Idles, press photo di Tom Ham

Ho visto Frida Kahlo imbrattare un muro: intervista agli Idles

Al festival di Glastonbury dello scorso anno le sorprese non sono mancate. Probabilmente, la più inaspettata è avvenuta nel pomeriggio di una domenica ventosa. Animali e scorci naturali sugli schermi, un novantenne sul palco: la folla è andata in visibilio per Sir David Attenborough, un’istituzione britannica. Il divulgatore scientifico, a cui sono state conferite 32 lauree, è talmente popolare che 11 tra piante e animali portano il suo nome. Difficile, però, pensare di finire nel collage di personaggi citati da Joe Talbot in Mr. Motivator. La prima anticipazione del terzo disco degli Idles ha acutizzato l’hype che gira da qualche anno attorno alla band; un mezzo miracolo se pensiamo a quanto poco tempo sia servito al quintetto per passare da concerti con 40 paganti alle soglie del mainstream ma, allo stesso tempo, una giusta ricompensa per 10 anni di attività in cui la fame non è mai venuta meno.

In Mr. Motivator scopriamo che Attenborough si dimena in discoteca tra LeBron James e un gruppo di foche. Con Mark Bowen – chitarrista dal baffo importante che per un periodo passava le mattine col camice da dentista qualificato Nhs e le sere sudato e in boxer a dare l’anima sul palco – partiamo proprio da qui. Più precisamente dall’ironia della band, un «elemento fondamentale» che – mi spiega – «è imprescindibile per non essere noiosi. In questi tempi difficili non prendersi molto sul serio diventa necessario per affrontare i disastri politici, le nostre guerre personali e, ovviamente, questa pandemia».

Idles, still dal clip “Mr Motivator” (2020)

Che il Covid abbia avuto un impatto devastante anche sul settore dell’industria musicale è ormai assodato, ma questi mesi ci hanno mostrato anche come grandi o piccole realtà siano riuscite con coraggio e determinazione ha risollevare la testa. Partisan Records rientra fra questi esempi. Uscire con due album di due tra le top band del roster in un periodo in cui i live sono ancora per lo più in stallo e la promozione è una grande incognita non è roba da poco. Colgo l’occasione per chiedere a Bowen quanto la label sia stata importante per la crescita della band, non solo sul fronte Idles ma anche sui compagni di etichetta – e qualche tempo fa di tour – Fontaines Dc. Infatti, è innegabile il ruolo della creatura fondata da Tim Putnam e Ian Wheeler nel 2007 in quella che in queste pagine abbiamo definito la rinascita del post punk. Bowen annuisce, ma ci tiene a precisare: «Innanzitutto, c’è da dire che i Fontaines sono nostri amici ma dal punto di vista del sound siamo molto diversi. Loro mi sembrano più legati a una dimensione rock/psichedelica degli anni Settanta, noi cerchiamo altre suggestioni. Sicuramente il lavoro della Partisan in questi ultimi anni è stato incredibile, credo che il loro merito sia principalmente dovuto a un reparto A&R che capisce subito il potenziale e l’identità di una band e permette a quest’ultima di esprimerlo al meglio».

Non solo, per il loquace Mark è importante che un gruppo sia riconoscibile, e cita i brani dei Cigarettes After Sex, non a caso altri colleghi di roster. Parlando di sound, il passaggio a Ultra Mono è servito su un piatto d’argento. Siamo concordi nel considerarlo il picco artistico degli Idles, non solo il loro miglior disco ma anche quello che rappresenta il vero suono del quintetto. Come ci si arriva a questa consapevolezza? La ricetta è facile: snellire la batteria, chitarre più essenziali, un trick legato ai bassi – un insieme di sax e Fender Bass VI – e un’aderenza tra musica e testi che «è il vero punto focale dell’espressione artistica del gruppo». Sì, perché se «ci sono due vie per intendere l’arte: l’escapismo e affrontare a muso duro quello che ti circonda», è indubbio che Talbot e compagni hanno virato sin dagli inizi verso la seconda direzione. Per fare questo è importante stare sulla stessa lunghezza d’onda, condividere la stessa dichiarazione d’intenti.

«Quando cominciamo a scrivere un album partiamo sempre dalla canzone d’apertura, è stato così per Heel / Heal in Brutalism e Colossus in Joy as an Act of Resistance»: Bowen mi spiega questo modus operandi che è applicabile anche a Ultra Mono. Infatti, War Grounds sono un manifesto, un monito che pare dire «lasciate ogni pregiudizio, oh voi che entrate». Parafrasi a parte, sin dai primi versi è chiaro che gli Idles mettono l’ascoltatore di fronte a una scelta: «Ci puoi ascoltare oppure puoi decidere di non farlo, noi continueremo a fare la nostra musica e a cantare i testi di Joe». Le parole di Talbot sono più affilate che mai; da un lato  l’equilibrio tra violenza e ironia raggiunge il massimo potenziale, dall’altro le sue capacità descrittive e sintetiche s’intrecciano in un afflato decadente che si fa spaccato di realtà. Aver perso la madre e la figlia neonata in una manciata di anni ha certamente influito sulla sua penna.

Sul fronte sonoro, invece, è la potenza a catturare l’attenzione. Una forza d’urto che unisce il brutalismo degli esordi al minimalismo di una piena contezza della propria identità. Per fare questo la band ha pescato più dall’hip hop che dal post-tutto, m’interrompe Bowen: «Ci appiccicano tante etichette, da post hardcore a punk, ma io credo che in primis facciamo del rock, con un’attitudine che chi è bravo a scrivere direbbe post punk. Ma abbiamo smussato gli angoli grazie alle ritmiche grime, alle metriche di Pusha T e altri artisti affini a quel mondo che sembra così lontano da noi, ma solo in apparenza». Il chitarrista mi conferma che Ultra Mono è un album pop, di quelli che si possono “tranquillamente” ascoltare tra una Taylor Swift e una Katy Perry.

Effettivamente, gli Idles con lo scorso disco hanno raggiunto il quinto posto nella classifica degli album più venduti in Gran Bretagna, e quest’anno i Fontaines Dc si sono spinti fino al secondo. Ora, a parte la quadratura del cerchio del discorso su Partisan Records, se tanto mi da tanto, il terzo capitolo dei bad boy di Bristol ha tutte le carte in regola per arrivare in cima. Quando espongo questo pensiero a Bowen aggiungo la mia felicità per aver vinto una scommessa con un amico sul peak degli irlandesi, ma non potevo immaginarmi una risata di gusto e una risposta inaspettata: «Be’ ti offro una pinta per il primo posto!». In attesa di scoprire come andrà, una cosa è certa: Ultra Mono è l’apice degli Idles, il punto più alto di un exploit che un gruppo di persone ha raggiunto coi piedi ben piantati a terra, senza paura di mostrare le proprie idee e ambizioni, perché la «piena accettazione di noi stessi» è qualcosa di vitale importanza.

Quanto ci farebbe bene un gruppo così in Italia; è quello che penso mentre spiego a Bowen cos’è successo a Colleferro (la morte di Willy Monteiro a seguito di un pestaggio, ndSA). Quanto fa bene ascoltare questo album degli Idles, perdersi in mezzo alla poesia e alla violenza che soffiano forte in direzioni opposte e si contendono la mente e i muscoli dell’ascoltatore. Basta prendere ad esempio Modern Village, una polaroid della Gran Bretagna degli ultimi due anni che descrive l’isola meglio di saggi e libri. «Il punto era: racchiudere in tre minuti l’aria che stiamo respirando. Non era facile e per certi versi può sembrare riduttivo, ma lo stato in cui versa il Nhs, il governo Johnson e le minacce di una destra estrema sempre più attraente» sono una realtà. Il lungo elenco di luoghi comuni («Non sono razzista ma…») e quella ossessione degli Idles di declinare l’annoso tema del “tossico” – un virus che va dal machismo alle relazioni interpersonali – sono fendenti che a stento si possono evitare.

Parlare con Mark Bowen ha reso reali i versi di Ultra Mono; lasciarsi cullare dalla brutalità controllata di queste canzoni vuol dire prendere coscienza di cosa sta succedendo nel mondo e, allo stesso tempo, avere un disperato bisogno di poesia. Ascoltare il terzo album degli Idles è come imbattersi nei due tempi di Everything Not Saved Will Be Lost dei Foals; testimonianze crepuscolari di un periodo storico cupo. Ma allora, c’è posto per la speranza? «Sempre. La canzone che chiude il disco (che non a caso s’intitola Danke, ndSA) è piena di ottimismo«. Una bella sensazione, d’altronde non bisogna mai scordare che la gioia è un atto di resistenza…