What We’ve Lost #2: oscuri viaggi interstellari

Visto il grande successo del primo capitolo, è già tempo di una seconda puntata per What We’ve Lost, la rubrica che si occupa di realtà indipendenti e underground italiane e non. Protagonista odierna è l’etichetta austriaca Interstellar Records, nella quale ci siamo imbattuti in occasione del nostro live report del festival di musica elettronica e sperimentale Heart of Noise ad Innsbruck. Realtà spiccatamente e orgogliosamente di nicchia ma caratterizzata da una grandissima professionalità e da una cura quasi maniacale per le pubblicazioni e la promozione degli artisti del proprio roster (con produzioni esclusivamente in vinile), l’etichetta propone nel proprio catalogo una trasversalità di generi incredibile, spaziando tra elettronica, post rock, noise, dark, hip hop, ambient, sound design e molto altro ancora.

Metalycèe, Expat Blues (2014)

Un oscuro e inafferrabile trio voce-batteria-elettronica di Vienna, un disco nero come la notte più buia, fumoso e nichilista, rischiarato di tanto in tanto solamente da qualche gelida e sintetica luce urbana. La colonna sonora di un noir metropolitano, di un perverso rituale esoterico, di malati deliri personali. Un’androgina voce a cavallo tra recitazione, spoken word e qualche accenno di canto deviato, una batteria inesorabile e chirurgica, al tempo stesso primitivamente tribale e lucidamente asettica nel suo incedere, un’elettronica densa e senza speranza, satura e spessa, che avvolge senza lasciare scampo. C’è del dub, qualche atmosfera trip hop figlia del Tricky più lacerato, tante asperità quasi industrial, qualcosa di vagamente post punk e tanto hip hop che si nasconde tra le righe di una (non)narrazione lucidamente disperata. Forse è più facile dire ciò che in questo disco non c’è: speranza, salvezza, luce. Bellezza sì, di quella ce n’è tanta.

Tumido, Nomads (2014)

Altro trio austriaco che vede alla batteria Bernhard Breuer, anche militante nei già citati Metalycèe e nell’ottimo trio techno Innode, questi Tumido ci hanno affascinato e intrigato non poco con un disco ibrido e mutante, capace però, allo stesso tempo, di catturare al primo ascolto con una personalità unica. Il punto di partenza è una dub oscura e primitiva, pesantemente macchiata da contaminazioni afro e strinata di psichedelia, ora ballabile e al confine con la techno, ora viscosa e pesantemente rallentata con un effetto quasi doom, con le due anime che spesso convivono anche all’interno dello stesso pezzo (come nella conclusiva, monolitica e riuscitissima Xaxim). Un disco ruvido e viscerale, primitivo e tribale, ma capace anche di momenti di grande classe. Potete ascoltarlo per intero qui.

Angelica Castellò, Sonic Blue (2015)

Angelica Castellò è una compositrice, flautista e sound designer elettronica messicana residente a Vienna. Questo Sonic Blue è il suo diario di viaggio dell’ultimo anno, in cui ha vissuto in Norvegia (l’arcipelago delle Lofoten) studiando la bioacustica degli abissi marini e delle balene. Il risultato è un disco di field recordings sottomarini, che inizia in superficie con il suono delle onde e dei gabbiani per poi inabissarsi, raggiungendo le più insondate profondità oceaniche. Sopra a questo suggestivo tappeto sonoro si staglia, assoluto protagonista, uno strumento a fiato creato dalla stessa Castello che abbiamo avuto il privilegio di sentire live in occasione del già citato Heart of Noise Festival e che sembra ricreare, con le proprie sonorità, proprio il verso dei cetacei studiati. Il risultato è un disco che potremmo azzardarci a definire ambient e che guida man mano l’ascoltatore in una sorta di rapito torpore primigenio, rassicurante e quasi materno, sicuramente molto suggestivo. Da provare.

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22 Luglio 2015
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