Nella tana (o meglio la Factory) della Tigre. Parlando di radici, tempo, 90s, collettività e Hip Hop con i C’Mon Tigre

Venir invitati in uno studio-casa in stile Factory di warholiana (o wilsoniana) memoria non capita spesso, anzi, non capita mai. A dire il vero non capita più ormai nemmeno che ci sia uno studio dietro alle persone che intervisti. Può accadere ancora di essere invitato tra una pausa e l’altra in sala prove. Esistono ancora studi seri, per i quali si è investito un bel po’ anche soltanto a livello di insonorizzazione, vedi Lo Studio Spaziale. Sono ancora indispensabili roccaforti per chi suona in band che hanno bisogno di spazi condivisi in cui provare, ma queste sale e studi non sono certo l’equivalente di ciò che nel cuore di un musicista può identificarsi come…la Factory. I C’Mon Tigre, che sul campanello hanno scritto la parola “tana”, sono due fortunati amici di vecchia data che hanno avuto il privilegio e la fortuna di poter trasformare uno spazio convertito dalle arti e i mestieri – nello specifico, una ex-tipografia con tanto pareti ad assorbimento acustico – in un luogo ideale che negli ultimi mesi è stato – non senza il consueto olio di gomito – fatto proprio e riempito di ogni bendidìo musicale. Dando uno sguardo fugace, sembra di stare in un autentico paradiso: vibrafoni, organi, synth analogici, vari strumenti a corda, batteria, percussioni. E andando a curiosare è anche meglio: cinque tipi di Moog tra cui il Prodigy e il Taurus, un Clavioline, un Fender Rhodes, organi Farfisa ovviamente. La batteria elettronica? Una Elka Wilgamat. Eppoi chissà quanto altro c’è che non è stato esposto, magari oltre quella porta semiaperta, all’interno di quella stanza che un tempo era la camera oscura della stamperia.

Gli strumenti non sono i soli a catturare l’attenzione: quando i due mi accolgono nello stanzone posto al primo e ultimo piano, è l’abitazione stessa a farsi ammirare con distintiva personalità. Possiamo definirla un qualcosa a metà tra una casa di montagna e un luogo che mantiene un suo altero carattere industriale. A richiamare i monti è l’ubicazione di un immobile quasi inghiottito dagli alberi e dalle sterpaglie in questo che è un piccolo complesso di case poste ai piedi dei colli bolognesi; a far pensare a qualcosa convertito all’abitare pensano i soffitti, che sono altissimi, otto metri da terra almeno, con un paio di finestroni dalle traballanti cornici di alluminio incastonati all’estremità di uno spiovente. A tenere assieme calore e convivialità c’è un raddoppio di legno scuro, il lastricato del pavimento si specchia nel soffitto e viceversa, e il tavolo rettangolare attorno al quale ci raduniamo per conversare è fatto grossomodo con lo stesso tipo di intaglio e forma. A portarci in temperatura pensa infine una stufa a legna. In rapporto allo stanzone sembra sottodimensionata ma alla prova de fatti è vero il contrario: tra la legna che arde e un té allo zenzero gentilmente offerto che lavora dentro, l’atmosfera è quella giusta e gli argomenti di conversazione molteplici.

Dei due colpisce da subito la calma, specie da parte di chi nelle foto che catturano il duo è quello seduto sulla destra: un volto particolare il suo, che ricorda per taglio di capelli e forma del viso Enrico Fontanelli. Enrico è uno dei musicisti che hanno suonato nel primo album della band, quello che il duo racchiudeva sotto la definizione di Funk Afrobeat World. All’uscita di quel disco non era più tra noi. E la sua è stata una scomparsa che ha lasciato una ferita ancora aperta in molti tra fan, amici, musicisti e il sottoscritto. Fa decisamente effetto ritrovarlo idealmente nei modi gentili di questo ragazzo che è probabilmente suo coetaneo, quell’accompagnarsi nei ragionamenti a misurate sorsate di vino rosso e a più frequenti “tabaccate” di sigarette rollate con serafica lentezza. A dirla tutta parlano con calma entrambi, i C’Mon Tigre, il moro e il castano che ti fissa con quei potenti occhi azzurri, e infatti i due musicisti non si accavallano mai, neppure una volta. Si aspettano vicendevolmente per prendere la parola, e se non è proprio vero che si finiscono le frasi vicendevolmente, poco ci manca. Ammettono loro stessi di avere un’intesa speciale, scalpellata fin dall’adolescenza, precisamente dalle superiori, ai tempi della loro più volte sottolineata convivenza a pochi metri dal mare. Il mare, dicono, attraversa tutte le loro composizioni. È la grande assenza/presenza di queste musiche. E non è un mare a caso, è proprio il Mediterraneo, con i suoi mulinelli culturali e geografici. Non c’è un atteggiamento o una posa nel loro rivolgersi tra loro e a me, soprattutto non pare esserci alcun briciolo di competizione, neanche a livello di scambio verbale, che è un po’ il classico difetto italiano, quello che riscontri anche in bocca al più paziente e democratico degli interlocutori. Del resto, stare all’interno di queste mura è un po’ come stare fuori dal tempo, o tornare indietro, almeno agli anni ’90, a cui i Nostri sembrano idealmente voler puntare, più ora che nella precedente prova.

Il Mediterraneo si diceva, un concetto direttamente politico ma metaforico, e forse pure filosofico, che traduce bene il modo in cui musiche di differenti culture s’amalgamano e il moto d’intesa e cooperazione che si respira dialogando coi ragazzi e sentendoli parlare di famiglia allargata, di collettivo: non potrebbe essere differente, nella Factory concetti come vita e arte convivono, aspetti amicali e lavorativi si fondono l’uno nell’altro, dinamiche che s’allargano a modus operandi di uno progetto che identitariamente fa capo a due menti ma che, contemporaneamente, è una ciurma pronta a seguire correnti e a «cambiare direzione in ogni momento», ci tengono a sottolineare. Di originale c’è che i co-fondatori, sebbene compaiano iconicamente fotografati dal giorno zero (essendo le loro foto presenti in entrambi i dischi lunghi pubblicati), da altrettanto tempo preferiscono restare anagraficamente nell’anonimato, e questo per un discorso di «rispetto dei musicisti coinvolti». Non pensate a Burial o Zomby, è un gesto tutt’altro che solipsistico. La ragione è piuttosto pratica: nessun musicista è un turnista per la formazione, nessuno è stato pagato per il proprio contributo o chiamato per eseguire delle parti su un pentagramma; al contrario, la crew è stata reclutata sulla base della stima e del gusto del duo e ognuna di queste persone ne ha poi abbracciato e condiviso la visione. Per questo sono gli ospiti a venir magnificati, con nomi e cognomi impressi nei crediti, e non loro due a cui di converso viene bene il ruolo d’architetti. Non sono nominati ma sono ovunque.

È importante sottolineare la peculiarità di trovarci a parlare con una band in uno spazio che sembra un portale della memoria, anzi delle memorie, anche solo per i tempi in cui si svolge la conversazione e per lo spazio che dà all’interlocutore per poter curiosare. Oltre agli strumenti musicali, alle spalle dei C’Mon Tigre c’è un armadietto (che per una volta non è Ikea) che contiene un po’ di CD, «non troppi» mi sottolineano nel momento in cui s’accorgono che li sto guardando. A due diverse altezze, senza nessun ordine predefinito, scorgo You’re Dead di Flying Lotus e Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven dei Godspeed You! Black Emperor. Due pubblicazioni piuttosto distanti tra loro che tuttavia ci danno nuove scuse per intelaiare trame e rimandi: i C’Mon Tigre non sono turbo-massimalisti alla stregua delle pindariche produzioni prog-jazz-elettroniche dell’etichetta di Steven Ellison, eppure l’apporto complessivo dei musicisti del collettivo produce un qualcosa di altrettanto generoso, oltre al fatto che potremmo far risalire alla Brainfeeder l’attuale ritorno di fiamma per un “intorno di musiche jazz” da parte di un ampio comparto di musicisti, festival e ascoltatori (ciao Kamasi Washington!). Non solo: come se fosse composto da producer Hip Hop, anche il duo, specie per Racines, ha campionato e utilizzato sample per le proprie composizioni, in particolare, specificano i musicisti, per la sezione ritmica. Sono le radici anni ’90 che richiamano, mi dicono, il ricordo di un periodo in cui frequentavano club e locali di cui, tuttavia, non sono in grado di ricordare il nome, ma che al sottoscritto hanno portato alla mente il Cap Creus di Imola e il periodo dell’acid jazz e downtempo (vedi una traccia come Gran Torino, per esempio). Del resto il duo conferma di aver apprezzato i lavori di Yussef Kamaal e Kamaal Williams, i cui live soprattutto andavano proprio a puntare da queste parti. «La loro è più musica ballabile», mi ricorda il “moro”, ed è verissimo, come è altrettanto appurato che i ragazzi i paralleli li fanno più volentieri con formazioni contemporanee come i Badbadnotgood (non è un caso che un loro collaboratore, Mick Jenkins, sia ospite in un pezzo psych-prog-disco come Underground Lovers), e un album come IV potrebbe essere una premessa importante per l’ascolto di Racines, un modo di entrarci da uno dei suoi innumerevoli portali.

Sull’altro capo delle suggestioni, non possiamo certo dire che i C’Mon Tigre siano una di quelle band che detonano in potenza come siamo abituati a sentire dalle parti dei cataloghi di Constellation o Rock Action, anzi, si pongono decisamente all’opposto di quell’approccio. Nel caso del post-rock, chiamato in causa poche righe più su con i GSY!BE, il riferimento va circostanziato alla definizione più storica del genere: l’attenzione posta sul collettivo, sui ruoli fluidi tra i musicisti che si scambiano anche gli strumenti, sul fatto che non è importante chi suona ma il suono nel suo divenire, le sue divagazioni esotiche ed esoteriche, l’utilizzo del minimalismo come variabile da giocarsi sui ritmi (e viene in mente Doug Sharin e i suoi HIM), i misurati tocchi proggy nei fiati, la voce spesso laterale (che dall’inizio a molti ha ricordato quella di Gonjasufi) utilizzata a mo’ di texture (in Racines i Nostri hanno anche utilizzato un talkbox per camuffarla), ecco sono questi alcuni degli elementi di contatto con una sensibilità musicale che non si può che definire tendendo reti di rimandi ampie e duttili.

La sottile complessità dei C’Mon Tigre – che interseca funk e afrobeat, jazz e folk, hip hop e soul, ora sotto lenti maggiormente sintetiche e sincopate è fatta di molti elementi ed alchimie – aggiungiamo le seppiature dei Timber Timbre, la coralità virata in negativo di Pall Jenkins dei Black Heart Procession – ma è senz’altro ben bilanciata da un’esecuzione fragrante, con i fiati spesso a catturare l’attenzione ancor prima dei ritmi, con quella chitarra esotica ed amplificata che pare venire da un’epoca di prime elettrificazioni (50s, 60s), un equilibrio che rende la musica della formazione assieme solida e coerente, riconducibile ad una unità che è poi l’album/progetto, un continuum di spontaneità ed estemporaneità live proprio come quella che ascolti nei BadBadNotGood. O, come mi ricordano loro citando un giornalista che glielo ha fatto notare, nel deep slaker jazz dei Soul Coughing da New York. È il risultato di un metodo di lavoro che parte anche qui da tempi e modalità necessariamente dilatati: le idee vengono prima abbozzate e poi lasciate mantecare, riprese in un secondo momento; quando arriva poi il loro turno, gli ospiti si trovano tracce che hanno passato il vaglio del tempo e la severità del giudizio del duo, e comunque sia prima che alla fine, la scelta della take cade sempre sulla comunicatività dei pezzi, sulla loro leva emotiva.

La tecnica loro la danno un po’ per scontata. E diciamolo a chiare lettere, c’è, eccome, questi son musicisti preparati, ma è innegabile che l’individuazione della “take giusta” e la sua successiva produzione e incisione su disco non sono per loro riconducibili alla mera bontà dell’esecuzione. È una mentalità questa che si rifà agli anni ’70. E la serie 33 giri Italian Masters su Sky Arte (esempio a caso, la puntata dedicata a Come è profondo Il mare di Dalla) è lì pronta per la consultazione, in questo senso. Per i C’Mon Tigre è una regola che vale da sempre, pure per Racines, dove i tempi si son fatti più sincopati «e spesso riconducibili al 4/4», mi sottolineano, e dove l’approccio ha assunto uno spessore maggiormente live-elettronico con naturali – ma non proprio evidenti – riferimenti al club. I difetti d’esecuzione, o come direbbero i produttori italiani “le sporcature”, ne sono dunque parti fondanti, soprattutto quando il duo affronta temi legati alla sessualità e all’istintualità umana, dove cioè l’arrangiamento ha bisogno di liberare maggiori accenti, dinamiche e pressione sonora (Guide to Poison Tasting, che si è avvalsa dei contributi di Jessica Lurie al sax tenore, Beppe Scardino al sax baritono, Mirko Cisilino alla tromba e Alessandro Rinaldi ai synth addizionali), oppure quando il duo affronta il tema della perdita (808 è dedicata all’amico Enrico Fontanelli, con il titolo a riferirsi alla Roland che il compianto co-fondatore degli Offlaga Disco Pax comprò poco prima di morire) è sempre l’interpretazione a vincere sull’esecuzione (si ascoltino le parti di alto sax di Henkjaap Beeuwkes e la tromba ancora di Cisilino).

A completamento dell’opera c’è anche quello che i C’Mon Tigre definisco il suo portato visivo. Non vi è dubbio che anche questo va annoverato tra le splendide mosse fuori dal tempo del duo. Un ritorno ad anni gloriosi in cui il rock era anche artwork, cover ambiziose e attenzione maniacale per ogni aspetto di una produzione musicale. Rispetto al primo lavoro in cui erano stati coinvolti il pittore Gianluigi Toccafondo (il cui studio si trova giusto sotto quello dei Nostri) e il fumettista croato Danijel Zezelj per la realizzazione di un paio di clip, per questa seconda prova il duo ha commissionato a tanti artisti quante le tracce presenti nell’album un lavoro ad hoc. Così Harri Peccinotti ha fornito alcune delle sue doppie esposizioni di nudi provenienti direttamente dai suoi archivi degli anni ’70, il serbo Boogie i suoi scatti di gang a Kingston, in Giamaica, il pittore Mode 2 i disegni a matita a sfondo sessuale, lo street artist Ericailcane gli insetti musici, Maurizio Anzeri il mix tra fotografia b/w e interventi optical ricamati rigorosamente a mano e così via. Ognuno ha contrappuntato con la propria arte ciò che sentiva rispetto al messaggio comunicato dalla musica, ognuno è entrato a far parte di un progetto che dalla musica si è esteso alle arti visive e idealmente si è materializzato in questo doppio vinile che potete consultare – in tutta la sua bellezza – nello streaming video di seguito.

13 Febbraio 2019
13 Febbraio 2019
Leggi tutto
Precedente
Suoni Mai Visti: l’odissea dei Frame. Dalla Roma degli anni ’90 alle profondità cosmiche Frame (E. Vatta e A. Benedetti) - Suoni Mai Visti: l’odissea dei Frame. Dalla Roma degli anni ’90 alle profondità cosmiche
Successivo
«L’artista sconosciuta più famosa al mondo», metti una sera a Milano per Yoko Ono Yoko Ono - «L’artista sconosciuta più famosa al mondo», metti una sera a Milano per Yoko Ono

Altre notizie suggerite