Voguing past dark-core
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Edoardo Bridda
- 1 Gennaio 2004
Con malizia, nonché con quel tipico ghigno sornione di chi tira la frecciatina convinto di far ridere, potremmo definire Soft Pink Truth come la versione disco-gay dei Matmos: maculata la tappezzeria sonora di tanti brani, molto glamour l’amalgama electro, funky e errebì, svariati i remember attraverso campioni di dischi anni Settanta e Ottanta e poi, soprattutto, bizzarra la ragione sociale: soffice verità rosa, marchio che è già un coming-out inequivocabile.
Se poi aggiungiamo dj/vj set con tanto di video proiezioni omofetish e soft-porno per soli maschi, l’ipotesi lascia spazio all’assoluta certezza: Drew Daniel, l’altra metà del famoso gruppo sanfranciscoano, è gay, e gaia è la sua musica. Eppure se tutto ciò è vero, verissimo, e risponde a una sofisticata provocazione politica di chi con Bush al potere non si sente ben rappresentato, altrettanto significativo è che questo scoppiettante e sincopato mondo di immagini e suoni è ben di più di una ridicola baracconata in salsa digital-tronica.
Battezzato nel 2001 con l’EP Soft Pink Missy, il progetto nato per scommessa tra l’artista e Matthew Herbert (musicista in proprio e con una Big Band, produttore e proprietario dell’etichetta Soundlike) come divagazione House del sound dei Matmos, ha finito per rappresentare una maniera intelligente di giocare con (e sopra) alcuni generi musicali che nel corso degli ultimi trent’anni il popolo omosessuale ha fatto propri. E se è vero che sottocultura gay ha sottratto gli aspetti più macho dalle grinfie della cultura dominante americana leggendoci – e svelandoci – i segni del grottesco, del buffo e del comico, così Drew Daniel riprende il discorso dall’angolatura dell’intellettuale a-ideologico e frullatutto, del musicista elettronico, del Pinball Wizard (mago del flipper) che utilizza i suoi potenti mezzi chirurgici per modellare un patchwork di suoni e di rimandi.
Una macchina del tempo impazzita dunque, nelle mani di un deus ex machina che conosce bene gli anfratti della cultura popular mettendoli in uno streaming warhol-iano veloce e imprevedibile, tridimensionale con un sound più vicino a Kid 606 e soprattutto Blevin Blectum di quanto i Matmos siano mai stati. Dalle voci funky alle zampe d’elefante, dal breakbeat dei rapper alle collanone d’oro al petto, dal dance-floor punk a quello house, dai Kraftwerk a Priscilla, dal synth pop all’odierno glitch fino all’Edoardo Vianello di “Guarda come dondolo”, gli spari western, le bordate di vecchi synth analogici, tutto è catchy (attraente, accattivante) e (quasi) mai banale.
La Soft Pink Truth si balla soltanto apparentemente, vince la scommessa per cui è nata ma va oltre. Tanto che il progetto, prendendo le mosse da alcuni espedienti sonici dei Mouse On Mars (l’EP Soft Pink Missy), approda dritto e sparato alla rivisitazione di brani punk e hardcore in chiave electro con Do you want new wave or do you want pink truth?. Un modo per evidenziarne i testi, una scusa per mettere a confronto le due scuole principali (la californiana e quella anglosassone) e certamente, un modo per appropriarsi del linguaggio punk in un momento storico in cui anche la comunità omosessuale ne ha bisogno.
