Pause e riflessioni. Intervista a Indian Wells
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Marco Braggion
- 14 Marzo 2015
Il 9 marzo 2015 esce il secondo disco di Indian Wells, nome d’arte di Pietro Iannuzzi. L’artista calabrese è finito sulla bocca e sulle orecchie di molti DJ e amanti dell’elettronica nel giugno 2012 con il suo esordio Night Drops, che ha saputo coniugare sensazioni da cameretta DIY, nu-soul, field recordings e ambient. La sua è la storia di un amante/autodidatta dell’elettronica che parte con il post-rock e arriva sui palchi di mezza Europa dalla provincia del sud Italia, un po’ come altri giovani colleghi stanno facendo con risultati lusinghieri. Il sophomore Pause lo ha portato a una revisione globale della sua palette sonora, andando a perfezionare la produzione (affidata a Matilde Davoli) e l’intensità del risultato finale. Lo abbiamo sentito via Skype.
Ultimamente sono usciti ottimi dischi di elettronica di produttori italiani, come Populous, Godblesscomputers, Clap Clap, Go Dugong e altri. Molti di questi producer hanno avuto una storia di ascolti legata all’hip-hop o a suoni comunque esterofili. Quali sono stati i tuoi punti di partenza?
Four Tet sicuramente. Molti artisti inglesi poi: James Holden, Nathan Fake, anche Jamie xx ultimamente mi sta piacendo molto. Questi, direi, i riferimenti. In più c’è un lato ambient, che mi piace come genere da sempre. Quindi William Basinski e Arvo Pärt. Sono cose abbastanza diverse, ma cerco di destreggiarmi tra questi due mondi.
Lavori e produci musica in Italia o vivi all’estero?
Vivo in Calabria e faccio tutto da qui. Internet mi ha permesso di stare ovunque. Di solito finalizzo tutto sempre a Lecce allo Sudestudio, dove tra l’altro penso che pure Populous abbia fatto delle cose [ci hanno registrato anche Erlend Øye e Laetitia Sadier, ndSA]. Con Matilde De Robertis (aka Matilde Davoli) che si occupa della parte tecnica/audio, del mixaggio, etc., solitamente finalizziamo tutto lì, però la produzione la faccio a casa, a Cosenza.
Ho visto che hai mixato per siti musicali come Inverted Audio, hai remixato su Ghostly e hai collaborato con Kyson, un musicista australiano che vive a Berlino. La Ghostly, come sound, non è molto italiana, almeno come idea di produzione. Infine hai postato un remix di Bon Iver, insomma sei fisicamente in Calabria, però…
Sì, sono molto votato all’estero. In realtà è stata una scelta. Quando uscì il primo disco è successo questo: all’estero c’è stata un’attenzione particolare e in Italia invece quasi zero. Non ti so spiegare il perché, fa piacere ovviamente avere riscontri all’estero. Forse è perché in Italia non c’è ancora una cultura sulla musica elettronica… non ti so dire, però tutte queste cose che hai nominato sono venute da sè.
Rispetto all’esordio, che mi sembrava più narrativo, nel senso che aveva quest’idea dei suoni di field recording presi da incontri di tennis e mostrava più silenzi, Pause mi sembra più curato dal punto di vista della produzione, meno “punk” (ride, ndSA) e più meditato. Penso anche al numero di tracce esiguo, un dettaglio che rivela un processo di elaborazione complesso. Ci puoi parlare dell’evoluzione che c’è stata fra i due lavori?
Night Drops è stato un momento, nel senso che è uscito fuori abbastanza facilmente, anche se impiego sempre molto tempo prima far uscire un disco. Mi secca l’idea di fare pezzi cuscinetto, cerco di concentrare le migliori idee, è questo il motivo per cui trovi 7/8 tracce, anche perché penso che ormai ci si annoi ad ascoltare un disco magari con 12 tracce (a meno che l’artista non sia un genio). Night Drops era stato meditato, dal punto di vista concettuale, nel senso che il tema tennistico era una metafora che mi ha dato spunto per fare tutte le tracce, e forse l’album è meno curato dal punto di vista del suono; in effetti suona un po’ lo-fi, qualitativamente non è eccelso, ma questa è stata anche una scelta, nel senso che era il meglio che io potessi fare all’epoca, non avendo molta esperienza con le tecniche. In fase di mixing abbiamo deciso di comprimere tutto e di far risaltare questa parte “da cameretta”.
E poi?
Da lì in poi mi sono preso un po’ di tempo, tre anni, per cercare di fare qualcosa, a livello di audio, qualitativamente superiore. Questo è stato l’aspetto che ho privilegiato su Pause. Non c’è uno spunto concettuale, i temi sono diversi. L’obiettivo era quello di far sentire bene i pezzi. Sono contento che tu l’abbia notato.
Vivi solo con la musica?
No, faccio un lavoro normalissimo, quindi non ho tutta la giornata per dedicarmi alla musica; di conseguenza, devo cercare di ottimizzare i tempi.
Ma ti pesa questa “doppia vita”?
Di solito si dice che lavorare uccide la creatività, e in parte è vero, perché il lavoro non ti lascia nè il tempo nè la freschezza mentale necessari. Però ti dico anche che sono sempre stato molto con i piedi per terra. Tra quelli che conosco, sono pochissimi quelli che riescono a vivere solo di musica. Quindi lavorare ti dà anche un contatto con la realtà. Quando sono andato a suonare a Londra, due anni fa, il sabato sera ho suonato e il lunedì mattina ero in ufficio, un attimo spaesato. Alla fine fare l’artista è da privilegiati.
A proposito delle tracce del disco nuovo, ho visto che nei brani parti sempre molto soft, e poi c’è un crescendo verso la fine. Il tutto viene costruito aggiungendo piccole cellule sonore in loop. Mi viene da pensare che il tuo stile così “minimal” sia dovuto forse al software che usi, che è costruito su loop. La tua estetica è influenzata anche dal software?
Sul software non sono sicuro, nel senso che ti permette di fare qualsiasi cosa. Almeno, io non ho mai trovato limiti. Penso che sia più una cosa involontaria. Strutturare i pezzi partendo piano e finendo in crescendo è una cosa che mi viene naturale. Non so spiegarti neanche bene il perché. Non penso che sia una questione tecnica, mi viene così. A volte mi rendo conto che potrebbe essere interessante variare la struttura dei pezzi o fare le cose diversamente. Magari la prossima volta. Penso sia anche dovuto agli ascolti che facevo prima di fare elettronica.
E quali erano? Mi pare che ci sia molto shoegaze, o anche molto post-rock. Pensavo ai Mogwai…
Esatto. Quando ho iniziato a fare elettronica, amavo alla follia i Giardini di Mirò, così come gli stessi Mogwai o gli Slowdive, dove i crescendo sono immensi. A pensarci bene è iniziato tutto da lì. Prima di Indian Wells, avevo un altro progetto, gli Iròi, con cui ho iniziato a farmi notare grazie a un remix proprio dei Giardini di Mirò [la traccia è The Swimming Season e si può sentire sulla raccolta Altri Giardini, pubblicata nel 2010, che peraltro vede, fra gli altri, molti nomi di esordienti oggi consolidati nel panorama indie italiano, vedi Gazebo Penguins, Iori’s Eyes, Banjo or Freakout, His Clancyness e altri, ndSA], e poi ho fatto un disco al quale aveva collaborato anche Corrado Nuccini [l’album si intitola Where You Were Now, è uscito su 42 Records nel 2010 e la traccia con il feat. di Corrado è la conclusiva Innocent, Unpure, ndSA]. Non è passato alla Storia, questo disco, non so quanti l’abbiano ascoltato, ma quasi tutto è iniziato da lì. Quindi il post-rock ci sta. Non penso sia stata ancora scritta da nessuna parte una connessione fra Indian Wells e Giardini di Mirò, tu sei il primo a cui ne parlo. Devo molto a loro come gruppo. In quegli anni ascoltavo molte produzioni Morr Music e molta indietronica.
Hai già un live in programma per il disco?
Sì, in realta ho già iniziato a suonare pezzi del nuovo disco. Tre pezzi li suono almeno da due anni. Ho sondato dal vivo per vedere che effetto facevano, un po’ come una volta. Ho fatto 3 date a gennaio, a Milano, Torino e Roma, nelle quali ho proposto l’intero disco. A breve verranno annunciati ulteriori show.
Dopo l’album seguirà un EP di remix con artisti che abbiamo in parte già citato, tipo Vaghe Stelle, Jolly Mare, Populous e altri da confermare. Mi sembra che ci sia una sorta di comunità di persone che ruotano attorno a uno stesso sound. Prima mi parlavi di internet, del fatto che non ci sono confini, ma a me sembra che ci siano anche connessioni forti con artisti locali. Mi verrebbe da dire che tu e gli altri ragazzi “del sud” abbiate una specie di link che vi unisce. Non voglio definirla “scena”, ma almeno un’uniformità di comportamenti “easy” la vedo, se non altro dalla partecipazione a tuoi remix…
Fino ad ora ho sempre cercato nei remix un rapporto personale, nel senso che mi riesce difficile fare o chiedere remix per/a persone che non conosco. Credo che il rapporto personale aiuti a capirsi, forse per questo vedi questo atteggiamento rilassato. Con Andrea (Populous) ci conosciamo da tempo, con Fabrizio (Jolly Mare) ci siamo conosciuti poco tempo fa ed è stato molto disponibile, stessa cosa per Vaghe Stelle. Penso che uscirà una bella raccolta. La comunità la vedo e non la vedo, ad essere sincero. Non penso che esista un’unione di producer a livello italiano, a parte le amicizie. Vedo connessioni tra gruppi di persone, come penso sia normale. Io ho avuto la possibilità, conoscendo Matilde, di conoscere Andrea, Fabrizio, Echopark che sta a Londra. C’è un nucleo di persone del sud in cui ci si conosce e si collabora questo sì, ma a livello italiano non so. Sicuramente non siamo l’Islanda.
Non c’è una scuola “electrosud”, ma il fatto che vi conosciate…
Facilita le cose. Certo. Magari avere come riferimento lo stesso studio aiuta. La Puglia, in questo senso, è una regione a sè. Qualitativamente ci sono molti progetti che escono da lì. Sono stati capaci di creare un minimo di comunità, in quel senso forse sì. Sempre a livello micro comunque.
Collabori già dal progetto precedente con Matilde Davoli. Ci puoi parlare del vostro rapporto professionale?
Ci siamo conosciuti con Iròi. Cantò un pezzo in quel disco. Da lì l’ho scoperta anche come fonico, è molto brava. Non c’è disco che non affidi a lei. Si è sviluppato un bellissimo rapporto d’amicizia. Ora lei sta a Londra, lavoriamo a distanza. Per me lei fa parte di Indian Wells, non riesco a immaginare di fare un mixaggio senza di lei. Ormai ci capiamo talmente bene che è facile lavorare insieme.
Perché hai chiamato il disco Pause?
Il titolo è stato definito a pezzi già conclusi, quando il disco era stato terminato. Mi sembrava un modo per descrivere gli ultimi due anni, intesi come “pause”, “parentesi”. Penso che sia un momento di transizione tra le cose che sto facendo. In futuro ci sarà un’evoluzione maggiore del suono.
Nella produzione delle tracce hai usato tutti strumenti digitali?
Quasi tutto. Ho usato un Korg per fare i bassi. Un basso è stato fatto con un Phatty Bass, grazie a Gianluca Gallo, un ragazzo di Cosenza che suona nei La fine. Quindi qualcosina di analogico c’è stato, però la maggior parte è digitale. Il desiderio è quello di passare all’analogico o comunque mischiare le due cose. In fase di missaggio ho richiesto il passaggio su bobina per far sì che il suono uscisse più caldo.
Fra gli altri ospiti ho visto che c’è anche un chitarrista giapponese…
Yakamoto Kotzuga? (ride, ndSA). No è italianissimo. Si chiama Giacomo Mazzucato, ha un progetto molto figo tra l’altro. Ha solo 21 anni. Lui fa elettronica mescolata con le chitarre, è interessante. Dateci un’occhiata perché è notevole [il debutto sulla lunga distanza Usually Nowhere di Yakamoto Kotzuga esce per La Tempesta International il 24 marzo 2015, ndSA].
Foto di Alessia Naccarato


