Louder than the City

Il silenzio dura solo un attimo. Curiosità. Stupore. Immediatamente il brusio si diffonde tra gli avventori del locale. Vestito bianco lungo che lascia scoperte le spalle e guanti lunghi dello stesso colore, capelli raccolti sotto a una tiara dorata, fronte libera non fosse per un civettuolo tirabaci, la giovane avanza al braccio di Gaston Lachaille: “chi è quella ragazza che ha portato con sè stasera? Non è un sogno? Non è un’amore? Se solo la cara Liane fosse qui…” Gigi è bellissima e invidiata da tutti e Gaston Lachaille è un amico di famiglia che lei ha sempre chiamato “zio” e che ora si sta trasformando sotto gli occhi stupiti di una Parigi fin de siècle in un fidanzato e promesso marito. Le domande sono quelle del coro degli avventori quando la coppia entra al Maxim’s, celebre café chantant e tempio del divertimento notturno della Parigi Belle Époque. Siamo in un musical capolavoro, per certi versi bizzarro e originale rispetto alla tradizione, girato nel 1958 da Vincente Minnelli e musicato da Frederick Loewe (lo stesso di un altro musical capolavoro, My Fair Lady) e siamo a una delle sorgenti d’ispirazione, forse la più importante, dell’ultimo disco di Julia Holter, Loud City Song.

Parigi fin de siècle e la celebrity culture

La raggiungiamo al telefono mentre si trova in Europa durante il tour estivo che l’ha portata a suonare anche in Italia. “Stavo lavorando a Ekstasis e avevo pronta una canzone  ispirata da una scena di Gigi che stavo per includere nel disco, ma quando ho terminato la lavorazione dei brani mi sono resa conto che non c’entrava molto con le atmosfere di Ekstasis e che aveva bisogno di un posto tutto per sè”. La scena, ça va sans dire, è quella dell’ingresso al Maxim’s con il brusio del coro a dar voce a tutte quelle domande che tanto allora (gli anni Novanta dell’Ottocento) quanto oggi costituiscono l’ossatura del gossip e del culto delle celebrity. “Si tratta di un fenomeno sociale che si ritrova in tutte le società, non importa quanto indietro nel tempo tu vada a guardare. E lo stesso accade anche oggi, con Internet e la televisione che si sono prese le nostre vite”. Su questo tema, ma non solo, Julia Holter ha voluto costruire un disco che, in altri tempi, avremmo definito concept album. Lei preferisce parlare di “un insieme coerente di canzoni, non una raccolta di brani“.

Loud City Song è il terzo album firmato dalla musicista californiana, ma è il primo dopo la firma del contratto con la Domino e il primo registrato in uno studio con veri turnisti a disposizione. L’esordio, Tragedy, risale solamente al 2011. Fu pubblicato originariamente per un’etichetta indipendente di Los Angeles, la Leaving Records, che ha come motto sul proprio sito “world music” e, visto il catalogo, lascia spazio a più di una interpretazione (e a qualche domanda). Tragedy è un disco oscuro e non sempre di semplice accesso. Ispirato alla tragedia classica Ippolito di Euripide, gli otto movimenti del disco hanno portato la stampa internazionale a paragoni importanti con Laurie Anderson. Ad accomunare la Anderson e la Holter, la capacità di mescolare materiale d’avanguardia intellettuale con istanze più pop, pur mantenendo le distanze da ritornelli e facili melodie. Nonostante la lontananza dal mondo pop – anche quello più hypster e intellettualoide – il vinile va soldout in una sola settimana e per la Holter sembra profilarsi un percorso di nicchia sulla scia di Grouper o Nite Jewel (con quest’ultima, anch’essa losangelina, la Nostra ha anche collaborato).

Cosa che puntualmente non accade. Nel marzo del 2012, Ekstasis, secondo disco pubblicato dopo l’accasamento presso la RVNG, le apre le porte di un pubblico più vasto. Il riconoscimento della stampa è praticamente unanime. Ai tempi noi scrivevamo che si trattava di “un’indagine senza confini nell’atmosfera e nell’evocazione, in un gioco di specchi che fa sembrare tutto diverso ma uguale”. I riferimenti musicali che si potevano ancora una volta trovare nei dieci brani erano gli stessi dell’esordio: la Anderson, Robert Wyatt, Joni Mitchell. Eppure, nonostante fosse ispirato da oscuri manoscritti mistici medievali, il tutto risultava più vicino a una sensibilità pop. Ekstasis è un disco che appaga sia l’orecchio esigente degli ascoltatori più colti che amano cogliere le citazioni più raffinate, sia quello di coloro che sono semplicemente alla ricerca di un dream pop atmosferico ed evocativo.

Se le chiedi oggi del paragone con Laurie Anderson – paragone che ritorna ancora per Loud City Song in analisi non troppo approfondite -, la Holter si schermisce dicendo di non averla mai ascoltata davvero fino a che non gliel’hanno nominata i giornalisti. Ovviamente sappiamo bene che il paragone la lusinga, pur quando s’affretta ad aggiungere, con il suo accento morbido della California, quanto la Anderson sia un persona con un’influenza davvero importante. “Se qualcuno trova una connessione tra la mia musica e la sua, è probabilmente qualcosa che possiamo discutere. Non voglio dire che non sia vero solo perché non è stato uno dei miei ascolti. Probabilmente c’è qualcosa di lei nell’aria che permea il mondo della musica e molti musicisti vi hanno attinto nel corso degli anni. Magari sono stata influenzata da lei senza nemmeno saperlo”.

Julia Holter - Goddess Eyes II

Bildungsroman

Anche se Laurie Anderson non rientra nei modelli diretti, è fuor di dubbio che la Holter condivide con la musicista newyorkese una facilità nel mescolare registri d’avanguardia con un’accessibilità pop che non è comune. Forse merito degli ascolti in famiglia che, accanto al musical di Minnelli (“i nonni di molte persone ce l’hanno in casa e lo guardano coi nipoti”), poggiano sui classici americani degli anni Sessanta e Settanta (Tom Petty, Bob Dylan, Steely Dan) accanto alla black music di Billie Holiday e Al Green. Su questo immaginario classico, però, il percorso della Holter passa per una laurea al California Institute for the Arts. “Non so quanto una formazione musicale formale abbia contato nella mia vita, perché senza le cose che ho fatto non saprei mai come sarei altrimenti”, ci spiega mentre la linea telefonica si fa più disturbata e la sua voce si nasconde tra le scariche statiche, proprio come faceva nel missaggio di Tragedy. “Quello che è stato utile è aver studiato la teoria musicale. Saper leggere la musica ti permette di trasmettere più facilmente le idee. La comunicazione è già abbastanza complicata e in alcuni casi è già difficile esprimere quello che voglio… Per una musicista come me che compone al pianoforte, studiare armonia per tastiera è stato utilissimo, così come studiare contrappunto”. E bisogna aggiungere che studiare le ha fatto conoscere le composizioni di John Cage, soprattutto i brani per pianoforte giocattolo che, più volte, ha dichiarato essere stati una svolta nella sua vita di musicista.

Per avere un quadro più completo, però, bisogna anche aggiungere un’altra influenza fondamentale, che può sembrare marginale nell’esperienza musicale di Julia Holter, ma che a ben vedere è il suo legame più profondo con il folk. Una tradizione, questa, che, soprattutto nella sua declinazione più psichedelica, scorre carsica per tutta la sua produzione. Si tratta di Linda Perhacs, meteora psych-folk che, nel 1970, diede alle stampe il suo unico album. Intitolato Parallelograms, fu presto dimenticato fino a quando, a metà degli anni 2000, divenne un piccolo culto in qualche giro di musicisti e non solo. Dopo trentacinque anni passati a svolgere la professione di igienista dentale, Linda Perhacs ha sentito così forte il richiamo di una nuova generazione che ha deciso di mettere su una band e iniziare a esibirsi dal vivo. A uno dei concerti del 2009, tra le fan che le porgono una copia della ristampa in vinile di Parallelograms per un autografo c’è anche Julia Holter. Il suo è un amore totale per l’artista, un vero e proprio mito. Sul piano musicale il debito più evidente è nell’uso di loop ed effetti per stratificare la voce, marchio di fabbrica della Perhacs, che aveva un modo quasi aleatorio di combinare armonie vocali. Inutile dire che oggi la Holter collabora con la Perhacs sia come turnista nei concerti, sia in studio per l’atteso ritorno discografico (già annunciato da qualche tempo).

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Altro tassello importante tra le collaborazioni della Holter è sicuramente Michael Pisaro, compositore e docente al CalArts. Pisaro è membro del Wandelweiser Composers Ensemble, un gruppo internazionale di compositori che hanno in comune l’interesse per, nelle parole di uno dei membri Radu Malfatti, “la valutazione e l’integrazione del silenzio [nella musica] piuttosto che un tappeto infinito di suoni”. Il pensiero corre immediatamente a John Cage e ai suoi Silence e 4’33’’, ma qui, come ha spiegato in alcune interviste Pisaro, l’idea è più che altro di fare musica a partire dalla lezione di Cage. I membri originari del Wandelweiser, indirettamente, criticavano e criticano il fatto che di Cage e delle sue idee si parli molto, ma che poi la sua eredità musicale in senso stretto sia spesso in secondo piano, se non assente. (Inciso: il Wandelweiser è stato fondato nel 1992, proprio l’anno della scomparsa del musicista americano).

Bedroom music vs. studio recording (?)

Un percorso variegato, quello della Holter, che sembra però non dare troppa importanza ai singoli passi, quanto piuttosto al cammino nel suo complesso: tutto conta, ma nulla è essenziale. Così se Tragedy è stato registrato in assoluta autonomia semplicemente usando un programma free come Audacity, Loud City Song è un lavoro con musicisti in carne ed ossa che si è avvalso di uno studio professionale. Per la prima volta, la musica della Holter è stata messa di fronte a un lavoro più collettivo. Il risultato sono fiati pieni e caldi come in Maxim’s II o in Horns Surrounding Me e, in generale, un suono più profondo. Hello Stranger funziona perché gli archi sottolineano magistralmente i field recordings e la voce effettata. Il bozzetto vaudeville/jazz di In the Green Wild è pieno, dinamico come difficilmente sarebbe stato se suonato in cameretta con un laptop. Uno scarto importante, seppure non decisivo, rispetto al passato. E la stessa Julia Holter rifiuta una cesura netta tra le composizioni registrate in totale autonomia in casa e la musica realizzata in studio con dei professionisti: “Non credo che registrare da soli in casa sia un male, continuo a farlo. Solo credo che non sia sempre la cosa giusta per la musica: a volte c’è il bisogno di registrare meglio, come nel caso del mio ultimo album, che credo abbia enormemente beneficiato dal lavoro fatto con persone che sanno quello che stanno facendo quando suonano uno strumento”.

Horns Surrounding Me è forse il brano in cui è più esplicito il tema che collega tra di loro tutte le canzoni di Loud City Song. Il rumore, “loud”, si potrebbe dire essere il buzz da gossip, da malelingue, da curiosità morbosa, talmente forte che “la protagonista della canzone non riesce nemmeno ad avere una relazione reale perché tutto è così forte e così intenso che non ha spazio per un po’ di pace e calma”. Ovviamente non si tratta della sua esperienza personale (“non sono ancora rincorsa dai paparazzi!”), ma se ne accorge quando le capita di guardare la tv con la famiglia. “Tutta quell’assenza di silenzio e calma ti viene sbattuta in faccia, dai reality show a Entertainment Tonight [un programma di celebrity news, NdR]”. La infastidisce il troppo rumore generato da cose di poco conto, “le vite di persone che non hanno fatto nulla di particolare da giustificare la loro fama“.

Julia Holter

Davanti, dietro e dentro il sipario

Se l’ispirazione arriva dal famoso valzer al Maxim’s del film di Minnelli, Julia Holter ha scelto di sostituire la metafora del café utilizzata da Colette con la città, che è “lo sfondo, l’immaginario e il set dove tutto questo accade”. È nella Parigi della Belle Époque, come nella Los Angeles/Hollywood di oggi, che si consuma la “lotta degli individui con la società”. Perché come avveniva per Gigi, promessa sposa a un rampollo di buona famiglia, anche per gli individui la società ha “certi piani”, tenta di forzare la direzione dell’esistenza. E l’individuo che cosa decide di fare: “prova a venirci a patti oppure decide di fuggire andandosene nei boschi? Li accetta e li fa propri? È di questa esperienza che ho voluto scrivere e credo che sia il tema portante di tutte le canzoni”.

L’idea dello sfondo, dello scenario in cui ambientare le canzoni rimanda a un’altra caratteristica della musica della Holter, cioè quel suo essere in qualche modo teatrale. Lei stessa parla delle voci narranti delle proprie canzoni come di “personaggi” che si muovono in uno spazio/tempo creato dalla canzone stessa. È come se ci volesse dire che nonostante si parli in prima persona, nonostante la musica provochi emozioni e sentimenti veri, è pur sempre un artificio che, in questo caso, vuole fungere da metafora per la società. In alcuni casi, sono gli stessi field recording a fornire questo scenario teatrale, all’interno del quale la Holter fa sviluppare la propria scena musicale. È un processo evidente, in particolare nei dischi precedenti e, soprattutto, nelle produzioni meno pop che sono state affidate nel corso degli anni a piccole etichette (da ricordare soprattutto la cassetta registrata per NNA Tapes). In Loud City Song i field recording sono meno evidenti ma, a un ascolto attento, si rivelano in più di un brano, magari trasfigurati dal trattamento elettronico.

Alla fine della conversazione telefonica, le chiediamo se riesce a riassumere in tre aggettivi il suo ultimo album, un modo sciocco forse per cercare di capire che idea abbia lei della propria musica. Silenzio. “Non so, è difficile”. Un gioco di specchi continuo tra oggi, ieri (gli anni Cinquanta dell’amato musical diretto per il grande schermo da Vincent Minnelli) e l’altro ieri (la Belle Époque riflessa negli specchi dei caffè) che non si agglutina attorno a semplici parole e ogni volta che sembra di averlo in pugno, sfugge dalla mano perché solo un riflesso di qualcos’altro in lontananza. E a volte, come per la vicinanza con Laurie Anderson, si scopre che l’analisi si è spinta in direzioni del tutto (o quasi) fuorivianti. È il fascino di aver di fronte un’opera complessa, più ambiziosa di quello che gli artisti pop propongono solitamente e che potrebbe essere destinata a non uscire di scena tanto presto.

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