L-R: Joey Santiago, Paz Lenchantin, David Lovering, Black Francis

Chiedete a Charles… Io sono il batterista. Intervista a David Lovering dei Pixies

Visto da fuori sembra il folletto più folletto, con quel suo fare un po’ sghimbescio. Al telefono David Lovering è come te lo aspetti, loquace, divertente, ironico, ha una sintassi tutta sua – un po’ come ha un ritmo tutto suo – e tra il serio e il faceto si schermisce quasi sempre quando si parla del suo ruolo nella band. Il merito massimo del batterista sarebbe questo: quando lui fa il suo dovere i colleghi alle chitarre possono pure steccare o andare fuori tempo (ma dai!)… mentre ha parole di grande stima per i compagni e per l’ultima arrivata Paz Lenchantin, una vera virtuosa che lo ha costretto a darci dentro per non sfigurare (ma daiii!!!). Si può credere o non credere a quello che dice, ogni volta con la battuta pronta e un risolino da pixie, ma è da sempre l’anima ritmica del gruppo e con i colpi delle sue bacchette si apre anche il nuovo dei disco dei Pixies, Beneath the Eyrie, probabilmente il miglior risultato del trittico di lavori post-reunion (qui la nostra recensione) al centro della nostra chiacchierata. Il drumming di David è il glutine dell’impasto sonoro del quartetto di Boston, quello che assicura “coesione ed elasticità” secondo i manuali, e che lo fa lievitare, per usare un termine caro anche al suo amico Charles the Black Francis – vi ricordate Levitate Me, in Come on Pilgrim? Ah già dimenticavo… lui non ascolta le parole, per quelle dovete chiedere a Charlie, perché David Lovering è soltanto (?) il batterista. Ma intanto quando parla sa essere scoppiettante proprio come quando siede al seggiolino della batteria. Rock us David!

Ciao David, piacere di conoscerti, parliamo del nuovo album. Ci racconti un po’ come è nato?

Molto interessante, Tommaso. Allora, fammi raccontare un po’. Abbiamo fatto tanta pre-produzione, speso un annetto o giù di lì soltanto a lavorare sulle canzoni e a perfezionarle. Poi Tom Dalgety, che aveva già prodotto il nostro penultimo album Head Carrier, ci ha portati altre tre settimane in studio al Dreamland, fuori Woodstock, nel nord dello Stato di New York. Siamo arrivati lì, abbiamo buttato via metà del materiale che avevamo scritto e abbiamo tenuto l’altra metà scrivendo cose nuove. Il risultato di tutto questo è Beneath The Eyrie, che abbiamo chiamato così perché fuori dallo studio c’era un nido di aquile e ci passavamo davanti tutti i giorni. Pensavo che avremmo semplicemente inciso le canzoni che avevamo scritto in scioltezza e invece devo dire che c’è stato parecchio da sudare per i pezzi nuovi.

Chi ha avuto l’idea del titolo. Per caso sei stato tu?

No, il titolo viene da Charles, sì, o se vuoi chiamarlo Black Francis.

Qualche differenza con Head Carrier l’ho notata, un po’ più chitarra acustica, un po’ più elettronica… Che ne dici?

Anche questo è interessante ma vedi, non è che per Pixies esiste una formula, non pensavamo a questo entrando in sala di registrazione, piuttosto alle canzoni… qualcuna che avevamo scartato da Head Carrier e altre che avevamo scritto dopo, ci hanno portato in una certa direzione insieme all’ambiente dello studio, in cui c’erano tanti strumenti vintage, molte tastiere, insieme alle nostre chitarre. Si è trattato di fare delle scelte, non per cambiare formula, perché una formula non c’è, per essere diversi o perché volevamo essere audaci, ma semplicemente perché avevamo queste canzoni ed era quello che volevamo in questo preciso momento e in questa fase della nostra vita…

Ormai sono sei anni che Paz Lenchantin suona con voi. Cosa pensi abbia portato di nuovo nel gruppo? La vostra intesa musicale sarà anche più rodata adesso…

Certo, c’è quella canzone che aveva composto per Head Carrier che era un po’ come una lettera d’amore o di ringraziamento per Kim Deal, insomma, come si chiama, non mi viene in mente il titolo [All I Think About Now, NdSA] ma la adoro! Si sente che c’è molto di Paz anche se è molto Pixies, però, mmmh, è un incastro perfetto. In questo disco c’è Los Surfers Muertos, che è una specie di pezzo surf in cui Paz canta, anche qui c’è molto di lei e anche in questo caso è una delle mie canzoni preferite, si sta allargando insomma [ride, ndSA], e mi piacciono molte sue canzoni.

Musicalmente, quanto sono importanti basso e batteria l’uno per l’altra?

Ah, tanto importanti. Lo dico pensando a Joe e Charles – Black Francis e Joey insomma mi hai capito… una volta che il basso e la batteria tengono il tempo e suonano compatti, loro due possono fare quello che vogliono. Se sbagliano nota [ride, ndSA] o vanno fuori tempo non fa niente, una volta che la sezione ritmica tiene fa suonare meglio tutto il resto. Per questo ci impegniamo a migliorare la nostra sintonia, io e Paz, per far suonare meglio tutti quanti. Se basso e batteria fanno il loro dovere, ogni cosa va al posto giusto. Quindi mi impegno a fondo, soprattutto da quando Paz si è unita alla band, perché è una virtuosa e mica voglio sentirmi in imbarazzo. Ho dovuto fare uno step in più nel mio modo di suonare ma almeno so che fa gioco a tutti quanti.

Mi hai già detto che avete lavorato di nuovo con Tom Dalgety. Vi trovate bene insieme? Mi parli un po’ di lui?

Quello che più apprezzo di un produttore è il tatto, il suo modo di essere un “ambasciatore”. Intendiamoci, tutti i produttori hanno le loro abilità, sanno come ottenere un certo suono, come lavorare in consolle, conoscono i trucchi del mestiere… ma avere a che fare con una band da un punto di vista sociale richiede qualcosa in più, ed è quello che anche ai più bravi spesso viene a mancare. Tom è fantastico nel fare il suo lavoro, ma sa anche essere un vero amico delle band, ed è il qualcosa in più che ti dicevo: sa come andare d’accordo con tutti e incoraggiare ognuno a dare il meglio di sé. Una cosa che ho ammirato tecnicamente di lui durante il lavoro in studio… sì, è stato quando stavamo lavorando a Head Carrier e a un certo punto ho guardato i VU e ho visto che stavano andando sul rosso: gli ho chiesto se ci aveva fatto caso, lui si è girato verso di me e mi ha sorriso… ho pensato “Wow! Hai capito Tom?”. Non vuole tutto perfettino come tanti altri, un po’ di distorsione qua e là aiuta, dà un po’ di mordente in più, ed è solo uno dei tanti trucchi del mestiere che conosce, ammiro molto questa sua abilità. Per me è uno davvero in gamba.

Le vostre canzoni hanno strutture strane, imprevedibili. Mi sono sempre chiesto come nascono i vostri pezzi, come componete, non c’è una formula, d’accordo, ma avete un metodo?

C’è solo una persona che ti può rispondere e si chiama Charles the Black Francis. È lui l’autore, quello che arriva e suona i pezzi che ha scritto alla chitarra acustica. Cosa facciamo quando componiamo? È dal primo giorno nel lontano 1986 che iniziamo a suonare e fare jamming con le chitarre acustiche e continuiamo a jammare, jammare, jammare finché non abbiamo la canzone. Intanto parliamo: se a Charles non piace la mia parte di batteria, la cambio. Paz è una mente musicale, sa già cosa suonare e Joey naturalmente fa il suo giocando tra le linee… Qualunque cosa faccia Joey crea un suono diverso… Per cui sì, è Charles che presenta le sue idee e noi le completiamo come band. È sempre stato così, ed è successo così anche per le canzoni nuove. Jam, jam, jam. Ci troviamo in studio, registriamo qualcosa, ci portiamo a casa i nastri e ci lavoriamo a casa in attesa di ritrovarci di nuovo in sala di registrazione. Poi entriamo lì dentro e cambiamo tutto un’altra volta [ride, ndSA].

Quello che di speciale hanno le vostre canzoni è il gioco di incastri musicali, si sente che c’è un lavoro creativo di tutta la band nel comporre…

Quello che ci rende i Pixies, io penso, è questo, ognuno di noi concorre a creare il nostro sound dalle idee iniziali di Charles. Specialmente Joe… Joe ha qualcosa di… ecco senza di lui non saremmo i Pixies. La sua chitarra ha un suono speciale, e anche il basso: molte delle nostre canzoni sono giri di otto note a cui io vado dietro con la batteria e cose simili. Insomma, abbiamo il nostro modo di suonare, non so, dalla mia prospettiva non sarò probabilmente questo gran batterista [ride, ndSA] ma va bene. L’identità dei Pixies è in questo nostro modo di suonare insieme. Ed è qualcosa di molto personale.

Suoni unici ma anche testi unici. Parlate mai con Charles di quello che scrive?

No, e il motivo per cui non lo faccio mai è che non so le parole. Ma non so nemmeno quelle delle mie canzoni preferite con cui sono cresciuto. Non ci faccio proprio caso. Ascolto solamente la melodia. E lo stesso con i Pixies. Per carità, di Charles so che scrive molto del suo immaginario, del bene e del male ecc., ma le parole per me sono solo dei segnatempo, mi servono per tenere il filo… Sapere se siamo arrivati al ritornello o alla strofa, cose così. Poi Charles non ama molto parlare dei suoi testi. O forse sì, ma noi non gli chiediamo mai di farlo… Non ne so niente [ride, ndSA].

A proposito di studio, da quando vi siete sciolti negli anni ’90 a quando siete tornati a produrre dischi nel 2014 immagino che molto sia cambiato sia nelle sale di incisione che nelle tecniche di registrazione. Ha avuto qualche impatto sul vostro lavoro?

No, l’unica cosa che è cambiata è che adesso ci sono i computer, anche la sola comodità di usare un software per registrare invece del puro e semplice nastro velocizza di molto le cose. Ha reso tutto molto più facile. Quello che fai con un tasto sul computer puoi farlo anche con il nastro ma al computer il ritocco è molto più rapido e non lascia traccia, puoi operare più facilmente e in tutta tranquillità. Devi sempre sapere come lavorare eh, ma se bisogna risolvere un problema o si vuole fare in fretta è un grande aiuto. Sì, penso sia l’unica differenza. Se si va più veloce si lavora di più. Ecco perché una volta ci volevano due mesi in studio per fare un disco, quando non c’erano i computer, e adesso bastano tre settimane. Da tre mesi e tre settimane, è un bel guadagno…

Mi parli della serie di podcast a cui avete pensato per lanciare Beneath the Eyrie?

Sì, certo. Quando abbiamo registrato, durante le famose tre settimane, abbiamo anche abitato ai Dreamland, che hanno degli alloggi al loro interno. Mister Tony Fletcher, un podcaster, ha piazzato i microfoni e ha seguito tutto il lavoro sul nuovo album, facendoci anche delle interviste. È un dietro le quinte molto personale. Alla gente sarà piaciuto. Se ti piacciono i Pixies, puoi vederli da una prospettiva diversa, più umana. Per farti un esempio, io sono molto legato ai Rush e ricordo che ho comprato anni fa un loro DVD; c’era una scena in cui mangiavano insieme in un ristorante, una delle cose più belle che abbia mai visto di quella band: al di là dei concerti, al di là di tutto, c’erano tre musicisti che in quel momento erano soltanto se stessi. Anche a chi ama i Pixies potrebbe far piacere vederci o sentirci mentre siamo semplicemente noi. Con me che faccio il cretino, probabilmente [ride, ndSA]. Certo devi fare comunque attenzione a quello che dici e a cosa fai, ma è divertente.

In questi ultimi anni, avete notato dei cambiamenti in chi vi segue, magari generazionali?

Non lo so, Tommaso. Il nostro pubblico è molto vario, si va dalle persone che hanno la mia età e ci seguono dall’inizio ai ragazzi più giovani che ci hanno scoperti da poco. Dal 2004 vedo più o meno sempre la stessa cosa. Abbiamo la fortuna che molti nostri fan sono padri e madri di famiglia e portano i loro figli a vederci (se non sono nonni e portano i loro nipoti…) e quindi puoi chiamarci “i Grateful Dead dell’alternative rock”… Davvero il nostro seguito è così. È meraviglioso. Siamo molto fortunati ad avere questo bel pubblico.

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