Radiohead. Dall'artwork di “Kid A”

“Kid A” dei Radiohead, i venti anni di una (falsa) profezia

Kid A uscì il 2 ottobre del 2000, nella terra di mezzo tra l’ingresso convenzionale nel nuovo millennio (in quell’impasto febbrile di eccitazione, timore, sollievo e delusione) e il suo inizio reale, ovvero il traumatico turning point dell’undici settembre 2001. Come ben sappiamo, prima dell’attentato al World Trade Center avrebbe visto la luce anche Amnesiac, album con più di un argomento in grado di smentire la tesi che lo vorrebbe pura propaggine del predecessore. Ma restiamo a Kid A.

La sorpresa provocata dalla svolta elettronica dei Radiohead non fu così forte per chi aveva assistito al loro tour estivo del 2000. A parte l’esecuzione in anteprima di alcuni tra i pezzi che sarebbero finiti nel nuovo lavoro (allora non avevamo idea che gli album sarebbero stati due nel volgere di pochi mesi), appariva chiaro dall’impostazione dello show e dallo stesso atteggiamento di Yorke e compagni (ma soprattutto di Yorke) che in quel momento il rock non occupava più il centro dei loro obiettivi formali ed estetici. La band che pochi anni prima (nel ‘93 con Pablo Honey – anzi, col singolo Creep – e soprattutto nel ‘95 con The Bends) aveva stabilito un vero e proprio canone per il rock basato su dosi generose di chitarre elettriche, e che col successore Ok Computer (1998) aveva alzato il livello dello scontro ambientando le scorribande chitarristiche in uno scenario ricco di rimandi alla psichedelia, al prog e al post-punk arty, sembrava accantonare tutto questo a favore di sketch sperimentali ispirati alla musica sintetica passata (ambient e krautrock) e recente (col catalogo Warp sugli scudi), così come a certe avventure jazz meno canoniche e alla classica contemporanea (in primis dall’opera di Krzysztof Penderecki).

Sui motivi che spinsero i cinque oxoniensi in questa direzione si è discusso a lungo. Sappiamo per certo che non si trattò di una scelta facile né unanime (le cronache narrano di un Ed O’Brien particolarmente contrariato), anche perché gli abiti sonori dei nuovi pezzi obbligarono ognuno a rimettersi in gioco. Se per uno smanettone come Jonny Greenwood sostituire l’amata sei corde con il mesmerico Onde Martenot rappresentò un diversivo assai stimolante, per il fratello Colin, per il batterista Phil Selway e per il citato O’Brien non fu altrettanto semplice cimentarsi con computer, sintetizzatori e drum machine. Non si trattava di una novità perché molte band post-rock attive nei Novanta avevano elevato a prassi la mutazione delle forme, delle strutture, delle sonorità tipiche del rock, così come lo scambio di ruoli e strumenti tra i componenti, proprio con l’obiettivo di scardinare la consuetudine e il concetto stesso di band in un vasto progetto di superamento del rock, o meglio dei suoi cliché espressivi fossilizzati in quarant’anni di sedimentazione e celebrazione.

Tuttavia, stupiva e non poco che a disarticolare (e riarticolare) il balocco fossero i Radiohead, ovvero una delle band protagoniste del decennio aureo del rock: vale la pena di ricordare che negli anni Novanta le cifre di vendita e i fatturati raggiunsero livelli mai toccati in precedenza, complice certo l’esplosione del grunge e dell’indie rock nelle varie declinazioni, ma un elemento decisivo fu senz’altro la spinta imposta al mercato dalla rivoluzione tecnologica del CD. Non a caso, proprio la tecnologia rappresenta uno degli aspetti cruciali al cuore di Kid A e della sua svolta: se è vero che alla base della disaffezione nei confronti del rock da parte dei Radiohead (e, ribadisco, di Yorke in primis) va individuato il rapporto problematico col ruolo di rock star cucito loro addosso potentemente e prepotentemente dai media dopo i lavori precedenti (il frontman arrivò molto vicino all’esaurimento nervoso e al blocco creativo), il sostrato concettuale che caratterizza Kid A deve la sua solidità a una riflessione profonda sulle conseguenze della sempre più estesa presenza della tecnologia nel quotidiano, tema peraltro già presente in The Bends e centrale in Ok Computer.

Il punto è questo: malgrado si tratti di un disco musicalmente assai valido, ricco di intuizioni sonore che ancora oggi lasciano sbalorditi, non si può parlare di Kid A senza considerare il frangente storico in cui è uscito. Ciò vale ovviamente per una qualsiasi considerazione critica su qualsivoglia disco, ma nel caso di Kid A siamo di fronte a una chiave di lettura preponderante. Nella cuspide tra vecchio e nuovo secolo/millennio interi paradigmi venivano abbattuti e sostituiti: vedi la diffusione di internet, la (conseguente) connessione globale sempre più ramificata ed efficiente, la digitalizzazione elevata a dogma, la (conseguente) liquefazione dei supporti, i progressi sul fronte dell’ingegneria genetica… Di contro, il panorama politico doveva ancora vedersela con l’onda d’urto del crollo della cosiddetta “cortina di ferro”, a cui seguì una sclerotizzazione degli schieramenti partitici e ideologici destinata a spezzare gli equilibri culturali (un processo con cui stiamo ancora facendo i conti).

Il presente appariva senza dubbio eccitante, sbilanciato su un ventaglio sempre più sfaccettato di imminenti novità, ma non appena dirigevi lo sguardo sulla linea d’ombra del domani era inevitabile avvertire una cappa di timore (per i più apprensivi e/o consapevoli: di angoscia) posarsi su tutto. Il futuro appariva come un approdo ricco di insidie, una vera e propria terra ignota sulla cui natura molti segnali premonitori (cambiamento climatico, epidemie, crisi politica, economica ed energetica…) non concedevano grandi margini di manovra all’ottimismo. Tutto questo, mi sembra il caso di ribadire, non era speculazione da futurologi dilettanti: si avvertiva nel quotidiano.

Solo per limitarsi al nostro “ruolo” di appassionati di musica, la diffusione dei masterizzatori domestici e l’exploit di Napster (attivo da giugno 1999 a luglio 2001) scardinarono nel volgere di un paio d’anni tutte le consuetudini. Fu subito chiaro a tutti che stavamo vivendo giorni cruciali, in bilico su un punto di non ritorno. Nel già vivace crogiolo di forum e newsgroup sul web (che stavano rapidamente sostituendo i bar e i muretti come luoghi di ritrovo, cazzeggio e discussione), fiorivano teorie e ipotesi sui cambiamenti che ci attendevano negli anni a venire. Tra i molti vaticini apocalittici (crollo delle major, scomparsa dell’industria musicale…) si fece strada ben presto l’ipotesi di un futuro radioso in cui pagando un piccolo abbonamento mensile avremmo avuto accesso a tutto lo scibile musicale o quasi.

Non occorreva la sfera di cristallo o un master in ingegneria informatica per capire che lo streaming costituiva l’esito più ovvio in uno scenario di digitalizzazione e connessione sempre più strutturato. Quello che non riuscivamo a cogliere a pieno era la cornice tecnologica entro cui questo bel quadretto era destinato a compiersi, ovvero la trasformazione da ascoltatore a utente, le cruciali conseguenze in termini di profilazione e feedback nonché le ricadute sulla musica stessa. Tra queste ultime, un contributo decisivo alla perdita di centralità del rock.

A tal proposito, mi capita ancora oggi d’imbattermi in affermazioni avventurose, del tipo che Kid A avrebbe dato la spallata decisiva a un rock già claudicante (gli ultimi, compiaciuti fuochi del grunge, la fine corsa di crossover e lo-fi, il pilota automatico del punk-pop, persino la canonizzazione del post-rock), determinandone in tal modo l’uscita di scena. Mi è sembrato fin da subito un caso tipico di confusione tra causa ed effetto: nessun disco da solo può sovvertire l’ordine delle cose. Al più, se è particolarmente ispirato (come Kid A) può restituircene un’istantanea abbastanza attendibile, che in ragione di ciò continuerà ad avere senso per anni. In poche parole, si trattò di drizzare le antenne e sintonizzare lo zeitgeist. Come fecero gli U2 qualche anno prima (nel ‘91) con Achtung Baby, che provocò – mutatis mutandis – una simile alzata di scudi da parte di seguaci e critica di settore.

Kid A, a ben vedere, non fece altro che tirare le somme al momento giusto e nel modo giusto. Un aspetto quest’ultimo che molto doveva alla statura dei Radiohead nell’ambito della scena rock (sì, all’epoca aveva ancora perfettamente senso parlare di “scena rock”) di cui in quel momento costituivano uno dei nomi di punta (un po’ la stessa situazione degli U2 nel ‘91). Eppure Kid A (come Achtung Baby) è un disco rock, anzi il disco più rock che si potesse concepire e realizzare in quel frangente storico, proprio perché si proponeva come discontinuità e frattura rispetto a un decennio che aveva appena celebrato l’apoteosi industriale del rock anche nella sua versione alternativa. Nessuno aveva bisogno di un altro The Bends né di un altro Ok Computer. Nessun appassionato di rock dovrebbe chiedere consolazione al rock mediante la conferma delle proprie aspettative.

Tornando alle suddette “accuse” a Kid A, va detto che possono essere inserite in un fenomeno più ampio: quello costituito dai detrattori dei Radiohead. Poche band hanno diviso il popolo del rock come questi cinque ex-sfigati di Oxford. La polarizzazione tra devoti e hater è netta, un solco che si è allargato proprio in occasione di Kid A (anche se già Ok Computer aveva provocato diffusi malumori, dai quali originò la fortuna dei primi Muse, prontamente accorsi sulla scena con Showbiz – nel 1999 – a consolare quanti soffrivano di astinenza dalla formula The Bends). Non è un fenomeno facilmente spiegabile, ma si può senz’altro affermare che è collegato alla capacità di smuovere forze profonde dell’immaginario collettivo, con le quali tendiamo a relazionarci in maniera viscerale pure se – come nel caso di Kid A – innescate da un artefatto assai meditato, pensoso, oserei perfino dire intellettuale. Complice il linguaggio criptico utilizzato dalla band, non ultimo per l’artwork (nella prima edizione in CD era presente un libretto nascosto all’interno del jewel box, che scoprii solo dopo un paio di settimane e per puro caso) e in fase promozionale (i cosiddetti “blips”, enigmatici mini video rilasciati su MTV e in rete – Youtube sarebbe nato solo cinque anni più tardi), i fan iniziarono fin da subito un lavoro di esegesi che avrebbe fruttato negli anni autentiche mostruosità, tipo la versione rallentata otto volte che secondo alcuni ne rivelerebbe l’autentica glaciale natura (questa invece la trovate su Youtube).

Ma una delle “seghe mentali” più significative (e divertenti, e inquietanti) a proposito di Kid A è senz’altro quella consumata dallo scrittore statunitense Chuck Klosterman in Morire per sopravvivere (uscito nel 2005 ma ristampato nel 2018 da Minimum Fax), dove con la tipica arguzia elusiva del genere “gonzo” suggerisce che la tracklist di Kid A non sarebbe che la profezia – ebbene sì – dell’undici settembre 2001: da Everything In Its Right Place che “descrive lo skyline di Manhattan alle 8 del martedì mattina” a Motion Picture Soundtrack nella quale si dichiara l’impossibilità di affrontare la perdita, passando dal momento in cui il primo aereo si abbatte sulla Torre Nord (The National Anthem, col suo “what’s going on?”) alla sensazione che tutto stia per svanire in una nuvola di polvere (ovviamente How To Disappear Completely), e ancora dalla presa di coscienza (“vultures circle the dead” in Optimistic) alla premonizione di una nuova era glaciale (Idioteque), e così via.

Una teoria bislacca, certo, buona per aggiungere pepe alla road story intrigante (e abbastanza folle) di Klosterman. Nessuna persona sana di mente le concederebbe anche un solo barlume di credibilità, così come le presunte profezie contenute in altri lavori più o meno contemporanei tipo Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco (pubblicato nel 2002 ma inciso tra fine 2000 e inizio 2001) o in un pezzo come Kamikaze di PJ Harvey (contenuto in Stories From The City, Stories From The Sea, album pubblicato pochi giorni dopo Kid A, ispirato a New York e che vede tra gli ospiti anche Thom Yorke). Ma è vero però che certe opere rivelano connessioni profonde col loro tempo, e Kid A è una di queste. Teorie assurde come quella di Klosterman (chissà quanto egli stesso ci creda seriamente o quanto al contrario si diverta a prenderci per il naso: non è chiaro) sono comunque manifestazioni di quanto proprio questa connessione ci abbia colpiti e continui a farlo a un livello difficilmente spiegabile con la cassetta degli attrezzi del raziocinio.

Se esiste un’eredità di Kid A, credo vada individuata soprattutto in questo aspetto. Certo, musicalmente ha rappresentato un riferimento per molte band e album successivi, ma ritengo che lo sia (stato) più per come ha dimostrato la necessità di liberare il rock dalle aspettative sul rock che non da un punto di vista prettamente stilistico. Anche perché Kid A non è semplice da caratterizzare stilisticamente: è un conglomerato di stili, una stratificazione convulsa, un gioco di depistaggi e sfaccettature, dove ora un soul cibernetico collassa nella electro-ambient e un attimo dopo il jazz ribolle sotto l’astrazione della colta contemporanea, prima di rigurgitare rock, zompare IDM e crollare in un sogno cinematico melmoso. Il tutto mimetico a quei testi che, ispirati a un cut up spinto al limite, sembrano anticipare la frammentarietà assertiva dei meme, l’accartocciarsi del linguaggio in unità minime e prepotentemente afasiche, in un’ansia di significato agonizzante. Ogni volta che mi è capitato di leggere (e, nel mio piccolo, di scrivere) paragoni tra Kid A e altri dischi, ho sempre preferito vederci allusioni alla sensazione di steccati travolti, agli elementi di depistaggio e alle coordinate (volutamente) sparse, a un atteggiamento metodologico quindi, più che a non meglio circostanziati input stilistici (a cui è possibile riferirsi semmai citando la singola canzone).

All’alba del millennio che ha saputo cambiare più volte e in profondità il nostro modo di pensare il mondo e pensarci nel mondo, Kid A fu un monito potente e rarefatto in forma di disco rock, di cui abbiamo compreso pienamente il senso e la portata solo col tempo, purtroppo. Oggi, quello che più ammiro e rimpiango di Kid A è la possibilità stessa che un disco possa ancora incaricarsi di impattare sull’immaginario con quella forza, che è come dire che mi manca il ruolo del disco – l’idea stessa di disco – nella vita mia e di tutti.

Per tutto ciò, credo che non sia inopportuno celebrare Kid A come uno degli ultimi dischi rock importanti della storia del rock (e non solo). Soprattutto oggi che il rock (e non solo) sembra così poco importante.