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Minimum Fax

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Pubblicato nel 2005, uscito in Italia per Mondadori nel 2006 con un titolo ruffianello e quindi equivoco (“Il giorno in cui il rock è morto. Viaggio nei luoghi delle grandi tragedie della musica“), il secondo libro di Chuck Klosterman, noto critico rock di Spin, è stato ristampato ad agosto 2018 da Minimum Fax con un titolo stavolta fedele all’originale: Morire per sopravvivere. Sottotitolo: Una storia vera all’85%. Confesso che non lo avevo inserito nella lista dei titoli da leggere, però mi hanno segnalato che contiene una particolare e notevole interpretazione di Kid A e, beh, quando si tirano in ballo i Radiohead diversi campanelli si mettono a suonare contemporaneamente tra i miei neuroni (bisognosi di pensione anticipata). E, insomma, non mi è facile resistere. Così non solo l’ho comprato, ma l’ho pure inserito in corsia preferenziale. E l’ho divorato.

Non avendo mai letto nulla di Klosterman, non sapevo bene cosa aspettarmi, vale a dire che mi aspettavo più o meno un saggio. Invece, no: cioè, sì, lo è, ma non propriamente. Di certo non è un libro di “critica rock”: quel (presunto, dichiarato) 15% di finzione colloca le pagine sul piano di una fiction che tutto assolve, o almeno assolve le molte libertà che Klosterman si prende, libertà di interpretare, di slittare, di concedersi digressioni diaristiche (è un memoir?) che spostano il fuoco dell’obiettivo sulla pura speculazione esistenziale, sempre mantenendo un’andatura da crociera rapsodica nell'”absolutely nothing” a stelle e strisce. Ne esce un road trip vero e proprio, fatto di incontri e memoria, di suggestioni (apparentemente, saldamente) slegate.

Ma Chuck non sta bighellonando senza meta: il plot del libro ci dice che la sua è una vera e propria missione, un incarico professionale. Istigato dalla direttrice di Spin (una “bionda sensazionale”, ovvero Sia Michel), deve infatti raggiungere i luoghi dove si sono consumati alcuni tra i più celebri lutti della storia del rock. Per cercarvi, forse, uno straccio di senso residuo? Un contesto? Un’aura? Non è chiaro, o forse sì, ma ciò che è pianificato finisce per soccombere all’estemporaneo, al casuale, alla salubre infiorescenza del caotico. Klosterman parla di Radiohead, quindi, di Led Zeppelin, di Kiss, di Buddy Holly, Nirvana, Elvis Presley, Allman Brothers Band, Nico, Lynyrd Skynyrd, Wilco eccetera, ma la cosa importante è che lo fa come se tra la loro musica e tutti i restanti elementi di cui è fatta la vita non ci sia alcuna soluzione di continuità. Bere, amare, drogarsi, viaggiare, lavorare, sperare, annoiarsi, rischiare la morte e raschiare il fondo, esaltarsi e deprimersi: di tutto ciò e di altro la musica (l’arte) è assieme riflesso e rivelazione, e lo è solo nella misura in cui l’ascoltatore è disposto a investe questo materiale emotivo in ciò che ascolta. Solo così la musica assume valore o, se preferite, senso.

È appunto il caso della famosa interpretazione di Kid A, la cui scaletta viene letta come una sorta di preveggenza dell’11 settembre, ovvero come un racconto profetico della sequenza di fatti che caratterizzarono quella tragica e memorabile (memorabile perché tragicissima) giornata. Credo che il buon Chuck per primo si renda conto che non è così, che non può essere così, eppure la sua tesi non sembra (non è) campata in aria, chiama in causa proprio quel meccanismo di cui sopra, la nostra disponibilita (il nostro bisogno) di affidare alla musica il ruolo di chiave narrativa della nostra esistenza. Ecco, se c’è un motivo per cui ho voluto leggere questo libro, è proprio per come mi sembrava girare attorno alla possibilità di essere ancora ossessionati dal rock malgrado tutto quello che sta accadendo al rock. Intendo dire che se qualcuno è disposto a utilizzare Kid A come un oracolo, un mazzo di tarocchi o un fondo di caffè, mi aspetto che sia la persona giusta per raccontarmi tutto ciò a cui stiamo rinunciando mentre lasciamo che il rock diventi un affare per pochi.

Il passaggio del libro che più mi è piaciuto è però un altro, è quello dove Klosterman descrive il modo in cui ama ascoltare i primi cinque secondi di I don’t want to know dei Fleetwood Mac: non entro nei dettagli, lascio che lo scopriate casomai da voi, dico solo che questa rivelazione avviene durante un’intervista dell’autore a Jeff Tweedy, e tutto sembra in qualche modo incastrarsi perfettamente, pur lasciando aperte un bel po’ di ferite. C’è ovviamente molto altro, come si divertirà a leggere chi avrà voglia di leggerlo. Alla fine, credo che comunque una morale questo libro voglia raccontarcela: i luoghi che hanno visto morire grandi leggende del rock non hanno granché da dirci, sono scrigni di silenzio e assenza, sono monumenti occasionali e perlopiù disabitati. L’unica patria del rock è la nostra capacità di attraversarlo vivendo. Niente male, eh?

8 Gennaio 2019
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