Trascendenza rock and roll. Intervista ai Low

Potete chiamarle, se volete, semplici impressioni; sono comunque sensazioni molto vivide di cui magari non hai la controprova, ma che hanno tutti gli indizi a loro favore. Lo stacco tra Alan Sparhawk e Mimi Parker – conosciuti di persona qualche anno fa, o sentiti al telefono come è successo questa volta con Alan – e non tanto i loro colleghi, ma proprio le altre persone, è altrettanto forte, e direi altrettanto significativo, quanto il gap che percepisci a livello di intensità tra i Low e molti altri complessi. Niente pose da rockstar nel caso dei due coniugi del Minnesota, ma una pacatezza e una modestia con cui parlano della loro musica che fa quasi specie (leggete cosa dice Alan della sua voce…). Soprattutto se la compariamo alla forza espressiva che continuano ad avere i dischi pubblicati, come l’ultimo che abbiamo appena recensito, e molti dei concetti espressi a parole quando li si interroga anche sulle piccole minuzie di un album; minuzie che possono sembrare niente, un nonnulla rispetto alle tematiche che i Nostri riescono a toccare e a evocare quando cantano e suonano, o anche solo quando raccontano con estrema semplicità del loro lavoro.

Proprio in quella semplicità c’è qualcosa di intimo, un’umanità che trasforma una telefonata intercontinentale tra Milano e il Minnesota, sempre con un oceano e chissà quant’altro di mezzo, in una piacevole chiacchierata a tu per tu su un disco dai temi molto forti e difficili – a tutti i livelli, musicale ed emotivo. Temi che non sono affatto lasciati da parte, anche se al telefono si sente spesso Alan ridere come a schermirsi. Nonostante questa amabile modestia, nelle sue parole si accende una spia che in verità ci racconta molto dei Low; questo suo parlare di trascendenza in senso lato, non a proposito della sua musica, attenzione, ma di alcune delle sue band preferite e di ciò che a lui come ai suoi compagni interessa degli esseri umani. Un sostantivo, “trascendenza”, e un verbo, “trascendere”, che benissimo si applicano al percorso del trio di Duluth, e che hanno almeno un doppio senso: uno senz’altro recepito pensando alla spiritualità (e perché no, alla religiosità) da sempre più o meno implicita nella dimensione espressiva del terzetto; e poi una declinazione più letterale e prettamente musicale, l’andare oltre con la sperimentazione e la voglia di spingersi concettualmente un passo più in là sul fronte artistico. Un aspetto che il nuovo album Double Negative – sempre di doppio si parla, vedremo come – rispecchia perfettamente. Sul nuovo LP si è concentrata la nostra conversazione. Si è parlato però anche del tour, e la risposta in merito all’allestimento del nuovo show è stata sorprendente. I Low continuano a credere nel rock and roll, non aspettatevi troppa elettronica sul palco. Sarà così? L’appuntamento è il 5 ottobre al teatro dal Verme di Milano per l’unica data italiana.

Ciao Alan, mi piacerebbe che ci raccontassi un po’ di come avete lavorato al nuovo album, un disco per molti versi sorprendente e che rappresenta una sfida anche per chi vi segue da tanto. Ma immagino che abbia rappresentano anche una sfida pure per voi stessi, sotto molti punti di vista…

Sicuramente. Sapevamo di voler ricercare nuovi suoni e creare nuove possibilità, per questo abbiamo fatto tanti piccoli esperimenti, tante prove, abbiamo inciso anche versioni diverse degli stessi brani per poi vedere di scegliere quella che ci sembrava più interessante. Abbiamo lavorato a fasi alterne, qualche giorno in studio, poi a casa per un paio di mesi, oppure in tour, per poi tornare a lavorare sui pezzi nuovi per due o tre giorni. Questa situazione di lavoro ti dà molto tempo per pensare e macinare idee, città, canzoni, nuovo materiale; infine riascolti quello che hai fatto, pensi agli aggiustamenti, cambiamo questo passaggio, mettiamo questo ritmo qui e qui e costruiamo una canzone… E per tanto tempo siamo andati avanti così, un po’ muovendoci a tentoni nel buio… [ride, NdSA].

Un modo diverso di lavorare rispetto agli altri dischi?

Diciamo portato più all’estremo. Anche per gli album precedenti ci siamo presi delle pause ma di solito finivamo tutto in due sessioni di studio, o al massimo quattro o cinque per Ones and Sixes, non di più. Stavolta si parla di otto o dieci.

Non si può certo dire che abbiate usato per la prima volta l’elettronica, ma stavolta vi siete spinti molto più in là. Eravate già partiti dall’inizio con questo approccio così radicale?

Sì, volevamo portarlo al limite. Dopo aver lavorato con Bj Burton in Ones and Sixes sapevamo di voler partire dalle cose che avevamo appena iniziato a fare con l’elettronica e spingerle più a fondo.

Che cosa vi è piaciuto di più del modo di lavorare di BJ?

Sai, è difficile citarti una cosa sola, ce ne sarebbero tante. Innanzitutto è un produttore coraggioso, che non gioca al risparmio ma continua a lavorare finché il risultato non è quello voluto; e poi è davvero in gamba, lavora velocemente e allo stesso tempo sperimenta moltissimo, sfida quasi le tecniche e le risorse dello studio per creare ogni volta nuova musica e nuovi suoni, nuove textures. Siamo i Low, d’accordo, ma abbiamo cercato di suonare come nessuno ci aveva ancora sentiti. BJ era molto motivato ed è stato di grande ispirazione, mentre si occupava dei suoni ci suggeriva anche delle idee, ci ascoltava e ci dava consigli. Con lui c’è stata una vera interazione creativa.

Parliamo di Dancing and Blood, che ha una splendida melodia che si scontra con un soundscape così martellante e aggressivo. C’è un contrasto di atmosfere che è molto emozionante: era quel tipo di contrasto che avete cercato un po’ per tutto l’album?

È qualcosa che cerchiamo sempre, il contrasto di elementi tra il bello e il difficile o il brutto, come può essere il rumore. È facile capire perché troviamo più interessante questo equilibrio. Dipende dal fatto che siamo umani, e come tutti abbiamo imperfezioni e difetti che possiamo migliorare, aspetti brutti e complicati ma anche qualità trascendenti, che ci elevano.

Tutta questa sperimentazione sui suoni ha però cambiato anche il vostro modo di comporre, ci sono pezzi come Quorum o appunto Dancing and Blood che hanno strutture decisamente insolite.

Sì, penso che questo approccio di ricerca di nuovi suoni e di ritmi diversi ci abbia portati anche verso strutture musicali differenti e insolite: Dancing and Blood è un canzone molto strana, si può dire quasi che non sia una canzone. Ha una linea melodica che la porta avanti ma il modo in cui è costruita è molto sperimentale; un esperimento che sulla carta se vuoi non stava in piedi ma che potevamo portare a termine solo in quel modo per farlo funzionare, e così è stato.

I primi brani di Double Negative formano una sorta di continuum. Li avete trattati come parti di una composizione più articolata?

Sì. Mentre stavamo sviluppando quei pezzi ci siamo resi conto che si somigliavano per il loro andamento, per com’erano arrangiati, per il fatto che abbiamo usato dei loop e abbiamo creato certe textures. Li abbiamo accostati l’uno all’altro e abbiamo pensato che alcune code potevano collegarsi al brano successivo. Ci siamo accorti che c’erano questi possibili agganci con cui potevamo farli sviluppare insieme e sfumare uno dentro l’altro. Questa idea aveva una sua logica, e interagiva bene con la struttura di canzoni che sono così diverse dal solito, sperimentali, atipiche. È stato come avere un film o una colonna sonora, in cui si passa da un tema e da un movimento all’altro. Abbiamo voluto un po’ sfumare gli stacchi che si hanno di solito tra le canzoni di un album. Un’operazione che ricalca da vicino se vuoi anche quello che abbiamo fatto con le voci: a volte è facile, ascolti e riconosci subito le nostre voci, qualche volta sembrano suoni lontani, e quasi non le riesci a captare, altre volte le abbiamo fatte a pezzi e manipolate. Anche in questo caso abbiamo cercato di confondere le solite linee di separazione. Sono tutte idee che sono venute fuori discutendo del disco man mano che ci lavoravamo.

In effetti un aspetto di Double Negative che volevo sottolineare è proprio il lavoro che avete fatto sulle tracce vocali, che sono spesso distorte e filtrate da vari effetti…

Anche questo è un aspetto su cui abbiamo sempre sperimentato, solo che con questo album ci siamo spinti decisamente più in là. Avevamo provato già in Ones and Sixes ma per questa volta ci siamo detti proprio: “facciamo qualcosa di più”.

Fly lo vedo come un brano di soul moderno, forse come non ne avevate mai proposti prima…

È vero. Mimi è davvero una brava cantante, ed è anche una bravissima cantante di soul e blues: non ha molte occasioni per dimostrarlo perché la musica che suoniamo con i Low ha un’anima molto più american folk, ma sa cantare benissimo l’uno e l’altro. È ancora un segreto però [ride, NdSA].

Lei è davvero brava, e in quel pezzo lo è in modo particolare, ma siete tutti e due dei bravi cantanti…

No, io no. Lei è una cantante nata, le viene naturale, io sono tutto lavoro. Devo sforzarmi e lavorare duramente per riuscire a cantare bene…

Dai non esagerare adesso… Invece il titolo Double Negative come è nato?

Parlando con gli amici nel periodo in cui stavamo registrando. Abbiamo lavorato a Double Negative prima e dopo le elezioni in America, e con gli amici discutevamo appunto della situazione generale, del cambiamento degli americani e delle ripercussioni sul mondo, dell’instabilità e degli effetti che può avere. Vivendo questa situazione da artista senti una parte di te che ti dice “vorrei poter esprimere tutto questo, dire la mia, fare in modo che la musica possa cambiare le cose, spingere almeno qualcuno a farsi delle domande” e dall’altra registri le tue reazioni umane che sono spesso negative, piene di rabbia. Ci siamo trovati a riflettere, a domandarci quale valore può avere l’essere negativi verso qualcosa che è già negativo. È un atteggiamento produttivo, che ribalta tutto in segno positivo come avviene a volte in matematica? O invece aggiunge solo negatività ad altra negatività? È una domanda inevitabile: quello che succede nel mondo mi tocca, certamente, reagisco, mi viene da gridare, ma per dire che cosa? So che mi viene da urlare ma devo sapere che cosa sto urlando. È una cosa che ci ha dato molto da pensare.

Che ci abbiate pensato mi sembra evidente dal risultato dell’album…

Lo spero. Spero che si senta questa speranza nel nostro album…

Si sente senz’altro… Purtroppo il tempo viene meno e volevo concludere con due curiosità. Non sono l’unico che ascoltando Double Negative ha pensato a certi paesaggi sonori e vocali di Cocteau Twins, Dead Can Dance o delle vecchie band di 4AD. Vi piace quella musica e pensate che possa avervi in qualche modo influenzati?

Sì, quando eravamo più giovani li seguivamo. Ho amato tanto i Cocteau Twins, la 4AD, la loro estetica è stata d’ispirazione anche per noi. Parliamo di punk band che cercavano di elevare la musica, di creare la nuova musica, che rispetto al punk si chiedevano quale sarebbe stato il livello successivo: come possiamo trascendere dopo aver distrutto il sistema. Gruppi che venivano dall’underground e con la loro musica cercavano di esprimere una speranza, una speranza umana. È quello che penso anche dei Joy Division che in tanti considerano solo un gruppo dark ma in cui avverto questa trascendenza, questa lotta per andare oltre [struggle to transcend, NdSA]. Questa nicchia musicale è stata molto importante per una minuscola generazione di americani di cui io faccio parte.

Ultima domanda. Il tour parte tra poco e non deve essere semplice portare sul palco quello che avete fatto in studio con il nuovo disco. Ma è quello che volete fare? Avete pensato a qualche accorgimento particolare?

Non saprei, ormai abbiamo capito che lo studio e il concerto sono due dimensioni molto diverse. Replicare il disco così come l’abbiamo fatto sarebbe una noia mortale per chi ci viene a sentire. Il nostro live funziona in modo molto semplice, siamo noi che cantiamo e suoniamo i nostri strumenti. Capisco che siate curiosi, vi è piaciuto il disco e pensate “chissà come faranno a suonare i pezzi nuovi dal vivo”: saremo una band come sempre.

Pensavo anche alla difficoltà di resa, sicuramente…

Be’, se volessimo suonare proprio in quel modo certi pezzi dovremmo stare tutti in piedi, chini su una consolle a schiacciare bottoni e togliere e aggiungere questo e quell’effetto. Non penso sia quello che vuole la gente, non lo trovo nemmeno così interessante; il modo più accurato e onesto di presentare la nostra musica dal vivo è ancora suonare gli strumenti con cui ci esprimiamo da tanti anni. È fare così, sperando che ci ascolta non si annoi comunque…

Ma dai nessuno si annoierà, figurati…

Crediamo ancora nel potere del rock and roll, e di una rock and roll band che suona in uno spazio con delle persone.

26 settembre 2018
26 settembre 2018
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