Esprimere la bellezza attraverso la musica. Intervista a Kamasi Washington

Ci sono musicisti che vedono l’attività concertistica, e soprattutto lo stile di vita itinerante che ne consegue, come una vera e propria croce da portare con fatica. Interi album sono stati dedicati alle insidie e alle tentazioni che la vita “on the road” nasconde. Altri artisti invece ne sperimentano le continue sfide e scoperte con entusiasmo, quasi fosse un privilegio a loro riservato, una chiamata, la propria vocazione, la propria raison d’être. Uno di questi musicisti è il jazzista Kamasi Washington.

Nel 2015, l’album The Epic lo ha catapultato con forza all’attenzione di media e di pubblico, il seguente Heaven and Earth, uscito un anno fa (nel mezzo anche l’EP Harmony of Difference), ne ha confermato il talento e la visionaria ambizione. Il successo raccolto da questi due dischi ha portato Washington e la sua band a girare il mondo in una serie apparentemente interminabile di concerti che ha fatto ovunque ancora più proseliti. Ed è proprio in vista della prima delle quattro esibizioni italiane di quest’estate in quel di Gorizia, data organizzata dal Circolo Culturale Controtempo all’interno della prestigiosa cornice del Teatro Giuseppe Verdi, che abbiamo colto l’occasione per raggiungere il musicista losangelino all’interno del suo tour bus e per porgli qualche domanda.

Prima di tutto mi piacerebbe chiederti qualcosa riguardo alle circostanze in cui hai composto e registrato Heaven and Earth, comparandolo con The Epic, che era nato da session collettive con il West Coast Get Down

Quando è stato registrato The Epic io ed altri membri della band avevamo deciso, per necessità, di entrare in studio e registrare contemporaneamente i rispettivi album solisti mantenendo la stessa formazione. Quando abbiamo cominciato a registrare Heaven and Earth invece, ci siamo potuti concentrare esclusivamente su quel progetto. Inoltre, eravamo appena rientrati da un tour molto esteso, duecento concerti solo in quell’anno, ed è sembrato naturale applicare idee e concetti provenienti dalla dimensione live alla musica che stavamo componendo e arrangiando, quasi riscoprendo il significato del fare musica mentre stavamo dando forma a quello che sarebbe poi stato l’album nella sua versione finale.

Heaven and Earth ha raggiunto delle alte posizioni nelle classifiche di vendita europee. Qual è stata la tua reazione a questo tipo di successo, molto inusuale per un album di musica jazz?

Ne sono stato molto contento. Naturalmente quando si dà alle stampe un album è difficile immaginare quale sarà la reazione del pubblico. Ero convinto di aver prodotto un buon disco, questo sì, altrimenti non lo avrei fatto uscire. Ero sicuramente orgoglioso della sua riuscita, ma la reazione del pubblico è sempre un’incognita. Quello che mi ha particolarmente reso felice è la possibilità di condividere la mia musica con il resto del mondo. La cosa più importante per me è poter fare della musica che esprima bellezza, questo è il meglio che io possa fare, dare forma alla musica che sento nella testa e nel cuore. Il successo di pubblico è un bonus, ma è importante perché mi incoraggia ad andare avanti.

In Gran Bretagna una generazione di giovani musicisti jazz sta incontrando sempre maggiori consensi, per loro stessa ammissione anche grazie al successo della tua musica. Cosa ne pensi?

La nuova scena jazz britannica è veramente grande, ci sono un sacco di ottimi musicisti, Shabaka Hutchings, Ezra Collective… Più in generale, è davvero stimolante poter andare in giro e scoprire altri musicisti di talento e la loro versione, il loro suono. C’è così tanta buona musica in giro al momento.

Sei in costante tournée più o meno dall’uscita di Heaven and Earth. Come stanno andando le cose?

Molto bene. Stiamo facendo dei bei concerti. Ci stiamo divertendo molto, suonando bella musica, incontrando belle persone. È tutto quello che ho desiderato quando ho deciso di diventare musicista: viaggiare, poter suonare in tutto il mondo e conoscere nuova gente.

Qual è la sfida più grande quando si tratta di trasferire nella dimensione live l’ampio respiro, l’epicità e la ricca strumentazione dei brani contenuti in Heaven and Earth?

Quando suoniamo dal vivo non cerchiamo di ricreare esattamente il sound dell’album ma piuttosto cerchiamo di creare delle nuove versioni usando gli strumenti che abbiamo a disposizione. Il materiale contenuto nel disco è un po’ la radice da cui si sviluppano le infinite variazioni, i modi alternativi in cui reinterpretiamo quei temi. Il nostro obiettivo è quello di creare qualcosa di nuovo a ogni nostro concerto.

Trovi dunque che la dimensione live ti dia maggiore possibilità di sperimentare?

Sì, decisamente. È il vantaggio di esibirsi con un gruppo di musicisti ridotto. Possiamo muovere o cambiare elementi più facilmente. Cambiare tempi o tonalità, accordi, linee di basso. Lo possiamo fare velocemente e spontaneamente. Quando suoniamo dal vivo accompagnati da un intera orchestra, cori e tutto il resto, ci ritroviamo a riproporre in maniera più fedele le versioni dell’album. Il che va anche bene, ma suonare con un gruppo più ridotto amplia all’infinito la possibilità di prendere le direzioni più disparate ed offre più spazio per la sperimentazione e per il divertimento.

Sei in tour accompagnato da tuo padre Rickey come membro effettivo della band. A lui ed alla sua generazione di musicisti di Los Angeles era anche dedicato idealmente The Epic. Che contorni assume la relazione padre-figlio dal punto di vista di chi è sempre in tour?

È bello avere una persona saggia che porta nei nostri viaggi un po’ di equilibrio, visto che siamo un gruppo di persone più giovani che a volte possono perdere un po’ il controllo [ride, ndSA]. Papà ha sempre qualcosa di sensato da dire, e ci fa bene. Per me è bello sentire la presenza di una persona che mi ha sempre sostenuto, sono fortunato ad avere una famiglia cosi felice che mi segue anche quando sono in giro per concerti.

Tu sei un grande appassionato di videogame. Street Fighter Mas è anche stata ispirata al tuo gioco preferito. Trovi tempo per giocare quando sei in tour?

Si! È praticamente quello che facciamo in continuazione quando siamo in viaggio. Ho la fortuna di vincere sempre! Passiamo un sacco di ore fermi negli aeroporti, oppure in lunghi viaggi su strada ed avere quel tipo di attività ricreativa ci aiuta molto. Il tempo non ci manca.

8 Luglio 2019
8 Luglio 2019
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