Angel Olsen (US)

Biografia

Apologia dell’anacronismo

Posto strano St. Louis: prima città statunitense ad accogliere le Olimpiadi e prima per consumo procapite di salsa barbeque, ha dato i natali ad artisti come Nelly e Sheryl Crowe e proprio lì è stata costruita la prima autostrada interstatale. Eppure, uno dei centri urbani più famosi del Missouri può starti stretta se hai ben impresso in mente il tuo cammino. Con molta probabilità quella ragazzina timida che in un appartamento a Maplewood, durante una serata tra amici, comincia a cantare lasciando tutti a bocca aperta aveva già la carte in regola. Siamo nei primi anni Duemila e Angel Olsen è già sulla bocca di molti ragazzi che hanno scoperto il suo MySpace, dove qualche demo chitarra e voce era già comparsa qualche tempo prima. Il brusio attorno alle sue capacità diventa ben presto chiasso assordante, così nessuno rimane sorpreso quando Bonnie “Prince” Billy la sceglie come corista, esperienza che spinge la ragazza a concentrarsi ancora di più sul suo materiale, anche grazie a tutto quello che impara da questa opportunità.

L’estro di Olsen fa leva sulle antitesi: la melodia che lotta con la sporcizia garage, la rabbia filtrata attraverso la musica leggera del dopoguerra, la schietta esigenza comunicativa piegata al morbido fluire della ballata.

Angel Olsen, assieme a Cass McCombs, è uno dei talenti vivi a emergere dalla provincia statunitense negli anni Dieci. La sua è una storia che parte dal Missouri. Un’adolescenza divisa dalla passione tanto per il christian rock, quanto per il punk; forse influenze e repulsioni scaturite da un’infanzia segnata dai suoi genitori adottivi, che non le hanno mai fatto mancare l’amore in una casa vittoriana con altri sette fratelli. L’adolescente Angel si scopre anche ancorata a una certa tradizione musicale a stelle e strisce che sviscera il country e il folk degli anni ’50, gonfiandoli di intensità drammatica in stile Elvis, percorso che potrebbe accostarla ad Anna Calvi. Il mondo della musicista di St. Louis è permeato di atmosfere vintage sulle quali scorrono frammenti di vita e tematiche personali incastonate nell’esperienza di una ragazza che diventa donna e affronta con coscienza e determinazione un presente caotico, dove il linguaggio è una forma di auto-affermazione e il suono un tentativo escapista di ribellione contro le convenzioni sociali. L’estro di Olsen fa leva sulle antitesi: la melodia che lotta con la sporcizia garage, la rabbia filtrata attraverso la musica leggera del dopoguerra, la schietta esigenza comunicativa piegata al morbido fluire della ballata.

È tutto ben documentato in Half Way Home, l’esordio più importante, su Bathetic Records, in cui l’intimismo acustico folk e le incursioni di basso e pianoforte si sorreggono su atmosfere terse, a tratti accompagnate da una batteria minimale. Ma ciò che fa la differenza è senz’altro il fuoco che anima la voce di Olsen: versatile e dirompente, anacronistica quando rimbalza tra la Weimar degli anni Trenta e Quaranta, e il sapore country di Joanna Newsom. Half Way Home è anche una terapia attraverso cui la ragazza ripercorre la propria psiche, il proprio passato, e la tastiera regalatale dai genitori diventato il primo strumento su cui far scorrere le canzoni, e quindi le esperienze di vita.

La stampa e gli ascoltatori apprezzano e, soprattutto, notano un potenziale che non tarda a esplodere nel successivo Burn Your Fire For No Witness, dove il supporto di una band in studio accentua le contaminazioni garage, psych e indie-lo-fi del disco. Un naturale processo, quello di Olsen, che abbraccia Roy Orbison e Leonard Cohen in un ventaglio di rock & roll sporco, a tratti punk, dove l’intimismo rimane intatto e fa da piacevole contraltare alla forza dirompente di brani che danno l’impressione di poter esplodere da un momento all’altro. Un piacevole anacronismo che questa volta inocula elettricità nell’impianto folk degli esordi: non più ballate, ma canzoni pop dove la presenza di una band fa sentire la differenza. La novità rispetto agli esordi è il “sarcasmo che in Half Way Home si intravedeva soltanto e qua, invece, catapulta Hi-Five tra i brani imprescindibili della prima metà del 2014. Lo stesso sarcasmo, poi, esalta la scrittura in generale, rendendola più eclettica, varia, pregna e catartica che in passato”. Col passare del tempo il processo di scrittura diventa per Olsen una vera e propria terapia: spesso si fa riferimento ai sogni, ai sognatori che il più delle volte sono solitari e, paradossalmente, alla ricerca di una definizione precisa per la loro identità. Quest’ultimo è un tema che la songwriter statunitense comincia a far emergere durante le soste di quello che in fin dei conti è un lungo ed estenuante tour promozionale, dove l’attenzione alta della stampa garantisce presenze importanti nei festival e in televisione.

Olsen è la risposta rurale alla patinata Lana Del Rey: sia negli echi sixties, sia nelle vibrazioni alt-country che si annullano in momenti catartici come Intern, in cui Kate Bush sembra essere la stella polare che setta la rotta.

L’ondata di ispirazione e la libertà di seguire un naturale processo di evoluzione stilistica portano Olsen a My Woman (secondo disco per Jagjaguwar), in cui l’equilibrio tra pop, rabbia punk in stile Patti Smith e le atmosfere folk del passato raggiunge livelli qualitativi di rilievo. Il tema portante diventa qui l’essere donna al giorno d’oggi, e tutte le sensazioni e i piccoli, grandi gesti quotidiani vengono filtrati da una visione femminile della realtà prettamente personale, che sfugge da etichettature femministe e/o qualunquiste. Siamo di fronte al ritratto più nitido dell’artista americana, nel quale convivono speranze, dolore, accettazione e un vigore celato all’interno di parole che non sono mai fuori posto: «Know your own heart well, It’s the one that’s worth most of your time». Olsen è la risposta rurale alla patinata Lana Del Rey: sia negli echi sixties, sia nelle vibrazioni alt-country che si annullano in momenti catartici come Intern, in cui Kate Bush sembra essere la stella polare che setta la rotta.

Gioco di specchi

La necessità di affermare il proprio io – quella stessa esigenza di libertà che la rendeva insofferente a St. Louis e le ha fatto venir voglia di spostarsi in North Carolina – garantisce all’artista statunitense una irrequietezza artistica ed emotiva. In un’intervista con Laura Snapes, Olsen si prende gioco, infatti, di tutti quelli che se la immaginano “a piangere in una stanza con la chitarra… Io sono capace di fare pazzie, un sacco di gente lo è, ma va bene così”. Da questa frase traspare un insieme dei tratti caratteristici di Angel: l’ironia, la consapevolezza di sé e, persino, una certa noncuranza dell’impressione che fan o critica hanno di lei. Ecco, quindi, che arriva un primo passo fondamentale verso il successo conclamato: My Woman è il disco che fotografa una donna capace di passare da un genere all’altro con una disinvoltura non ordinaria e riuscendo ad immergersi emotivamente e stilisticamente in maniera impeccabile in ogni sfaccettatura sonora dell’artista.

Se da un lato il terzo album di Olsen ci consegna un’artista che traduce con lucidità chirurgica le sue sensazioni, dall’altro è evidente che la metamorfosi della quasi trentenne non è ancora completata. A Phases il compito di raccogliere brani scelti tra composizioni del passato e versioni alternative di canzoni già conosciute, mentre il lungo tour di My Woman volge al termine e un’oscurità elegante e sontuosa sta per risucchiare la cifra stilistica di Angel.

Se prendiamo le classifiche di fine anno dei migliori album del 2019 è davvero difficile non trovare All Mirrors. La copertina del disco raccoglie al meglio i suoni che custodisce: un primo piano in bianco e nero della nostra, avvolta in un buio che si confonde con il vestito e i capelli del soggetto. Lo sguardo è intenso; come se quella darkettona che al liceo si ammazzava di sigarette, Magnetic Fields e pensieri tristi sulla morte, sia effettivamente riuscita a trasformare la sua cameretta in una sala in cui l’orchestra delle grandi occasioni suona dell’ottimo pop d’altri tempi. Il gioco di specchi di Olsen amplifica tutte le inflessioni del suo carattere. C’è di base uno spessore drammatico – un retaggio di quel trauma scaturito dalla morte di un suo amico quando aveva sedici anni – che serve a controbilanciare un approccio tuttavia sarcastico: “time has revealed how little we know us”.

All Mirrors, che ci regala la controparte femminile dei National per la sua capacità di fondere americana e pop declinando il suo background in mille sfaccettature, è un disco scritto e voluto da un’artista a cui “non interessa suonare ogni anno al Primavera Sound” e che, mentre la gente si tatua la sua faccia, si scervella per mandare il miglior meme ai suoi amici. Ma Olsen arriva al suo quarto album in studio cosciente del fatto che, accantonando il bisogno di essere riconosciuta in quanto artista, ha la necessità di una sola cosa: continuare a fare musica. E tutto questo non tradisce la capacità di trasmettere con estrema sincerità sogni ed esperienze quotidiane, cose semplici come romanticizzare le persone o l’emozione di sentirsi a casa.

C’è di base uno spessore drammatico – un retaggio di quel trauma scaturito dalla morte di un suo amico quando aveva sedici anni – che serve a controbilanciare un approccio tuttavia sarcastico: “time has revealed how little we know us”.

La parabola artistica di Olsen si dirama in due assi. Il primo è quello della metamorfosi: “I’m on my own now” canta la ragazza che dal Missouri ha fatto tanta strada ed è diventata donna, mostrando il suo primo piano al mondo e cercando di salire più gradini lasciando emergere in superficie anche le dimensioni sensuali o di performer che la contraddistinguono (e le permettono di giocarsela su di una scala più ampia di female entertainment).

Il secondo asse ridimensiona il fenomeno Olsen: l’artista sembra lontana dalle reincarnazioni di Pj Harvey e dalla profondità testuale di Patti Smith, così come non sembra avere l’appeal di Annie Clark, o della sopracitata Anna Calvi, e il colpo allo stomaco che i versi di Berninger sanno assestare. Tuttavia, ad Angel Olsen va riconosciuta una dote principale, ovvero la capacità di scrivere belle canzoni assecondando un percorso di crescita che non tradisce le proprie radici. In particolare, My Woman e All Mirrors la vedono occupata ad aggiungere sempre un tassello nuovo ad un puzzle che non è mera rivisitazione, ma musica intensa, personale e, soprattutto, sincera.

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