Suoni Mai Visti: l’odissea dei Frame. Dalla Roma degli anni ’90 alle profondità cosmiche

Se un minimo siete appassionati di musica elettronica, il nome di Andrea Benedetti certamente non vi suonerà nuovo: giornalista, autore dell’imprescindibile tomo Mondo Techno, Andrea non è solamente uno dei massimi esperti del verbo detroitiano in Italia, ma sin dalla fine degli anni ottanta è anche vivace animatore della vita notturna e artistica della Capitale con l’attività di dj (anche radiofonico) e producer, sia solista, sia spesso in collaborazione con il fidato Eugenio Vatta. E, proprio insieme a quest’ultimo lo ritroviamo oggi, per un’uscita discografica che rappresenta appunto un pezzo della sua (e dunque della nostra) storia, pur essendo invero solamente un esordio.

Ma lasciamo alle parole di Andrea ed Eugenio il compito di raccontare la genesi del progetto Frame e del debutto The Journey, edito a febbraio 2019 dall’etichetta capitolina Glacial Movements

EUGENIO: Andrea ed io siamo prima di tutto vecchi compagni di scuola, stessa sezione con un anno di differenza. Io sono il più vecchio. Sin dal liceo parlavamo spesso di musica. Venivamo da ascolti in parte comuni (funky, fusion e soprattutto Pink Floyd), ma Andrea aveva anche una cultura ampia della musica elettronica e prettamente dance. Per un rockettaro psichedelico come me la musica era per lo più quella suonata. Infatti studiavo pianoforte jazz e da sempre suono la chitarra. Ci siamo poi reincontrati finita la scuola, con un gruppo musicale di fusione tra rock e jazz in cui Andrea era una sorta di orecchio esterno e produttore. La musica da sempre ci ha uniti, e di lì a breve aprimmo insieme uno studio di registrazione: fu lì che Andrea fece confluire un numero cospicuo di dj, tra cui Lory D, Leo Anibaldi, Marco Micheli, Gabriele Rizzo, Andrea e Giorgio Prezioso. Iniziammo così a fondere elettronica e acustica. Era la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 e il computer Atari Mega 1, con il programma Cubase, iniziava a farla da padrone. Il nostro studio aveva anche un buon mixer analogico 32 canali della Soundtracks e molte macchine esterne (riverberi Lexicon PCM 70 e PCM 42, un riverbero Roland professionale e un multi-traccia a nastro 24 canali della Tascam). Una marea di drum-machine e synth come la serie completa Roland 202, 303, 606, 707, 808, 909 e R8m, Korg Wavestation, Korg M1 e Korg DS1, Elka Elka. Campionatori Yamaha, Akai, Emulator e vari expander. Insomma, un giocattolone nato per lavorare conto terzi e soprattutto per noi. Spesso la sera rimanevano a suonare e a provare nuove misture. Con la Sound Never Seen di Lory D lavoravamo soprattutto sulle ritmiche e sui brani.

Industrial Overflow, uscito appunto su SNS, è stato il nostro primo brano nato da una sperimentazione con suoni campionati da noi (come aeratori, massa elettrica, l’alone di un piatto, dadi, chiodi e altro dentro a un bidone, il suono dei passi che si sentono in Atom Earth Mother dei Pink Folyd e altre citazioni di dischi scelte da Andrea). Lì sperimentammo, tramite i codici MIDI, un metodo per fare sequenze ritmiche con i campioni che facevamo. Fu solo un inizio perché a breve ci slegammo sempre di più dal computer e iniziammo a suonare elettronica e sintetizzatori senza schemi. Tubes è stato il primo vero esperimento realizzato come The Experience e uscì su Mystic Records (ultimamente ristampato da Flash Forward). Una nube di fumo in tutti i sensi. Un po’ di birra per i non fumatori e tante ore notturne a suonare. Ci avvalemmo anche del multi-pista in cui registrammo i parlati che Andrea in diretta mandava dai suoi Technics 1200. L’uscita come The Experience ebbe per noi un’importanza rilevante perché in quel periodo lasciammo lo studio e concludemmo con Antisystem di Lory D il nostro lavoro con la SNS, pur rimanendo sempre in contatto.

Il disco che facemmo era veramente una mistura diversa da tutto quello che usciva, e soprattutto aveva le percussioni, elemento difficile da far digerire a chi faceva solo techno. The Experience era veramente crossover tra elettronica e acustica. Anche i miei pad erano accordi per quinte sovrapposte e con più suoni in modalità simultanea che pre-missavo su un mio mixer, per poi rilanciare sul mixer finale. Nel vinile suonai anche il pianoforte in un brano che chiudeva il lato B del 12” (Goodbye). Ci piacque e andammo a finire le registrazioni nello studio di Paul Mazzolini (in arte Gazebo), dove incontrammo un giovane Marco Passarani. Era un periodo in cui i live di musica elettronica iniziavano a riscuotere molte attenzioni, così ci trovammo a suonare con Lory D e con il progetto The Experience. Ci piaceva suonare e pensammo di fare qualcosa in più progettando video di accompagnamento. Pomeriggi a scegliere frammenti di film, realtà virtuale e sperimentazioni con video del mio occhio (mi ero fatto un trapianto di cornea e me li aveva dati l’oculista che mi operò). Fu così che decidemmo di fare una prima uscita al Circolo degli Artisti, un locale alternativo che andava molto in quegli anni a Roma.

Ma la vera ambizione fu nel ricercare una vera quadrifonia. Avevamo deciso di non andare con niente di pre-registrato e quindi convocammo Flaviano Pizzardi al synth e ai campionamenti che seguivano gli eventi del video, e Massimiliano Cafaro alle piastre, radio e segreterie telefoniche, per suonare tutto live seguendo le immagini. A loro si unirono Mauro Tiberi alle percussioni industriali e basso elettrico e Paolo Gaetani al sax elettronico Ewi Akai. Fu tutto improvvisato seguendo un canovaccio minimo dettato dal video. Non riuscimmo a fare le prove tutti insieme perché non era possibile avere video e quadrifonia. La vera prova fu dunque il concerto, ma andò tutto veramente bene. Da lì in varie formazioni replicammo lo spettacolo in tanti posti. In quel periodo Andrea lavorava con Marco Passarani alla distribuzione Final Frontier e quindi uscirono anche delle date all’estero. Prima a Bruxelles e poi a Zurigo. Le nostre serate erano impegnative per via della quadrifonia e del video, e quindi esauriti i posti idonei rimanemmo Andrea ed io. Pensammo anche di far uscire un DVD, ma ci sarebbero stati problemi editoriali per il video e restrizioni per la quadrifonia.

Iniziammo anche un secondo progetto The Experience, ma non lo concludemmo per impegni diversi e per poca convinzione (in quel progetto sperimentammo un brano in cui sembrava unirsi l’elettronica e la techno più deep alla musica di Pat Metheny). Uscimmo poi come Frame su Plasmek, l’etichetta dello stesso Andrea, ma fu un po’ un ritorno all’elettronica pura arrangiata su computer. Continuai a frequentare Andrea e ogni tanto organizzammo anche qualche serata live, ma senza video, come accadde al Brancaleone a Roma. Però iniziavamo a ripeterci e abbiamo deciso di prenderci una pausa, identificando comunque Frame come solo progetto live. Le nostre famiglie (perché nel frattempo ce ne siamo creata una) si sono sempre incontrate e i figli si trovano bene fra loro. Ogni tanto ci siamo scambiati idee e registrazioni. Nel frattempo io avevo partecipato ad altre formazioni (Frammenti di Kaos ed Entropia, entrambi con Alessandro Amptek Marenga). Viaggi folli ma di una intensità meravigliosa. Andrea nel frattempo aveva rilasciato alcune uscite discografiche, oltre ad aver esordito come scrittore.

E come mai, ad oltre vent’anni di distanza, avete deciso di accendere nuovamente i riflettori sul progetto Frame?

EUGENIO: Frame è sempre stato nel nostro cuore, perché matrice di tutte le sperimentazioni fatte in seguito. Tempo addietro Andrea mi propose di fare una nuova uscita per Alessandro Tedeschi della Glacial Movements e mi parlò di recuperare qualcosa che non era mai stato pubblicato. È così che abbiamo deciso di usare i suoni e le atmosfere che creavamo live. Abbiamo ripreso vecchio materiale e lo abbiamo ricampionato e rigenerato. Si trattava di varie atmosfere che seguivano un percorso sviluppato in un video immaginario. La solitudine che ne è uscita fuori fotografa un isolamento rispetto a ciò che viene prodotto oggi. Eravamo fuori schema negli anni novanta e in un qualche modo lo siamo ancora oggi. Non ci sono batterie elettroniche programmate, ma ci sono nove quadri musicali (alla Emerson, Lake & Palmer) e un brano conclusivo.

È curioso come dalla contaminazione (per esempio l’esperienza come The Experience nasce da basi jazz e psichedeliche, ma l’EP Tubes è a tutti gli effetti un vero classico della deep più ambientale) e dai giri techno della Roma dei primi anni novanta, quasi una porta sul futuro grazie al lavoro vostro (penso anche alla fondamentale fanzine tra elettronica e sci-fi Tunnel) e di altri pionieri come i già citati Anibaldi, Lory D e Marco Passarani (tornato anche lui da poco con un discone), vi si ritrovi oggi con un lavoro dalle palesi tinte ambient, di un ambient irrequieto oltretutto, e quasi isolazionista. Nonostante il materiale di partenza risalga comunque a quei fantastici anni, adesso che il futuro è davvero arrivato, che la tecnologia pervade completamente le nostre vite, che è passato più di un quarto di secolo dalle visioni di Tunnel, avete scelto di proporre all’ascoltatore una riflessione differente, quasi antitetica rispetto alla techno (in The Journey la componente ritmica è forse la meno preponderante): nel mondo dei Trump e dei Bolsonaro, dell’intolleranza e dei confini, le possibilità gioiose, estatiche, condivise della techno, la sua capacità di risolvere nel ballo la tensione tra bianco e nero, tra Africa e Europa, hanno perso mordente? Non ci resta dunque che la fuga, dimessa, verso altri mondi?

ANDREA: Assolutamente no. Credo anzi che il messaggio di universalità techno sia più che mai necessario. Negli anni ’90 quando sentivi un disco techno non sapevi se l’avesse fatto un bianco o un nero, e non te ne fregava nulla in fondo. Si era creato un perfetto mix fra cultura musicale bianca e nera per cui un disco di A Guy Called Gerald aveva elementi in comune con uno dei B12, che aveva elementi in comune con Carl Craig o Derrick May, che avevano elementi in comune con gli Yello o Alexander Robotnick, in infiniti loop sonici che sono stati la vera forza della techno. Ora le due culture, bianca e nera, sono tornate un po’ nei loro spazi pregressi e, ad esempio, la scena techno UK odierna pesca di più da industrial alla Throbbing Gristle, o magari Theo Parrish si rifà più alla tradizione soul-jazz americana. Spero si torni a dialogare, ma per farlo serve nuovamente una crisi, credo. Ora ci sono troppi eventi e soldi in giro per fare in modo che questa frammentazione collassi e si torni a combattere assieme. Come al solito Toffler aveva ragione quando parlava di information overload sul suo libro Future Shock. Troppa musica, troppe informazioni, e alla fine ci siamo persi. Ma le idee non hanno scadenza temporale e quindi si può sempre riprendere. Basta far diradare la nebbia, e si può e si deve ripartire.

EUGENIO: È uscito così perché quel sound è stato sempre nostro per anni. Non c’è la rabbia della techno o l’ampiezza della nuova ambient, ma un sound più vicino alla musica contemporanea.

Come diceva Eugenio e come sottolineato anche dalla label in fase di promozione, una delle caratteristiche principali del progetto Frame era la convivenza tra strumenti elettronici ed elementi acustici pre-registrati e rielaborati; anche in The Journey è evidente la presenza di field-recordings (tanto che uno dei brani più riusciti, Venus, rimanda quasi al quarto mondo di Jon Hassell) e mi piacerebbe sapere da dove provengono, dove li avete registrati, perché questo alla fine poi è un album che immagina tutt’altro, panorami siderali, addirittura cosmici…

EUGENIO: Ci siamo divertiti a miscelare vecchie registrazioni, per esempio sfruttando il feedback tra microfoni e monitor aperti e tanto, tanto delay. Le voci che senti nell’album poi sono tutte nostre. Poi ho ricampionato e risuonato in una nuova veste tanti frammenti di live e registrazioni non più usate e ho inserito The Arrival, che è un nuovo brano in parte improvvisato e in parte arrangiato, costruito con i suoni campionati all’epoca dell’Emulator 3. Sull’album ci sono anche altri strumenti: un synth Marion, un Emax 2, un Roland Super JX con controller, una Korg Wavestation AD e una Yamaha Cs1x… Il tutto è stato assemblato con Pro-Tools e masterizzato da me. Il disco ha una sua struttura definita, glaciale e ben distante dal presente.

A proposito di distanza, mi ha molto colpito il concept alla base di The Journey: come suggerito dal titolo, l’idea del viaggio è centrale nell’opera, ma perché proprio un viaggio interplanetario?

ANDREA: Con Alessandro Tedeschi della Glacial Movements avevamo discusso di questo da subito. La linea della label era chiara e ci intrigava molto, ma la musica che era venuta fuori da quelle rielaborazioni ci sembrava non aderire pienamente a quegli scenari. Quindi ci è venuto in mente lo spazio profondo, che ha sia elementi ovviamente non umani, sia glaciali, ma anche di ricerca. Per noi lo spazio è sempre stato sinonimo di questo e ci sembrava giusto riproporlo oggi, in questi tempi apparentemente freddi, in cui però c’è sempre spazio per la ricerca, interiore e del futuro. Il finale dell’album con The Arrival è significativo in questo senso.

La fantascienza da sempre ha stretti legami con la musica elettronica e penso che si possa tranquillamente dire che anche The Journey rientra in questa lunga tradizione: vorrei che provaste voi a dare un’interpretazione di questa frequente e fruttuosa convergenza, spiegando anche la vostra scelta…

ANDREA: Io sono un grande appassionato di fantascienza. Sono cresciuto con la fantascienza politica e visionaria anni settanta, con i fumetti e con qualsiasi cosa parlasse di futuro. Per me la fantascienza, più che un genere escapista, è sempre stato un genere di protesta e di proposta. Come la musica. E questo accade per tantissimi artisti che nel corso del tempo ho conosciuto e che, nonostante provenissero da esperienze e luoghi diversi, condividevano le stesse idee. Credo che la musica elettronica rappresenti veramente il perfetto contraltare sonoro di queste idee futuriste, consapevoli del presente, ma anche tese verso il futuro con un passaggio fondamentale nella ricerca interiore.

Frame nasce come esperimento live, con una sua forte attitudine cinematografica (il concetto di narrazione, la sacralità della visione al cinema): lo avete portato in giro per l’Italia ed in parte anche fuori e, in ogni occasione, lo avete sviluppato come una colonna sonora apposita, pensata come per un film immaginario. Adesso che parte di quel materiale è divenuto un vero e proprio disco, in un certo senso cristallizzandosi in una forma definita, cosa succederà? Tornerete a proporlo live? Avete già in mente delle date o di avviare un tour?

ANDREA: L’album resta comunque una cosa a sé. Frame nasce appunto come progetto live e se viene fatto live deve mantenere quella forma di improvvisazione e narrazione musicale in relazione diretta con un video. Oggi la parte visuale dei concerti ha raggiunto livelli altissimi, sarebbe bello poter fare qualcosa sia con tecniche in alta definizione, sia sempre in quadrifonia, ma è una proposta tecnicamente costosa. Bisognerà vedere se riusciamo a far quadrare il tutto. Per ora non abbiamo programmato nulla comunque, anche se ci piacerebbe molto.

The Journey resterà un unicum? Oppure collaborare vi ha fatto venire voglia di essere più presenti nel mercato/panorama musicale elettronico italiano ed internazionale, e dunque l’avventura Frame continuerà ad esprimersi su disco? A questo proposito, esiste l’eventualità che anche la sigla The Experience torni a far parlare di sé con nuovo materiale (e non solo per la ristampa, necessaria, del 12” Tubes)?

ANDREA: Non è detto. Vediamo se avremo tempo per rimetterci a collaborare. Ci piacerebbe. Riguardo a The Experience invece, abbiamo un inedito che abbiamo trovato e che dovrebbe uscire su Flash Forward in uno split 12” con un altro mio brano acid sull’altro lato, ma non so ancora la data di pubblicazione finale.

12 Febbraio 2019
12 Febbraio 2019
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