Mark Fisher

Guardare in faccia l’abisso: i volumi di Mark Fisher per Minimum Fax

Rosencrantz e Guildenstern sono i due protagonisti di una beckettiana riscrittura dell’Amleto di Shakespeare a opera di Tom Stoppard. Sul finire della commedia uno dei due personaggi conclude che c’è stato un momento in cui le cose sarebbero potute cambiare, «ma ci è sfuggito, chissà come». Questa sensazione di sospensione interseca le parole che il Bardo mette in bocca al principe di Danimarca: «Time is out of joint». Con questo concetto – il tempo fuori dai cardini – ha fatto i conti un intero filone di pensatori: dalla «disgiunzione della temporalità» di Derrida al romanzo di Philip K. Dick, da Freud a Lacan. Orbitano attorno a questo concetto anche alcune analisi di due tra i più brillanti critici (non solo) musicali degli ultimi anni: Simon Reynolds e Mark Fisher. Il primo ha scavato a fondo la retro/futuromania della nostra società, il secondo ha scandagliato le implicazioni sociali, politiche e psicologiche della percezione che il tempo non scorra più in maniera lineare, come ci hanno insegnato.

Personalmente, scoprii Fisher grazie a una piacevole e costruttiva chiacchierata con Reynolds qualche anno fa, mentre ero alle prese con la fase di ricerca bibliografica per un mio libro. Realismo Capitalista (Nero, 2018) era l’unica traduzione italiana – a cura di Valerio Mattioli – di uno scritto del sociologo britannico, conosciuto anche con lo pseudonimo di k-punk. Fu una rivelazione e cominciai a reperire le altre sue pubblicazioni originali, curate dalle case editrici Zero Books e Repeater. Lessi tutto e quando Minimum Fax cominciò a pubblicare altri titoli di Fisher in Italia, ne fui colpito positivamente. Ad oggi, sono tre le traduzioni italiane su cui la casa editrice romana ha lavorato: l’ultimo libro pubblicato in vita The weird and the eerie (2018), il fondamentale Spettri della mia vita (2019) e la raccolta Scritti politici. k-punk. Vol. 1 (2020).

«Quello che ha fatto Mark, secondo me, è sostenere continuamente e con regolarità la costruzione di argomenti, l’architettura di neologismi, la fabbricazione di vocabolari, affermazioni e negazioni, distinzioni e differenziazioni, prese di posizione che sottopongono il tutto alla disciplina delle realtà del presente, in modo da comprendere le forze che stanno già modellando e cambiando il nostro mondo». Lo scrittore e giornalista britannico Kodwo Eshun ha sintetizzato in questo paradigma l’eredità del suo collega e amico – sin dai tempi della Ccru – durante la sua Memorial Lecture del 2018.

Impossibile dissentire se ci si imbatte in Spettri della mia vita, tradotto da Vincenzo Perna. Il libro si sviluppa attorno al concetto dei «futuri perduti»: la nostra società non è più capace di immaginarsi il futuro. Per dimostrarlo, Fisher analizza serie tv come Life on Mars, in cui il passato è (ri)costruito come se fosse un «parco a tema» degli anni Settanta. In quello stesso decennio i Joy Division ci consegnavano le coordinate di un posto freddo, fatto di piaceri sconosciuti, citazioni letterarie e nevrosi, che suona attuale perché capace ancora di cogliere «lo spirito depresso dei nostri tempi».

Nel libro viene anche enucleato il significato di hauntologia, concetto traslato alla musica elettronica nella metà dello scorso decennio da un gioco di parole di Derrida che mescolava i termini “ontologia” e il verbo inglese to haunt (infestare). Ecco da dove arrivano i fantasmi che animano la «musica per chi torna a casa da solo di notte» (come la definì Loud & Quiet) di Burial o gli spettri che infestano l’Overlook Hotel di Shining. La contrapposizione tra l’essere e il nulla derridiano interseca così il concetto di Altro freudiano e, soprattutto, quello del unheimlich, il perturbante (ma anche il non-familiare). Ed eccoli i neologismi a cui fa riferimento Eshun, come la nomadalgia, cioé il «malessere del viaggio» che Fisher rinviene tra le suggestioni che provoca So This Is Goodbye dei Junior Boys.

In The Weird and the Eerie Fisher si spinge oltre l’unheimlich. Il libro si concentra sui due termini del titolo, entrambi accomunati dalla «ossessione per ciò che è strano». Se la prima parte inanella tracce del weird in Lovecraft, nei Fall così come in H.G. Wells, Philip K. Dick e, naturalmente, in Lynch, l’altra metà rincorre gli echi dell’eerie in Atwood e Nolan, Glazer e Kubrick, per citarne solo alcuni. A Vincerno Perna, che ne ha curato la traduzione, va il merito di essersi districato con abilità nel flusso chirurgico e creativo di Fisher, a Gianluca Didimo quello di aver scritto una postfazione che potrebbe essere la trascrizione di una lezione sullo scrittore britannico. Si tratta, infatti, di un contributo che posiziona l’autore del libro nella geografia dei pensatori contemporanei e, allo stesso tempo, illustra l’importanza di un volume che «ci perseguita. Leggi l’ultima pagina e, appunto, l’eeriness rimane».

La postfazione di Didino si collega idealmente alla prefazione di Simon Reynolds in Il nostro desiderio è senza nome. Trattandosi di una raccolta di post dal blog k-punk, l’unità concettuale, seppur orientata sugli scritti politici di Fisher, è piuttosto variegata. Inoltre, Il nostro desiderio è senza nome rappresenta solo il primo volume di un piano editoriale che prevede quattro libri, ciascuno con un tema portante sotto il quale sono presentati i vari scritti del critico delle Midlands.

La raccolta – impreziosita dall’introduzione a Comunismo Acido, il progetto incompiuto di Fisher – fa emergere l’impianto critico dell’autore, impregnato di quella «leftist melancholia», come scriveva Wired qualche anno fa, che non adombra mai la lucidità analitica e la grande capacità di collegare il vivere quotidiano alle arti, così come alla politica, in un continuum di quelle che per il lettore in alcuni passaggi diventano vere e proprie rivelazioni. Per esempio, un titolo come Gli Hunger Games londinesi basterebbe a condensare il pensiero di Fisher sulle olimpiadi britanniche del 2012. E, ancora, gli scritti sul terrorismo, i report in prima persona sulle proteste militanti contro i tagli all’istruzione, l’eredità di Thatcher, il cybergotico, la sofferenza: il lettore si trova di fronte tante diapositive che intrappolano i numerosi spettri dello stesso Fisher.

Sfogliando i libri che Minimum Fax ha tradotto si rimane sbalorditi dalla quantità di pensieri e dalla profondità analitica del critico britannico. Allo stesso tempo, non ci si può esimere dal rimpiangere di non avere più tra noi una voce così autorevole, cristallina e partigiana, nel senso più puro del termine. Il suicidio di Mark Fisher, avvenuto il 13 gennaio 2017, ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo per i suoi colleghi e amici, per la sua famiglia e i suoi studenti, ma soprattutto per i suoi lettori. Allo stesso tempo, la sua eredità intellettuale e la sua stessa esistenza condizionata dalla depressione, prontamente testimoniata in molti scritti, sono tangibili in ogni sua parola, originale o tradotta che sia.

Probabilmente, ciò che rende Fisher così rilevante tra i pensatori e critici contemporanei è la capacità di filtrare un bagaglio culturale impressionante attraverso la sensibilità di un uomo in balia degli eventi. Quando ci parla della sua condizione di momentanea precarietà o della sua avversione per un certo tipo di accademismo, aggiunge un livello pratico al suo imponente impianto teorico. Ogni volta che descrive come il capitalismo ci stia svuotando, rendendo meno empatici e stia sfruttando noi e le nostre ansie, non si tratta di un comunista che critica il sistema, ma di un fine sociologo impegnato in una difficile battaglia: trovare significati ai significanti, tentando di catturare un presente sfuggente. Tutto ciò permette al lettore di fermarsi e, anche solamente per la durata di un intero libro o di un solo capitolo, non farsi travolgere dal quotidiano. Leggendo Fisher si ha l’impressione di essere in grado di capire quell’incomprensibile caos dei nostri tempi.

Sarebbe un errore ridurre l’opera di Mark Fisher all’ombra della sua depressione. Ecco perché speriamo di potere leggere in italiano al più presto un volume essenziale come Post-Punk Then and Now, a cura dello stesso Fisher, Gavin Butt, Kodwo Eshun e Sue Clayton, oppure l’interessante Postcapitalist Desire: The Final Lectures, il recentissimo libro curato da Matt Colquhoun per Repeater. Anche in questi libri emerge un afflato di speranza che resiste ed è percepibile sotto l’impalcatura teorica di Fisher, perché affermare che «già possediamo tutto quello di cui abbiamo bisogno per fuggire dai confini del realismo capitalista» vuol dire invitarci ad aprire gli occhi e avere coscienza di come va il mondo. Se si condivide questa visione, leggere Mark Fisher è un dovere.

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