Corsi e ricorsi. Intervista ai Violent Femmes

La natura procede per cicli. E se è per questo, spesso, anche la storia, nel bene e nel male. Di cicli, di corsi e di ricorsi, ce ne sono parecchi nel nuovo album dei Violent Femmes. Un disco che in molti modi finisce per parlare di oggi con le parole – più certi suoni – di ieri. Ma lo fa in maniera assolutamente in tema e intonata. In questo, dobbiamo dire, fedele alla vocazione ultratrentennale della band di Milwaukee, fare musica moderna con strumenti quasi “antichi”. Anche tra gli stessi Brian Ritchie e Gordon Gano le cose procedono un po’ per cicli. Dopo i periodi in cui si parlavano soprattutto tramite avvocati è arrivato il ritorno della band, tra l’altro con due dischi mai meno che dignitosi e a tratti più che convincenti. Se era stato Gordon a raccontarci il precedente lavoro dei Violent Femmes, We Can Do Anything, stavolta è Brian a rispondere alle nostre domande via e-mail a proposito di Hotel Last Resort, appena uscito nei negozi. Lasciamo a lui la parola.

Parliamo del nuovo disco e della canzone omonima: che cos’è l’Hotel Last Resort? Una metafora, un luogo immaginario, uno stato mentale?

Direi un flusso di coscienza, una meditazione esistenziale a ruota libera. Come un quadro di De Chirico. La ascolti e ti sembra una canzone normale, ma se la analizzi ti accorgi che non c’è una vera struttura. È una composizione molto interessante di Gordon, sia a livello poetico che musicale.

In questa canzone suona come ospite Tom Verlaine, a cui avete affidato l’assolo di chitarra. Immagino che ne siate molto felici. Come vi è venuta l’idea?

Riascoltando il pezzo ho pensato: ci starebbe benissimo Tom Verlaine. Così gli ho scritto un’email!!! Lui è stato subito entusiasta dell’idea perché gli piacciono i Femmes, e naturalmente anche noi siamo suoi grandi fans. Ha suonato esattamente ciò che avremmo desiderato, non c’è stato bisogno di dargli istruzioni o di fare richieste di nessun tipo. La sua è una delle voci strumentali [è l’espressione che usa letteralmente Brian, instrumental voices, molto bella, NdSA] più inconfondibili di tutta la musica rock.

Siamo molto più abituati a sentirvi cantare ritornelli che a fare rap, quindi, di cosa parla Another Chorus?

Pensa un po’ a quando hai un disco sul piatto che salta, si incanta e ripete sempre lo stesso passaggio. Vai in un club e c’è una band mediocre che continua a cantare quello che tu non vuoi sentire. Noi speriamo che il pubblico non si senta mai così quando ci siamo noi sul palco, ma allo stesso tempo stiamo suggerendo che potrebbe anche succedere…

Avete reinciso un vostro vecchio pezzo, I’m Nothing, con un altro special guest molto particolare, Stefan Janoski [uno skateboarder professionista che si interessa anche di musica e di moda, come vedremo, NdSA]. Ci raccontate un po’ di questa partnership che non è solo artistica ma anche commerciale?

È stato Stefan che ci ha contattati. Aveva pensato di omaggiare i Violent Femmes con uno dei nuovi modelli della sua linea di scarpe da skateboard per la Nike [il modello si chiama Nike SB Zoom Stefan Janoski RM “Violent Femmes” e lo potete vedere qui, NdSA]. Sappiamo di avere un bel seguito tra gli skater, per cui abbiamo pensato che potesse essere una cosa simpatica e funzionare come un omaggio reciproco. Quando ci siamo visti con Stefan lui ci ha detto che amava molto I’m Nothing perché è come se simboleggiasse una parte della sua filosofia. Compreso il fatto che le sue scarpe sono unisex [letteralmente “non sono gender specific, NdSA]. Il senso della canzone del resto ha a che fare anche con quello: non devi lasciarti affibbiare dagli altri un’etichetta, di nessun “genere”.

È vero che I’m Nothing è anche una canzone “politica”. L’ultimo verso recita: «This nothing world has its’ nothing end». A sentirvela risuonare adesso con la situazione che c’è in America, uno si domanda se sia una pura coincidenza…

Queste cose sembrano essere cicliche. È una canzone che aveva una sua rilevanza venticinque anni fa quando l’abbiamo registrata per la prima volta, e sfortunatamente ce l’ha ancora adesso. Puoi leggerla come una canzone di protesta se vuoi, o come un rifiuto per la politica in generale.

A proposito, la vostra interpretazione di God Bless America [la canzone patriottica scritta da Irving Berlin nel 1918, NdSA] mi ha colpito molto. Anche questa è una scelta significativa. E parlo sia a livello di testo che di musica…

Amiamo il nostro paese nonostante tutti i suoi problemi. La nostra versione porta God Bless America verso direzioni musicali come il free jazz o l’improvvisazione acustica, che per quanto ci riguarda rappresentano le grandi cose che gli Stati Uniti hanno donato al mondo. È una canzone sincera.

Dopo essere stati un trio per tanti anni adesso siete ufficialmente un quartetto. John Sparrow e Blaise Garza da parte degli Horns of Dilemma sono diventati membri dei Violent Femmes a tutti gli effetti. Mi raccontate di loro?

Sparrow suona con noi il cajón da quattordici anni come percussionista aggiunto a Victor [De Lorenzo, membro fondatore, NdSA] e Brian Viglione. Vig ci ha lasciati per formare una band con sua moglie, per cui abbiamo deciso di tenere John a tempo pieno. È un grande batterista, pieno di energia. Blaise invece suona con noi da quando aveva quattordici anni. Steve Mackay [ex Stooges e per anni parte degli Horns of Dilemma, il gruppo non ufficiale che accompagna i Violent Femmes, NdSA] ha provveduto ad “allenarlo” finché non è diventato così da bravo da poterlo sostituire quando si è ammalato ed è morto. Steve ci manca tantissimo, ma è meraviglioso poter fare da mentori a dei giovani musicisti e averli sul palco insieme a noi.

Come produttore avete scelto Ted Hutt, con cui avete lavorato per la prima volta, e come ingegnere del suono Ryan Mall. Che cosa vi ha convinti a sceglierli e come è stato lavorare con loro?

Abbiamo pensato che Ted sarebbe stato il produttore sensibile di cui avevamo bisogno, essendo lui per primo un grande musicista. Ama la nostra band e non ha cercato di cambiarne l’approccio. Si è preoccupato solo di ottenere delle buone performance e di fare emergere le caratteristiche uniche che abbiamo come gruppo. La cosa impressionante è che tutto il disco è stato registrato in soli cinque giorni. Andavamo come treni. Ted e Ryan hanno capito benissimo la natura acustica, spontanea e live dei Violent Femmes e hanno trovato subito i suoni giusti.

I’m Not Gonna Cry è la cover di una canzone greca, tradotta e adattata da Gordon. Come avete conosciuto il brano dei Pyx Lax?

Gordon ha lavorato venticinque anni fa su un loro album. Da allora spesso ci ritroviamo con i musicisti dei Pyx Lax quando andiamo in Grecia, e abbiamo suonato tante volte quella canzone nella sua versione greca. Ora abbiamo deciso di realizzarne noi una versione in inglese.

Quest’estate comincia il vostro tour degli Stati Uniti. Vi vedremo anche da noi prossimamente?

Lo spero!

26 Luglio 2019
26 Luglio 2019
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