Vivere al presente. Intervista ai Teenage Fanclub

Il passato è un fardello da scrollarsi di dosso o un’eredità da celebrare? Dopo trent’anni di carriera, Raimond McGinley e i suoi Teenage Fanclub non mollano il colpo e guardano avanti con fiducia e orgoglio: non sono un gruppo “da repertorio”, anche se con la retromania e il vecchio catalogo hanno dovuto in qualche modo fare i conti. A tenere banco sono le novità in formazione (dopo la defezione dello storico membro fondatore Gerard Love e l’ingresso di Euros Childs, ex Gorky’s Zygotic Mynci) e il lungo tour che l’11 giugno fa tappa a Ferrara per l’unica data italiana (appuntamento al Cortile del Castello Estense, band di apertura i Be Forest). Per queste date i Teenage Fanclub hanno pensato a una setlist che propone scelte inusuali dal passato, ma anche un pezzetto di futuro, con le anticipazioni del prossimo album, i cui lavori entreranno nel vivo tra qualche mese.

Ciao Raymond. Qualche mese fa avete diffuso un nuovo pezzo, Everything Is Falling Apart. È un’anteprima per un nuovo album a cui state già lavorando?

Sì, siamo stati in studio ad Amburgo a gennaio, e abbiamo voluto ritagliarci un po’ di tempo per registrare e mixare un paio di canzoni, tra cui appunto Everything Is Falling Apart. È l’inizio di quello che probabilmente sarà il nostro prossimo disco, anche se i lavori entreranno nel vivo solo quando avremo finito il tour, che ci terrà impegnati fino ad agosto. Diciamo che un nuovo LP potrebbe essere pronto per la fine dell’anno.

Immagino non sia stato semplice fare fronte alla fuoriuscita di Gerard, che era stato parte della band fin dagli inizi…

Abbiamo avuto delle divergenze di vedute sul tour e sulla direzione da dare alla band e siamo arrivati al punto in cui lui ha preferito lasciare il gruppo. Ma non ne abbiamo fatto un dramma, e siamo andati avanti; certo ci siamo chiesti come avrebbe reagito la gente al fatto che Gerry se n’era andato, ma non abbiamo voluto cercare un suo sostituto o qualcuno che fosse come lui: avevamo già Dave McGowan che suonava le tastiere ma di base è un bassista (oltre che un cantante), ed è tornato in modo del tutto naturale al suo primo strumento. Quindi abbiamo accolto con noi Euros Childs, che conoscevamo dai tempi dei Gorky’s Zygotic Minci, ed era come uno di famiglia.

Sul piano musicale cosa ha portato il suo ingresso nella band?

Euros Childs, e lo abbiamo visto già quando è stato con noi in studio a gennaio, è uno che mette tantissima passione in quello che fa: ci piace come persona, ci piace come canta, e siamo davvero contenti di averlo con noi. È un bravo cantante, e se la cava davvero bene con le armonie vocali. Quello che porta nella band… è se stesso, e la sua personalità, ci troviamo bene con lui e siamo contenti delle novità che ha portato. Ha tante qualità ma se dovessi sceglierne una, prettamente musicale, ti direi proprio la sua bravura come cantante.

Siete nel pieno di un lungo tour molto impegnativo, come sta andando finora?

Bene, bene. Stiamo girando il mondo, siamo partiti dal Giappone, toccheremo quattro continenti, ci siamo impegnati molto per tenere unita la band ma anche questo cambiamento ci ha fatto bene e finora sta andando tutto per il meglio.

So che avete fatto scelte particolari per la scaletta, soprattutto per quanto riguarda i vecchi brani…

Abbiamo voluto suonare pezzi che al nostro pubblico piacciono e piacciono tanto anche noi, ma che non avevamo suonato molto spesso, come Alcoholiday. Penso che sia stata una bella idea. Ci hanno aiutato molto alcuni concerti che abbiamo fatto in Gran Bretagna lo scorso autunno, in cui abbiamo ripreso un po’ il filo con i nostri vecchi dischi, quelli usciti su Creation, e con canzoni che non suonavamo da un po’ di tempo.

A proposito, da veterani vi capita di guardarvi un po’ indietro o siete sempre proiettati in avanti?

La cosa che più amo dello stare in una band è proprio vivere il presente. Lo scorso anno ci siamo occupati dei progetti di ristampe del nostro catalogo, ma anche in questo caso la cosa più bella del pensare a quei dischi era ricordarci del momento in cui li avevamo creati. Siamo orgogliosi di quello che abbiamo realizzato negli anni ma quello che ci piace di più rimane continuare a suonare le nostre canzoni, qui, adesso, fare cose nuove, l’idea della band che abbiamo quando suoniamo dal vivo; guardare indietro non ti dà la stessa soddisfazione del far vivere le cose sul momento.

C’è qualche giovane band con cui sentite di avere delle affinità?

Non mi viene in mente nessuno, noi siamo una band che come tante altre ha semplicemente cercato di fare artisticamente ciò che voleva, ma non penso che nessun altro ci somigli veramente.

Mi hai parlato di Creation e mi è venuto in mente il vostro ex compagno di label Bobby Gillespie, che ha detto di recente che il rock è una “lingua morta”. Voi vi siete fatti un’idea su questo argomento?

Allora poteva essere già una lingua morta negli anni ’60 e ’70. Mi viene in mente di quando abbiamo registrato un pezzo con i De La Soul ed eravamo curiosi di vederli lavorare con i sample e i dischi. Perché quello era il loro modo spontaneo di lavorare. Però quando voglio creare musica per me prendere una chitarra e suonarla è la cosa più naturale, non mi interessa quanto sia moderno o rilevante. Se vuoi, anche i concetti che Bobby ha usato sono una “lingua morta”: ai ragazzi più giovani non interessa se qualcosa ha un linguaggio vivo o no, ascoltano quello che vogliono, se sentono che ha un valore. Non sono un accademico, come non lo è neanche Bobby: per noi musicisti conta fare musica e creare qualcosa che tocchi le persone e abbia importanza per loro, non il pensiero di ricreare o meno qualcosa del passato.

10 Giugno 2019
10 Giugno 2019
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