Temporali

Sanremo 2000: Mario Merola vs U2

Vent’anni fa Sanremo celebrava la sua 50ma edizione, e sembrerà strano ma all’epoca, da quelle parti, vigeva ancora la meravigliosa abitudine di invitare a esibirsi sul palco dell’Ariston band e artisti rock di fama internazionale che incontrassero i gusti di un pubblico, diciamo così, esigente. Inutile stare qui a ricordarli tutti, basti dire che per una buona ventina d’anni, o forse anche di più, noi appassionati di rock si finiva una volta tanto per benedire il tanto vituperato pagamento del canone, o quantomeno ci si prendeva una settimana di pausa dal lamentarcene.

Dire che il mondo nel 2000 era completamente diverso da oggi è la più sconcertante delle banalità, però è interessante notare quanto, dopo vent’anni, sia scavato l’abisso riguardo ad alcuni aspetti della fruizione musicale. Prendete i social: all’epoca non esistevano, e quindi mai e poi mai avremmo immaginato che un giorno avremmo potuto avere i nostri eroi musicali a portata di clic, anzi di touch sullo schermo di uno smartphone. Certo, moltissimi gruppi avevano già un proprio sito web ma la comunicazione era stringata, il minimo essenziale.

Erano, le nostre band preferite, ancora meravigliosamente misteriose ai nostri occhi. Non si sapeva tutto di tutti e in ogni momento, e forse era in ciò che stava il fascino della faccenda: nella distanza apparentemente incolmabile tra noi e loro, quella distanza che spariva di colpo nella catarsi del rito collettivo di un concerto, quando sul palco c’erano loro ma era come se ci fosse una parte di noi; oppure nel rito solitario dell’ascolto in cuffia, quando il cerimoniale dell’unione spirituale tra noi e loro si rinnovava ogni volta, sia che ci trovassimo nel chiuso della nostra cameretta che in un vagone affollato della metropolitana nell’ora di punta del rientro a casa. Ma quella distanza si annullava di colpo anche in altri tipi di occasioni, magari più rari a verificarsi, magari meno convenzionali del classico trantran album-tour-album-tour. Una di queste occasioni poteva appunto essere quando, di tanto in tanto, ci ritrovavamo i nostri celebri “fratelloni” sparati dal tubo catodico in tempo reale a un palmo dal nostro naso in occasione di ospitate a eventi speciali trasmessi in televisione.

La scena più o meno era sempre la stessa: il conduttore del programma di turno li conosceva a malapena, anzi meglio dire che il più delle volte non li conosceva affatto, e a fine esibizione gli faceva qualche domanda idiota, in ossequio a una specialità in cui la nostra TV di scuola filodemocristiana in fondo ha sempre eccelso (ma gli volevamo bene anche per questo, no?). Loro li guardavano con quell’espressione mista tra incredulità e compassione e attendevano il responso dell’interprete tenendo fermo col dito l’auricolare che gli avevano fatto infilare nell’orecchio e assumendo una vaga espressione da sforzo come se stessero decrittando un messaggio proveniente dallo spazio. La risposta, di solito, era parimenti stringata e banale: due parole e arrivederci a tutti. Fine dello show.

Quando però nel 2000 toccò agli U2, o meglio ai soli Bono e The Edge, le cose andarono diversamente. Sembrava più un ritrovo tra vecchi amici. Intanto perchè quell’anno a condurre Sanremo, insieme a Fabio Fazio, c’era anche Luciano Pavarotti, grande amico della band irlandese da diversi anni, tanto che già nel 1995 gli stessi frontman e chitarrista, insieme a Brian Eno, avevano partecipato al Pavarotti&Friends, l’annuale kermesse lirica/pop organizzata dal tenore nella sua Modena (con lo stesso Fazio, peraltro, proprio nei giorni del Festival la band di Dublino entrerà in simpatia, tanto che a fine estate dello stesso anno il conduttore si recherà nella capitale irlandese per intervistare Bono nell’ambito di uno speciale televisivo RAI mandato in onda in concomitanza con l’uscita di All That You Can Leave Behind; e quattordici anni dopo sempre Bono e The Edge saranno ospiti a Che Tempo Che Fa per presentare Songs Of Innocence al pubblico italiano).

Ma la presenza degli U2 a Sanremo fu diversa anche perchè non fu – non doveva essere – fine a se stessa, in quanto non aveva (solo) uno scopo promozionale. La band in quel momento non aveva alcun album da promuovere, se non la colonna sonora dell’imminente film di Wim Wenders The million dollar hotel, del quale Bono aveva scritto soggetto e sceneggiatura. Alla soundtrack, peraltro, gli U2 al completo avevano contribuito solo con un paio di brani originali: The Ground Beneath Her Feet (che inizialmente doveva finire sul succitato All That You Can’t Leave Behind) e Stateless; il resto fu opera del solo cantante insieme a una nutrita serie di altri musicisti.

La vera ragione della presenza degli U2 a Sanremo era legata alla possibilità di annunciare dal palco il contenuto di un incontro avuto da Bono nei giorni precedenti – precisamente mercoledì 23 febbraio – con l’allora premier Massimo D’Alema. E infatti la conferma della partecipazione (di metà) della formazione irlandese alla kermesse ligure restò in bilico fino all’ultimo e si materializzò appena in tempo per la serata conclusiva, in programma sabato 26. Come quasi tutto ciò che Bono & co. facevano all’epoca, partecipare a un evento del genere doveva “avere un senso”, l’Ariston doveva essere la tribuna da cui parlare a tutti gli italiani di qualcosa di più importante di un disco che stava per uscire. E visto che parliamo di Bono, è facile immaginare che la ragione fosse umanitaria. Del resto eravamo agli albori del suo impegno in favore dei paesi del Terzo Mondo, da meno di un anno il cantante aveva iniziato a mettere progressivamente in secondo piano il suo impegno nei panni di leader della band più famosa del mondo, sposando la campagna Jubilee 2000 di cui già a marzo del 1999 parlava nelle interviste e di cui ben presto sarebbe divenuto il promotore più in vista.

Jubilee 2000 chiedeva la cancellazione del debito dei paesi poveri entro il 2000, appunto, anno del Giubileo per la Chiesa cattolica. Come detto, proprio nella settimana del Festival, Bono si recò insieme a Jovanotti a Palazzo Chigi per incontrare D’Alema per perorare la causa dell’organizzazione, riuscendo a strappare al premier italiano la promessa di cancellare 6mila miliardi (di lire, beninteso) di debito che i paesi poveri dovevano all’Italia, nel quadro di un più ampio impegno nello stesso senso da parte dei paesi più ricchi (l’Italia, all’epoca, vantava circa il 2% del credito di 354 milioni di dollari – pari a 700mila miliardi di lire – che complessivamente i 52 paesi più poveri del pianeta, di cui 37 africani, dovevano a quelli più abbienti).

L’incontro finì su tutti i TG e occupò tutte le prime pagine dei giornali. L’immagine della rockstar che parla da pari a pari ai potenti del mondo per una buona causa – clichè per cui si può dire che Bono vanti a buon diritto il copyright, avendo per certi versi incarnato ciò che sarebbe diventato John Lennon se avesse superato i 40 anni – faceva ancora un certo effetto.

Il contenuto del colloquio con D’Alema era tacitamente un do ut des collegato alla presenza del cantante sul palco dell’Ariston, come a dire: verrò a Sanremo solo se potrò annunciare la buona novella della cancellazione del debito da parte dell’Italia. Probabilmente, non è che a D’Alema importasse molto se gli U2 cantavano o meno a Sanremo, ma rifiutarsi di aiutare una rockstar di simile portata per una causa del genere era – ed è – politicamente rischioso, specie nell’Anno Santo e – perdipiù – in un periodo in cui il tema delle disuguaglianze scaturite dalla globalizzazione iniziava a essere sentitissimo (pochi mesi prima era nato il Popolo di Seattle). Strappata la promessa a D’Alema, Bono se ne tornò a Londra pronto a fare di nuovo rotta verso l’Italia tre giorni dopo per aprire la puntata conclusiva del festival.

L’annuncio di Pavarotti in apertura di serata fu roboante, un assolo da tenore che fece tremare l’etere (ma si dimenticò di dire che c’era anche The Edge). Bono apparve in cima alla scalinata avvolto in un elegante cappotto blu e con indosso i soliti occhialoni con lenti colorate: e pensare che tre giorni prima era andato da D’Alema in camicia verde e berretto militare, manco dovesse concordare l’installazione di missili nucleari direttamente con Fidel Castro.

Giunto sul palco, però, il cantante sembrava un tantino irrequieto. Camminava nervosamente avanti e indietro e sembrava essere sul punto di dover dire qualcosa. Fazio annunciò la canzone ma lui gli si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò: «Guarda che devo prima dire qualcosa». Quel “qualcosa” lo disse in italiano, ma non era ciao, come va o qualche altra espressione di circostanza, bensì un ringraziamento, in primis al Papa (da cui nel settembre precedente si era recato per chiedere la benedizione alla sua campagna umanitaria) e poi a D’Alema. Dopodichè il tono divenne ammonente, e cambiando sorprendentemente il destinatario del suo messaggio, Bono lanciò una sorta di aut aut: «Signor Berlusconi, aiuti il Signor D’Alema ad aiutare il Giubileo. Questa non è politica ma è la vita della gente». Probabilmente l’allora leader dell’opposizione sarà sobbalzato sulla sedia (o sul materasso…) di casa sentendosi tirare in ballo pure quando, dalla sua ottica del tutto particolare, era convinto che non c’entrasse nulla (perchè, in verità, nel corso della settimana aveva trovato il tempo di polemizzare pure sul tema in questione).

Alle parole di Bono faceva da sottofondo un soave arpeggio di chitarra acustica suonato da Edge che poi a fine discorso si trasformerà negli accordi di All I Want Is You, brano di chiusura del loro disco del 1988 Rattle And Hum, una canzone che nel testo parla di promesse, come quella – appunto – ottenuta tre giorni prima dal nostro Presidente del consiglio.

La voce di Bono non era nella serata migliore. Faticava a raggiungere le note più alte, e il controcanto di Edge gli fu parecchio d’aiuto. Terminato il pezzo, i due attaccarono il secondo e ultimo brano in programma, la succitata The Ground Beneath Her Feet, ispirata a una pagina dell’omonimo romanzo di Salman Rushdie che riproponeva in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice. Il brano fu suonato in anteprima mondiale, nessuno l’aveva mai ascoltato fino ad allora, e fu eseguito anch’esso – come il precedente – in versione acustica solo voce/chitarra. E per colorare il battesimo in pubblico di un pezzo evidentemente di non semplicissima presa al primo ascolto, Bono fece una cosa…à la Bono (ricordate il Live Aid?): nel bel mezzo della canzone, scese dal palco e camminò tra le file del pubblico seduto in platea. Certo, non era come il crowdsurfing che faceva da giovane, e gli spettatori non erano quelli assatanati di un concerto dello ZOO TV Tour. Ma la cosa fece ugualmente il suo effetto: la rockstar navigata che cammina tra le poltroncine con sopra seduti ordinatamente belle signore impellicciate e panciuti gentlemen insaccati in eleganti smoking, con i colletti delle camicie debordanti di doppi menti stretti dai papillon. A un certo punto il lento incedere di Bono microfono alla mano fu ostruito da uno di questi signori, che intento a fare altro non si era accorto dell’arrivo del cantante alle sue spalle. Era Mario Merola, il quale evidentemente conscio di essere stato “pizzicato” non potè far altro che simulare nonchalance e applaudire con finto apprezzamento il cantante che era venuto a trovarglisi faccia a faccia, come a dire: «È bravo, ‘sto guaglione».

Mario Merola, capito? Il Re della sceneggiata che applaude il cantante della più grande rock band del pianeta: due mondi lontanissimi che s’incontravano, nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno potesse accadere, se non nelle barzellette. Un po’ come quando gli stessi U2, ma nella versione acida e allucinata del 1997, cantarono Nel Blu Dipinto Di Blu durante il loro concerto romano all’Aeroporto dell’Urbe. All’epoca la cosa suonava ancora – diciamo – strana. In una delle interviste rilasciate dopo la fine del Festival, a Pavarotti fu chiesto di fare un bilancio e il tenore disse che Sanremo, in fondo, è un po’ come la mamma: ci si torna sempre. Lui, purtroppo, non ce la fece a tornarci, ma – chissà – un giorno magari la cosa potrebbe valere per gli U2.

A seguire i due brani eseguiti da Bono e The Edge a Sanremo 2000: