L’onestà della riservatezza. Intervista ai Cigarettes After Sex
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Ilaria Nacci
- 12 Giugno 2017
Morbidi, riservati, elegantemente eufonici, i Cigarettes After Sex sono una di quelle band emerse dalla profondità della nostra memoria musicale, dalla delicatezza di Mazzy Star, dai suoni siderali dei Cocteau Twins, dalle chimere degli Slowdive, a cavallo tra l’indagine di intimismi inenarrabili e minuscoli scenari di vita vissuta. Ci si chiede come siano riusciti a collezionare sold out ad ogni concerto e a conquistare mezzo mondo col loro dream pop soltanto con un EP nel 2012 e una manciata di singoli diventati in fretta popolari. Ma è probabilmente dall’autenticità ed essenzialità del loro immaginario – fatto di fotografie in bianco e nero, romanticismo e sensualità – che deriva l’ipnotismo di questa band; o, forse, dall’imperturbabile suono del basso, dai testi personali, privati, che sembrano concedere al pubblico l’opportunità di entrare in confidenza con Greg Gonzales, leader della band e autore delle canzoni, voce baritonale e profonda nel parlato, quanto delicata e fine nel canto. Dalla personalità riflessiva e pacata, appassionato di cultura francese e italiana, Gonzales pubblica l’album omonimo d’esordio, in uscita il 9 giugno, dopo 5 anni di lavoro e di labor limae insieme alla band, un lungo lasso di tempo in cui non si è dimenticato dei momenti sacri del silenzio, della riflessione, concedendosi attimi di non-comunicabilità e placide attese. Lo abbiamo incontrato a Milano, in una lattiginosa mattinata di maggio.
Cosa facevi prima di fondare, anzi di essere, i Cigarettes After Sex?
Volevo diventare un artista, in verità. Ero un giovane uomo quando ho iniziato a suonare, avevo circa dieci anni. Disegnavo, pensando che sarei diventato un artista, facevo i miei schizzi. Ma è durata poco. Una volta che mi sono appassionato alla musica è stata la fine: a scuola non andavo molto bene, e sono diventato presto uno studente terribile. Ho scoperto la musica e ne sono diventato completamente ossessionato, e questa cosa non è mai finita, fortunatamente.
E poi dal Texas sei finito a Brooklyn. Come mai hai scelto proprio New York, a parte chiaramente per la scena musicale vivace?
In realtà principalmente per quello. Avevo degli amici lì, quindi c’ero già stato e mi sembrava una città molto vivace, percepivo un senso artistico ovunque. Basti pensare alla quantità di musicisti che hanno vissuto lì, gente come Bob Dylan, Miles Davis, Philip Glass. Mi piaceva moltissimo la sua scena culturale, quindi mi sembrava potesse essere il posto giusto per me.
Avete raggiunto il successo velocemente. Come vivi questo momento?
Innanzitutto mi sento enormemente grato per tutto questo. Suonare la mia musica e farlo per un pubblico è una cosa che ho sempre desiderato fare, ed è veramente bello. È come se un sogno fosse diventato realtà. E poi mi piace molto viaggiare: amo incontrare e conoscere persone continuamente, amo vedere le città, amo non sapere dove mi sveglierò domani.
Parlami del disco. Immagino che tu lo viva come se fosse una creatura, qualcosa a cui sei arrivato lentamente, anche attraverso gli EP…
Sì, diciamo che gli EP e i singoli sono come i cortometraggi per i registi, sono come una prova per arrivare al lungometraggio. Il passo successivo quindi è un film vero e proprio, così come per uno scrittore scrivere un romanzo. Sono passi necessari da fare. Allo stesso modo per me: ora ho fatto un LP, ma non volevo che fosse uguale alle cose fatte in precedenza, nonostante mi piacciano, ovviamente. Insieme alla band poi abbiamo seguito tutti la stessa linea per la scelta del sound, che abbiamo affinato man mano.
Quindi ti ci sono voluti…quanti…cinque anni? O sette?
Sì, sono stati necessari cinque anni per scriverlo. Ma non abbiamo fatto solo quello. Dopo l’EP ci siamo messi a scrivere altre canzoni, le registravamo, eravamo sempre al lavoro. Alcuni brani li scrivevamo durante le session, in altri casi invece riprendevamo canzoni di tre anni prima. Per questo dico che LP è frutto di cinque anni di scrittura: rappresenta un periodo lungo della nostra attività in cui abbiamo lavorato su ogni singola canzone.
Ma ti senti nello stesso mood di 5 anni fa?
No, fortunatamente, perché ai tempi avevo il cuore spezzato, e non avrei resistito per molto tempo in quello stato. Sono stato così anche quando ho scritto K.. Di solito per me funziona che non resto per troppo tempo affranto da una delusione d’amore, poi però quando ne esco inizio a scrivere musica più triste.
Quindi ora possiamo immaginarci una nuova evoluzione della tua musica, magari più serena?
Sì, sono più felice e posso fare musica con più lucidità. Il fatto è che comunque hai sempre questi molteplici ricordi da cui puoi attingere, e puoi tornare indietro per ripescare quella sensazione. Anche il nuovo disco è tornare a questi ricordi e scriverne anni dopo. Anche se non sono triste ora, le influenze della mia musica sono i miei ricordi, la mia tristezza, la mia storia.

Quindi hai un approccio riflessivo nei confronti della musica, ti piace farti influenzare. Cosa influenza la tua scrittura?
Principalmente le mie influenze sono le relazioni interpersonali. Penso che la musica abbia spesso a che fare con le relazioni, se non quasi del tutto. Sono stato fortunato nella vita ad aver instaurato un certo tipo di rapporto con le persone, vivendole in maniera passionale e travolgente. Parlare di un sentimento che ho provato con qualcuno è un’apertura alla mia intimità, un’intimità che riguarda il sentimento d’amore che racconto. In questo disco quindi ci sono le persone che ho attorno e le esperienze che ho vissuto negli ultimi anni.
Toglici una curiosità. Come mai non avete inserito Affection nel disco?
Eh, bella domanda. Allora, in realtà eravamo molto vicini a metterla nell’album, ma abbiamo pensato che avesse già realizzato il suo “miracolo”. Era fuori da un po’ e aveva fatto la sua storia. Ovviamente però ha influenzato il sound dell’album. Anche Strawberry Fields Forever e Penny Lane non sono state inserite in Sgt. Pepper’s… ma ne hanno determinato il suono. Quindi, a istinto ho sentito che non era il caso di inserirla nella tracklist.
La tua voce ricorda molto Mazzy Star, dal cantato dolce, etereo, delicato. Ed è strano perché quando parli hai un timbro di voce così profondo, grave…
Sì è vero, è strano suppongo. Amo i cantanti che diventano belli perché bella è la loro voce, come Mazzy Star. Le voci come la sua suonano come un elemento naturale. E io volevo solo sentirmi così, come se la mia voce fosse vento, una brezza marina. Avevo questa sensazione che mi investiva con tutta la sua potenza. È questo il tipo di emozioni che voglio trasmettere. Un’altra cantante che amo è Francois Hardy, che ha un timbro magnifico. Quindi credo che in me ci sia il tentativo di emularle, ed è un modo di cantare molto diverso da come parlo. Vorrei che le mie corde vocali suonassero come le loro, quindi è come se di tanto in tanto stilizzassi questo tipo di influenze.
Ascoltando il disco abbiamo percepito anche diverse influenze dei Joy Division…o ci sbagliamo?
Ah sì, decisamente. Avevo Unknown Pleasure e la mia canzone preferita è Disorder. La cosa che mi piace di loro è che suonano in bianco e nero, luce e ombra. Questi due colori sono stati una grande influenza per la mia musica. È un gran complimento se mi dite che ho dei tratti dei Joy Division.

In un’intervista precedente hai detto che la tua cover di Keep On Loving You riesce ad esprimere più dolore rispetto a quanto ne emerga dall’originale…
Lo spero!
Ma da dove deriva questo dolore? Sono esperienze personali?
Sì, assolutamente. Tutto ciò che scrivo deriva da cose vere, che ho vissuto in prima persona, come tempi duri e delusioni sentimentali. È come se fino ad oggi io abbia accumulato del dolore, incanalandolo poi nella musica. Anche questo LP dovevo scriverlo con la stessa sincerità con cui ho scritto il primo EP: se penso a I’m a firefighter mi sentivo esattamente in quel modo, era tutto genuino. Ho voluto mantenere questo approccio anche per il primo LP.
Però parli anche d’amore, di romanticismo, di sesso…
Come dicevo, la musica per me dovrebbe essere veramente onesta. Le mie canzoni parlano d’amore e romanticismo, il romanticismo ha a che fare col sesso e il sesso è una parte veramente importante di una relazione. Quindi non parlare di queste cose, secondo me, sarebbe disonesto. Le relazioni comportano il sesso, la passione, e non posso ignorarlo, voglio essere sincero. Ma voglio parlare di questo nel modo più dolce possibile.
Hai tratto ispirazione da qualcosa di specifico?
Sì. Il libro che ha maggiormente ispirato la band, a livello di testi, è un libro di poesie di Richard Brautigan intitolato The pill versus the Springhill Mine Disaster. La cosa che mi piace di più di queste poesie, che non avevo mai letto prima, è che hanno a che fare con la sessualità nelle relazioni. Uno potrebbe dire che siano grezze o squallide, invece affrontano l’argomento in un modo veramente dolce. È come un gioco condiviso tra due amanti, e mi piace da matti questa cosa. Penso che sia una delle influenze maggiori per i testi dei Cigarettes. Volevo proprio questo coinvolgimento, un onesto coinvolgimento.

E cos’altro leggi?
Uno dei miei libri preferiti è Le Città Invisibili di Italo Calvino. L’ho letto anche durante il tour. Il libro è una sorta di diario di bordo, uno strano sogno di un viaggio. Ho sempre voglia di leggerlo. È semplicemente un libro molto molto immaginifico. Invece il libro più recente che ho letto è Slouching Towards Bethlehem di Joan Didion. Lei è semplicemente una grandissima scrittrice. Ve lo raccomando.
Oltre alla letteratura, hai anche una passione per i film. Qual è il legame tra il cinema e i Cigarettes After Sex?
Sì, mi piacciono molto i film. Il film d’avventura o i film italiani, ad esempio, hanno avuto una grande influenza sui Cigarettes. Hanno questa strana e melodica atmosfera di mistero, con una regia divina. Sentivo che volevo che le mie canzoni fossero la trasposizione musicale di quei film. Come un suono scenico, intenso. Cioè, è come se tu guardando un film volessi incanalarlo nella tua musica in qualche modo. È figo capire come funziona questo processo creativo: guardi un film, poi scrivi una canzone che vuoi che abbia lo stesso feeling di quel film. E niente, penso di avere qualcosa di questo, ma il mio medium espressivo è la musica, non il cinema, sebbene sia influenzato da esso. Sono un cantautore, non un regista.
Quali sono le altre band o gli altri musicisti che segui ultimamente?
Ce ne sono molti. Mi è piaciuto l’ultimo disco di Frank Ocean. I suoi testi sono pazzeschi. Anche Todd Terje è fantastico: suona dance music come se fosse colorata col neon. Mi piace tutto quello che fa. Diciamo che tra le mie influenze c’è anche il clubbing.
A proposito di Frank Ocean: lui ha sviluppato il visual album Endless, che unisce una parte visuale con una parte musicale. Pensi di intraprendere anche tu una strada simile visto che sei appassionato di cinema?
Sì, mi piacerebbe farlo, decisamente, ho pensato molto a questa cosa…non abbiamo un video o altro di questo genere…è questione di prendere la strada giusta, di essere molto esigenti nella scelta e avere le giuste influenze cinematografiche. Comunque è una grande idea! Magari tra un po’ facciamo uscire uno short film con musica nuova.
[Intervista: Carlo Casentini e Ilaria Nacci. Fotografie su pellicola 35mm: Ilaria Nacci]
