Una (finta) slacker alla conquista del mondo

Courtney Barnett, dall’altro capo del telefono, è a Melbourne, dove sta preparando il lancio del suo nuovo album. Anche se sarebbe meglio dire “primo album”, visto che quello uscito lo scorso anno,  A Sea of Split Peas, è in realtà la raccolta dei due EP che ne hanno istantaneamente messo in evidenza le doti di songwriter. Al telefono Courtney è esattamente come te l’aspetteresti: una che non ha molta dimestichezza con questo genere di cose. È gentile e simpatica, ma anche laconica e impacciata. A tratti perfino annoiata. Pronta a fornire argomenti a chi vorrebbe leggere nel suo atteggiamento l’onda di ritorno della slackness anni ’90. Parliamo del nuovo disco partendo dall’evidenza. «Sì, è un pò più heavy delle cose precedenti – ammette –  ma non c’è stata una precisa volontà di farlo così. In sala prove abbiamo iniziato ad alzare i volumi e ci siamo accorti che stava diventando tutto molto divertente. Dentro ci sono tante cose e mi sembra che contenga una bella varietà di generi e stati d’animo. È molto eterogeneo, ma è così che mi sento come persona».

Sul nuovo Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit l’immagine della Barnett folk singer, che ci eravamo costruiti ascoltando i primi due EP, sembra lasciare il posto ad un nervoso cantautorato alt rock. Un po’ come se Jonathan RichmanLou Reed fossero cresciuti col grunge. «Sono tutte mie grandi influenze – ci dice – ma il disco non è stato realizzato pensando a questo o quell’artista. In verità la mia cultura musicale è piuttosto basica. Ho iniziato ascoltando Nirvana e Guns & Roses come molti ragazzi della mia età. Ma quando ero piccola non sentivo molta musica. Ho iniziato ad appassionarmi lentamente, nel corso degli anni, man mano che gli amici mi facevano conoscere qualcosa di nuovo».

Benché non manchino le stralunate meditazioni alla maniera di Avant Gardener (la canzone che l’aveva fatta conoscere, scatenando paragoni con il primo Beck) quello di Pedestrian At Best ed Elevator Operator è un suono vivace e aggressivo, con quel mix di potenza e raffinatezza che lascia intendere parecchie ore passate in studio a limare i suoni, e che la pongono su un livello differente rispetto a quello della spiritosa ragazzina impegnata a mettere in musica le pagine del diario personale. «È vero, ma cerco di non essere troppo pignola. Sono perfezionista soprattutto in fase di scrittura dei brani. Nel momento in cui arrivo in studio, le canzoni sono già come verranno registrate. Questo mi permette di non passare troppo tempo a rifinire tutto quanto. Cerco di non essere troppo ossessionata dagli aspetti più tecnici». È un fatto, però, che gli arrangiamenti questa volta sono curati al punto che costringono a concentrarsi sulle calde sonorità dell’organo e il brillante interplay fra le chitarre. In poche parole, mettono in luce l’attività e l’affiatamento di una vera e propria band (peraltro la stessa che accompagna Courtney dal vivo). «Sono tutti amici e quasi tutti suonano in altre band. Con Dave (Mudie, il batterista, ndSA) suonavamo insieme negli Immigrant Union. Abbiamo fatto molti tour insieme. La cosa più importante è che con loro mi diverto molto».

sentireascoltare_courtneybarnett_by_miamalamcdonald_2Dice di aver iniziato a cantare appena sette anni fa, anche se, più di tutti, sono gli ultimi mesi ad averle fatto fare il pieno di soddisfazioni. Dopo gli EP, il buzz su internet si è gonfiato a dismisura, generando un volume di aspettative che avrebbe schiacciato artisti dalle spalle ben più larghe delle sue. «La pressione c’è stata ma non mi pare di averne risentito eccessivamente. Alla fine non ho mai pensato che tutto questo fosse molto importante, così come non credo sia importante quello che pensa la gente. In verità ho avuto la sensazione che la mia popolarità fosse in crescita solo quando sono tornata in Australia. Prima di allora abbiamo suonato solo nei festival, soprattutto negli Stati Uniti». Non male per una ragazza che fino ad ora non aveva mai valicato i confini australiani. «Improvvisamente mi sono ritrovata a suonare in questi grandi festival, alcuni veramente folli come il Lolapalooza. La cosa più bella è stata poter assistere alle esibizioni di artisti fantastici come Angel Olsen e Mac DeMarco».

Vista l’agenda piena di impegni, è naturale che l’album abbia avuto una gestazione relativamente lunga: «I testi sono stati scritti nell’arco di un anno, fra la fine del secondo EP e l’inizio delle nuove registrazioni. Il fatto di essere gran parte del tempo in tour ha fatto sì che abbia dovuto riprendere brani su cui avevo lavorato molto tempo fa e che poi erano stati messi da parte. Pedestrian At Best è stato uno degli ultimi pezzo che ho scritto. Erano due settimane che avevo in mente quel riff. Il testo, invece, è stato scritto il giorno stesso in cui è stata registrata». Dal canto mio le esprimo preferenza per Depreston e quel misto di nostalgia e squallore suburbano che la canzone trasmette. «È uno dei brani più vecchi – mi dice – l’ho scritto quando cercavo casa ed ero senza soldi. Mi sono ritrovata in questa abitazione di periferia, credo fosse di una vecchia signora morta da poco. C’erano ancora vecchi dischi, centrini e foto attaccate alle pareti. Una cosa veramente triste».

Pedestrian At Best - Courtney Barnett

I testi dei primi brani diceva di averli composti usando appunti scritti sul cellulare quando ancora lavorava come barista. «In realtà il mio metodo non è affatto cambiato. Tengo gli occhi aperti e tengo nota di tutto quello che accade attorno a me. Anziché usare il cellulare ora ho un taccuino su cui annoto tutto. Anche se una cosa non la ricordo perfettamente ricordo sempre le sensazioni che mi dava». Le chiedo, fra le cose che osserva quotidianamente, quali siano quelle che finiscono per catturare di più la sua attenzione e ad ispirarla maggiormente: «in generale sono affascinata dalle piccole cose, tutte quelle che all’inizio non sembrano molto eccitanti ma poi quando ci pensi a mente fredda sembrano qualcos’altro». Per quanto riguarda il titolo a cui è più legata: «ce ne sono molti, ma credo che Dead Fox sia quello che preferisco, c’è quel verso (‘Taxidermied kangaroos are littered on the shoulders /A possum Jackson Pollock is painted on the tar’) che mi diverte molto». In effetti quello di Dead Fox è un testo brillante, di quelli fra ironia e nonsense per cui la Barnett è famosa e che lei interpreta con un talking dinoccolato che confessa di non possedere nella vita di tutti i giorni: «È il motivo per cui mi piace scrivere canzoni: perché posso lavorarci con calma e perché mi fanno sembrare intelligente».

Un altro effetto collaterale dei mesi passati lontani da casa è il poco tempo che ha potuto dedicare alla sua etichetta. A dispetto dell’immagine rilassata, infatti, la Barnett è un’instancabile lavoratrice, alla continua ricerca di nuovi stimoli artistici. La Milk! Records è l’etichetta con cui, fino a questo momento, ha pubblicato i lavori suoi e dei suoi amici. «Non è nulla di che, solo una piccola cosa DIY che mi diverto a dirigere nel tempo perso. Di recente abbiamo pubblicato il disco dei Finks (il bedroom project del cantautore Oliver Mestitz, ndSA).  Negli ultimi tempi sono stata poco presente, ma ad occuparsi dell’ordinaria amministrazione hanno pensato i miei amici, quasi tutti membri delle band che fanno parte dell’etichetta». Lei stessa ha realizzato gli artwrok, mettendo a frutto gli studi da disegnatrice e fotografa. «Quando posso mi piace occuparmi di fotografia ed arte visiva, suono anche in un’altra band, ma credo che nei prossimi mesi sarò impegnata a promuovere l’album». Sarà un tour che la porterà in giro per il mondo, quasi certamente anche in Europa. «Le date che abbiamo fatto in Italia e in Germania lo scorso anno sono state fantastiche – conclude –  non vedo l’ora di poter suonare ancora dalle vostre parti. Penso che accadrà sicuramente nel corso di quest’anno».

16 Marzo 2015
16 Marzo 2015
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