Quote di musica italiana nelle radio? Le opinioni di alcuni speaker e addetti ai lavori

In Francia funziona così dal 1994: le emittenti radiofoniche sono obbligate a trasmettere, all’interno delle loro playlist, una quota pari al 40% di musica prodotta nel Paese e una del 20% per quanto riguarda la discografia proveniente da realtà indipendenti. Seguendo il medesimo modello, è arrivata negli scorsi giorni – dal palco della giornata inaugurale della Milano Music Week – la proposta del ministro per i Beni Culturali e il Turismo, Dario Franceschini: «Stiamo pensando – ha affermato il ministro – di prevedere quote di obbligatorietà di trasmissione della musica italiana». «In Francia ci sono quote per le radio. Noi vedremo. Potrebbe esserci una quota obbligatoria, oppure qualche forma di premialità per chi lo farà. Se l’ipotesi piace all’industria musicale, si preannunciano comunque polemiche, come è successo con le quote di film di produzione italiana in tv su cui – ribadisce il Ministro – siamo in piena chiusura».

E’ una proposta che rischia sicuramente di dividere l’opinione pubblica e il mondo di chi lavora con la musica. Perché, se da un lato, un intervento statale sulla programmazione porterebbe alla valorizzazione di talenti spesso nascosti e oscurati dalla presenza ingombrante delle major, dall’altro la mano dall’alto potrebbe limitare la libertà delle emittenti radiofoniche, in particolare dei network privati. Del resto è un fatto che – nonostante l’esplosione dei servizi per l’ascolto in streaming o il boom dei videoclip su Youtube – i giovani italiani continuino ad ascoltare tantissima radio.

A parlare è un estratto, pubblicato dalla FIMI, del rapporto Music Consumer Insight Report 2017, basato sulla ricerca condotta da IPSOS Connect tra gli utenti internet, principalmente tra i 16 e 64 anni, in 13 dei maggiori mercati musicali nel mondo. Restringendo il campo sull’Italia, si scopre che ben il 95% dei ragazzi ascolta musica tramite la radio, una percentuale maggiore rispetto agli altri paesi del mondo presi in considerazione. Ecco perché un intervento sulla programmazione radiofonica avrebbe un impatto – limitativo, se si assume il punto di vista delle emittenti o vantaggioso in base allo sguardo degli “indipendenti” – non indifferente.

Per quanto concerne il mondo del cinema, un provvedimento del genere è già stato approvato lo scorso 2 ottobre e le polemiche sono fioccate velocemente. L’iniziativa obbliga le emittenti private e la Rai a trasmettere un certo numero di film e fiction italiane ed europee per promuovere il cinema nostrano. La quota, fissata al 50% per il 2018, dovrà raggiungere nel 2019 il 55% e nel 2020 il 60% sul totale della programmazione con lo scopo di aumentare la presenza in tv di «film, fiction e programmi di produzione europea». Nella prima serata, tra le 18 e le 23, tutte le reti dovranno trasmettere almeno una volta a settimana un film, una fiction, un documentario o un film di animazione italiani. La Rai dovrà trasmetterne almeno due. Dovranno aumentare anche le percentuali di ricavi che le reti dovranno obbligatoriamente investire in film, fiction e programmi di produzione europea. Anche in questo caso il modello di riferimento è quello francese, dove, però, è presente – come fa notare un articolo de Il Post – il Centre national du cinéma (CNC), un organismo autonomo rispetto al Ministero addetto alla programmazione di produzione autoctone nei media locali.

Inoltre, oltralpe «i fondi gestiti dal CNC sono poi molto più consistenti di quelli previsti dalla legge sul cinema, che per buona parte aiuta il cinema italiano con esenzioni fiscali e agevolazioni». Ci si prepara quindi a un’ondata di polemiche e proteste che, ritornando alla musica e alle radio, non sono mancate neanche in Francia. La legge del 1994 sulla quote ha ricevuto dure critiche anche qualche anno fa: nel 2014 le principali emittenti radiofoniche come Fun Radio e RTL2 (entrambe del gruppo RTL), NRJ, Chérie FM, Nostalgie, Rire & Chanson, Virgin Radio, RFM e Oui FM, che assieme rappresentano circa l’80 % degli ascolti radiofonici nazionali, hanno attivato una petizione per chiedere piena autonomia per quanto riguarda le scelte di programmazione musicale.

Tra i motivi a sostegno dell’abolizione della legge, le emittenti parlano – non a torto – di un cambiamento importante all’interno del mercato che ha visto emergere musiche e stili che non adottano il francese come lingua ufficiale o non ne prevedono alcuna. Già solo l’idea di introdurre le quote radio paventata dal Ministro ha fatto già parecchio discutere, ecco perché Sentireascoltare ha deciso di aprire un dibattito sulla delicata questione coinvolgendo alcuni operatori della radiofonia italiana ma anche il MEI (Meeting degli Indipenti) e All Music Italia, quest’ultime da qualche anno ormai in prima linea nel mandare in porto un disegno di legge che preveda quote di musica italiana nelle radio.

Giordano Sangiorgi (MEI – Meeting degli Indipendenti)

Il MEI, Meeting degli Indipendenti, evento giunto quest’anno alla 23° edizione con un totale di 30.000 presenze, è stata tra le prime realtà a fare un appello su questa questione. Dell’ottobre del 2013 il lancio di un appello che raccolse l’adesione di 30 associazioni del settore e 1000 artisti e operatori. Tra i firmatari, tantissimi musicisti come Eugenio Finardi, Piero Pelù, Paolo Belli, Piotta, Sud Sound System, e numerosi addetti ai lavori.

«Sembra che il ministro Franceschini – ha dichiarato Giordano Sangiorgi, a capo del MEI – abbia accolto il nostro appello. Il modello francese, che obbliga le radio a trasmettere il 40% di musica prodotta nel paese e il 20% proveniente da etichette indipendenti, sta funzionando senza proteste, anzi sta producendo nuovi talenti. Se i francesi, da Manu Chao a Stromae, hanno fatto emergere talenti in tutto il mondo è grazie a questa legge. Le tv e le radio musicali sono in crisi causa YouTube e Spotify e una legge di questo tipo potrebbe dare loro maggiore identità e rinnovamento. Se in Italia il progetto andasse in porto, ci sarebbe un introito di circa 43 milioni – come calcolò un’inchiesta del Fatto Quotidiano – per il comparto: la diffusione in radio di nuova musica porterebbe anche a più live in giro per lo stivale. Nonostante una crescita del settore indipendente, certificata anche da una recente indagine della WIN secondo cui l’Italia ha registrato che la musica indipendente del Paese ha una quota del 26% sul totale, e che inoltre le classifiche ci mostrano spesso che nella top 10 ci sono tutti brani italiani, per gli esordienti resta il gap dei media che danno loro scarsa possibilità di emergere”.

Immaginando che l’iniziativa venga attuata, sorge spontaneo, però, il dubbio su come potrebbero essere selezionati gli artisti in maniera democratica e meritocratica. Insomma, il rischio sarebbe di privilegiare alcuni a discapito di altri: «Su questo aspetto – prosegue Sangiorgi – di certo sarebbe necessario un tavolo tecnico con tutti gli operatori del settore per comprendere la logica di azione».

Massimiliano Longo (Direttore editoriale All Music Italia)

Già nel 2015 il portale All Music Italia, sito interamente dedicato alla musica italiana, lanciò su Change.org una petizione significativa: Salviamo la musica emergente. «I giovani in radio non esistono – si legge nel testo che accompagna la raccolta firme – Il nostro paese non ha leggi che li tutelino. Non esiste ricambio generazionale se non i talent show. Alcune radio italiane producono artisti creando un conflitto d’interessi».

Massimiliamo Longo, direttore editoriale del portale con un passato nella promozione di artisti emergenti, ci ha spiegato come è nata l’iniziativa: «Parliamoci chiaro, un nuovo artista ha pochi mezzi per promuovere la propria musica. Ci sarebbe il live ma è un settore in crisi in quanto i locali cercano per di più cover band o tribute band e, per quel che riguarda gli inediti, raramente pagano gli artisti (colpa anche del disinteresse del pubblico per la musica inedita, pensa che a Londra accade l’esatto contrario). Ci sarebbe internet, che però va detto non è un canale adatto a tutti gli artisti e a tutti i tipi di musica, per dire funziona molto bene con il rap o con quei ragazzi molto spigliati nel porsi, ma non tutti sono così, per fortuna, riusciresti per esempio a immaginarti un giovane Niccolò Fabi o un Samuele Bersani fare Vlog sul web? Io no. Rimangono quindi la tv, il mezzo che più riesce a pilotare i gusti del pubblico e la radio che, in teoria dovrebbe essere più accessibile ma così non è. Quindi rimanendo solo la radio, se non passi in radio non esisti in pratica. La tua musica non esiste. Ci sono delle piccole/medio radio che supportano anche nomi non noti, ma sono davvero poche. Da qui è nata la necessità di provare a fare qualcosa nel nostro piccolo. La legge in Francia esiste da diverso tempo e funziona, tutela gli artisti giovani, lì l’obbligo è di passare il 20% di artisti emergenti nazionali. Una petizione ci è sembrato il mezzo popolare più democratico per testare il terreno e capire se c’era un reale interesse da parte della gente, degli addetti ai lavori e degli artisti stessi».

L’iniziativa popolare ha raccolto ad oggi 6957 firme: «Ora sono ferme – ha proseguito Longo – ma semplicemente perché io stesso in prima persona mi sono arrestato nel promuoverla. Nei primi mesi ho girato festival, locali e raccolto firme personalmente, ho martellato le scatole insomma. I risultati si sono visti, quelle firme sono praticamente tutte frutto di un anno di lavoro e sono un bel risultato mettendole in proporzione all’interesse che c’è verso la musica in questo momento storico. Gli addetti ai lavori, sopratutto gli indipendenti, ma anche le major, mi hanno scritto per ringraziarmi di questa azione, purtroppo invece le istituzioni, il Ministro Franceschini, che ho cercato di contattare diverse volte (anche tramite i social dove mi sembra abbastanza attivo) non ha mai dato segni di vita. Peccato perché 6.500 persone non sono poche oggi come oggi. I grandi network ovviamente hanno completamente ignorato la cosa, io il mio l’ho fatto, ho stampato centinaia di pagine di firme e le ho fatte recapitare a mezzo posta a tutti i direttori artistici delle radio, così almeno non potevano dire di non averle viste».

Longo ci spiega anche l’utilità di una proposta che introduca quote di musica italiana nelle radio, iniziativa che – secondo lui – nasce essenzialmente da una mera constatazione: «In questo momento – ci dice – vengono tutelati i grandi artisti, gli autori, gli interpreti, i musicisti, ma chi tutela gli artisti emergenti, quelli che non vogliono passare da un talent perché non fa parte della loro natura, artistica o umana, che sia? Allora non prendiamoci in giro, perché tutti sappiamo che dietro ai passaggi radio ci sono grandi interessi, poi che non possiamo dire con precisione cosa e chi perché andremmo incontro a guerre legali (che vincerebbero quelli con più soldi) è un altro conto. Alcune radio sono editori (non etichette discografiche) di alcune delle canzoni che passano, basta andare sull’Archivio dei depositi Siae per rendersene conto. E questo è quello che possiamo vedere. Quest’estate su All Music Italia abbiamo realizzato una ventina di articoli chiamati “Estate in radio” con le classifiche dei 30 brani italiani più passati nei mesi estivi dai grandi Network dove figuravano pochissimi emergenti tranne poche eccezioni, come nel caso di Radio Italia che ha scommesso su Alessio Caraturo e di Radio Deejay che ha puntato su Cosmo e Mahmood. Poi il deserto. Possibile che il livello degli emergenti in Italia sia così basso? Possibile che però se si passa da un talent allora la solfa cambia talvolta? Detto questo gli obblighi non piacciono a nessuno, nemmeno a me, ma la musica è arte così come la letteratura, il cinema e il teatro, ma non ha spazi e non viene tutelata in nessun modo. Quindi a mali estremi estremi rimedi. Non possiamo lasciare esclusivamente in mano alla televisione, ai talent show e ai direttori artistici il controllo su questa forma d’arte».

 

Enzo Mazza (CEO FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana)

Enzo Mazza, CEO della Federazione che rappresenta circa 2.500 imprese produttrici e distributrici in campo musicale e discografico, ci svela che, mentre il ministero sta valutando le quote radio sul modello francese, è stata già approvato «un articolo che propone maggiori spazi per le opere prime, seconde e terze di artisti emergenti, in linea con quanto previsto per il tax credit (disposizione che prevede la possibilità di compensare debiti fiscali con il credito maturato a seguito di un investimento nel settore cinematografico, ndSa)». La FIMI in ogni caso, dalle parole del suo direttore, si mostra favorevole a un’eventuale disposizione che supporti gli artisti emergenti nella radiofonia: «I palinsesti delle radio sono pieni dei repertori che i responsabili delle radio, i veri gatekeeper della musica, decidono di passare o meno. Prevalentemente si tratta di brani di artisti noti e che di solito appaiono in tutta la programmazione delle principali radio. Penalizzati sono generalmente i nuovi artisti. La situazione attuale è che si trovano molti più musicisti emergenti sui servizi streaming mentre le radio offrono meno spazio, soprattutto ai giovani italiani, salvo che siano di etichette di proprietà di emittenti ovviamente».

Lorenzo Suraci (Presidente RTL 102.5)

Con i suoi 8,4 milioni di ascoltatori al giorno, certificati dall’ultima ricerca del Tavolo Editori Radio, RTL 102.5 è di gran lunga l’emittente radiofonica più ascoltata in Italia. Forte della capacità di offrire dirette per tutto l’arco della giornata e di proporre la radiovisione integrando musica, parole e immagini. «Su RTL 102.5 – ci dichiara il presidente del network, Lorenzo Suraci – diamo spazio a tutti gli artisti e la musica italiana è sempre molto presente in palinsesto con percentuali importanti. In senso assoluto non è concepibile dare obblighi e imposizioni editoriali, a maggior ragione quando si parla di realtà private che non godono di alcun tipo di finanziamento statale».

Giorgio Valletta (Dj/Conduttore Radio Raheem, Co-fondatore Club To Club, Redattore Rumore)

Giorgio Valletta, conduttore radiofonico su Radio Raheem, è molto scettico sulla proposta: «Credo che l’esempio francese non sia particolarmente felice, ha creato un atteggiamento provinciale negli ascoltatori e ha abbassato il livello qualitativo della proposta. Paradossalmente poi, l’iniziativa ha discriminato quegli artisti che producono tracce senza testo in francese, per esempio i Phoenix, o musiche strumentali, pensiamo ai Daft Punk». Valletta è anche co-fondatore di Club To Club, festival, che tramite il progetto parallelo Italia New Wave, si impegna a lanciare le nuove leve della musica elettronica nostrana: «Se il progetto di Franceschini si realizzasse, resterebbero sempre esclusi dalla valorizzazione nelle radio artisti come Lorenzo Senni ad esempio che, pur essendo italiani e già apprezzati all’estero, fanno musica senza parole. Ancora una volta, si tratta di un paradosso».

Il giornalista e conduttore, però, mostra maggiori aperture verso la proposta se si tratta di valorizzare le etichette indipendenti: «Se inserire le quote radio significa aumentare la rotazione di musica di pessima qualità, circostanza che già da tempo ha reso il pubblico italiano pigro, non abbiamo risolto nulla. Sarei più favorevole, invece, a una mossa che valorizzasse il mercato indipendente: in Italia i grandi network come 105, Rds o Rtl 102.5 non lo fanno a eccezione di Radio Deejay che ha fatto ascoltare Cosmo, Calcutta, Ex Otago e anche Liberato».

Elisa Bee (Dj, Producer “Babylon” su Radio Rai Due)

«E’ la questione “obbligatorietà” che mi turba. Non credo sia giusto che stazioni e programmi radio (soprattutto quelli con un certo tipo di identità) vengano costretti a selezionare una certa quantità di musica italiana. In generale non condivido l’imposizione di obblighi nel settore artistico e culturale. Non ho comunque mai notato una scarsa presenza di musica italiana nella radio, piuttosto c’è poca attenzione verso artisti indipendenti o di nicchia che invece dovrebbero essere raccontati e valorizzati».

Raffaele Costantino (Conduttore “Musical Box” su Radio Rai Due)

«Mi pare che la musica Italiana stia vivendo un periodo molto felice – ci dice – anche da un punto di vista radiofonico. The Giornalisti, Fabri Fibra, Fedez, Calcutta, Coez, potrei citarne molti altri, sono sempre in radio con la loro musica. Il programma musicale più seguito in tv , X-Factor, ha tre rappresentanti di generi diversi della musica Italiana di successo. Abbiamo radio che suonano solo musica Italiana, festival di Sanremo che per 3 mesi monopolizza l’attenzione sulla musica del bel paese.

Io non sono mai stato un amante delle “quote”, come per le quote rosa in politica, credo che obbligare le radio a suonare una percentuale di musica Italiana, oltre che un segnale di nazionalismo bigotto, sarebbe anche una forma di ammissione di un presunto handicap della musica Italiana, che invece gode di ottima salute (a prescindere dal mio gusto personale). Se potessi, suggerirei al Ministro, il quale si muove sicuramente con il massimo della buona fede, di puntare a promuovere la contemporaneità in generale in questo Paese. L’Italia è un paese che sta invecchiando in maniera molto preoccupante da un punto di vista culturale. La politica dovrebbe occuparsi di musica tramite dei consulenti preparati e attenti ai linguaggi contemporanei».

Chiara Colli (Conduttrice Radio Città Aperta e Città Futura, responsabile musica Zero Edizioni, giornalista Mucchio Selvaggio)

«A proposito di questa proposta di legge, nel web qualcuno commenta che lo Stato italiano avrebbe cose più importanti da fare che pensare alla salute della radiofonia del Belpaese. Per certi versi vero, per altri falsissimo: immagino che la gran parte delle persone che leggono queste pagine converranno sul fatto che la maggior parte dei network radiofonici italiani, ma soprattutto il servizio pubblico, stanno vivendo forse uno dei periodi più bui mai sentiti, con un appiattimento e una normalizzazione generale in cui non solo l’offerta è tutta uguale e livellata verso il basso, ma la musica che non abbia la forma di puro intrattenimento per le masse è confinata in orari notturni, quasi non avesse la “dignità” di arrivare a un pubblico più ampio».

«La proposta di rendere obbligatoria una quota di musica italiana sarebbe, a mio avviso, encomiabile se ponesse l’accento sulla musica indipendente e favorisse la circolazione di nomi e produzioni made in Italy “virtuose” (e ce ne sono parecchie) che non siano sempre le stesse – non è probabilmente questa la sede per aprire un discorso sulla convenienza per qualcuno che questi nomi siano sempre gli stessi, ovunque. Un lavoro di ristrutturazione della radiofonia italiana andrebbe immaginato a monte, senza imposizioni e forme di nazionalismo che lasciano il tempo che trovano e raramente riescono a essere costruttive – soprattutto in ambito culturale. Prestando attenzione ai problemi reali, alla qualità del contenuto proposto e non alla sua provenienza e ragionando a 360 gradi su quelle che sono le realtà effettivamente meritevoli e il modo di veicolarle e supportarle. Se la proposta dovesse passare, anche nella sua versione “facoltativa”, per quello che è l’orizzonte attuale delle emittenti italiane c’è da scommettere che avremmo solo l’effetto-ridondanza dei nomi in circolazione e non un maggior supporto alle produzioni nostrane che ne hanno effettivamente bisogno».

27 Novembre 2017
27 Novembre 2017
Leggi tutto
Precedente
Una progressiva riduzione. Intervista a Isolée Isolée - Una progressiva riduzione. Intervista a Isolée
Successivo
Un angelo, probabilmente Björk - Un angelo, probabilmente

Altre notizie suggerite