, non credo, anche perché molti dei contenuti lirici sono stati concepiti prima della sua elezione – in parte, anche durante la campagna elettorale. Comunque non credo che ci sia molto da dire, a proposito di Trump: credo si stia infilando in un ginepraio, creandosi il suo personale inferno. Pare che la questione dell’impeachment sia una roba seria, poi ha questo governatore nel suo team che è molto probabilmente un capo clan del KKK. Gente oscura e malvagia..

Hai visto le foto della famiglia Trump in visita dal Papa? Sembrano i Sunn O)))…

BA: Sì cazzo se le ho viste! Sono fottutamente spaventosi, tutti in nero: sembra quasi che volessero fare un affronto al Papa, non saprei. Entri al Vaticano e ti vesti come se ci fosse un funerale, è una cosa un po’ lugubre…

Anche a me ha dato la stessa sensazione, mi ha lasciato addosso una patina di fastidio…

BA: E’ vero, ma è puro stile-Trump: è viscido come un rettile, farebbe di tutto per non ammettere che a volte sbaglia (per non dire quasi sempre), minaccia chiunque ma, sai una cosa? Credo che un giorno se ne uscirà con qualcosa tipo “naaah, ci avevate creduto davvero? Stavo solo scherzando!” [ride, ndSA]. E per mesi, dopo la sua elezione, ho creduto e sperato davvero che fosse un fottuto scherzo.

Adesso però molti artisti stanno reagendo, negli States: band che generalmente non trattano questioni politiche e sociali, hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni, canzoni ed album sulla faccenda. Tu come la vedi?

BA: Come una reazione molto strana, ma a tratti anche molto coerente. Dico a tratti perché alcuni mi hanno dato l’idea di voler “saltare sul carro” ed esprimere gratuitamente la propria opinione ma, hey, adesso siamo in una fase piuttosto critica per il nostro paese, e uno sfogo in un certo senso è necessario, anche da parte di tutti. È proprio una questione che prescinde dalla coerenza politica, perché sembra quasi di respirare un’aria di guerra.

Volevo chiederti qualcosa a proposito del Levitation, il grande festival di musica psichedelica (e non solo) che organizzate ad Austin: che è successo l’anno scorso, e perché quest’anno non avete riproposto un’altra edizione?

BA: L’anno scorso c’è stato un tremendo nubifragio, praticamente una tempesta che è scoppiata il secondo giorno ed ha de facto disabilitato l’area-camping e molti dei palchi. Una sorta di tromba d’aria ha alzato le tende e i bungalow, li ha fatti volare per metri: potevano morire delle persone. Ovviamente, dopo una debacle del genere, abbiamo perso un sacco di soldi, è stata una mezza tragedia, ma stiamo cercando di risanare tutto. Ecco perché quest’anno il Levitation di Austin non avrà luogo, ma abbiamo pianificato come al solito un’edizione francese “ridotta” che si terrà ad Angers, in settembre. Suoneremo anche noi come headliner.

Spero proprio che possiate rimettervi in carreggiata, da questo punto di vista. A tal proposito, ti pongo una domanda su una questione che mi stuzzica ancora molto e mi dà da pensare: cosa significa, per te, psichedelia? È solo un genere, uno stile di vita, un mood specifico?

BA: E’ tante cose differenti. È una questione che mi preme e in un certo senso riguarda anche me: per essere meno generico, se la si prende come un genere musicale è solo una cosa indicativa, che ti aiuta a capire meglio che cosa stai ascoltando…

Una specie di comfort zone in cui gli ascoltatori si rifugiano per identificare qualcosa di indefinito, immateriale…

BA: Esattamente. Ma credo anche che questo trascenda dagli stili e dalle subculture – per quanto la psichedelia sia anche e soprattutto stata una sorta di subcultura in un determinato periodo storico, penso a San Francisco verso la fine dei Sessanta. Però ecco, bisogna anche risalire al significato etimologico della parola, per comprenderne appieno la qualità: sono due parole greche, se non sbaglio, che si riferiscono all’espansione, alla chiarificazione della propria anima, cioè del sé. Un’espansione della coscienza che per molti è passata attraverso le droghe psichedeliche e i dischi dei Jefferson Airplane, ma è rintracciabile anche in culture antiche. Diecimila anni fa i primitivi si rinchiudevano in grotte piene di riverberi ed eco, parlando e gesticolando su cosa e come cacciare, scoprendo i primi battiti e sperimentando coi primi scampoli di fonetica, battendo sugli oggetti per ottenere dei ritmi – musica primitiva appunto; i sacerdoti dell’antica Grecia facevano uso di sostanze stupefacenti, o bevevano decotti appositamente preparati durante i riti per avere un contatto con il divino, e pregavano con questa sorta di mantra ripetuti fino all’ossessione. La psichedelia si è mossa attraverso questo tipo di comunicazione, questo storytelling scandito dai ritmi, dalla musica, e da come lo spirito di chi fa quella musica si muove in essa, cercando vari punti di contatto con forme superiori, o chissà cosa.

E’ però anche applicabile ad altre sfere dello scibile umano: c’è del cinema psichedelico, come quello di Jodorowsky, o della pittura psichedelica – il surrealismo di Dalì, o le opere di Bosch; il realismo magico di Borges e Marquez, in letteratura…

BA: Certo, l’esperienza psichedelica era, ed è tuttora, una cosa molto grossa, che si è mossa attraverso i decenni in maniera quasi impercettibile, come un serpente tra i campi di grano. Per molti adolescenti della mia zona, me compreso ai tempi (parliamo della fine dei Novanta), sballarsi era una sorta di rito di accettazione all’interno del proprio gruppo di conoscenti, un battesimo del fuoco, in un certo senso.. ha sempre avuto questo connotato tribale, di affermazione di sé. Poi i riferimenti visivi e stilistici sono innegabili, ed ho sempre rintracciato, bene o male, quel tono nelle opere che mi sono trovato di fronte: in tal senso, per rispondere definitivamente alla tua domanda, credo che la psichedelia sia, più che una controcultura o un modo di pensare o di vivere o uno stile, un timbro. Un timbro ben riconoscibile e concreto, al di là di tutte le astrazioni possibili: la nostra missione, come Black Angels, è quella di mantenere quel timbro, come forma d’identità per sopravvivere alla modernità – anzi, per affermarci nella modernità.

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