What We’ve Lost #1: fantasmi lo-fi dal sottosuolo

What We’ve Lost sarà un appuntamento a scadenza non fissa che porterà alla luce, di volta in volta, perle nascoste, capolavori dimenticati e gemme ignorate, occupandosi in ogni puntata di etichette e artisti rigorosamente indipendenti e (termine infelice ma necessario per capirci) underground, prevalentemente (ma non solo) italiani. Uno spazio che vuole dare visibilità a realtà sconosciute che tali rischiano di rimanere, per limitate dimensioni produttive, relativa gioventù della proposta o carattere eminentemente sperimentale della stessa.

Protagonista di questa primissima “puntata” è la label indipendente friulana Ghost City Collective, già comparsa in precedenza su queste pagine tramite l’insolita elettronica di progetti come Ankubu (che abbiamo anche intervistato) e IAMNOWCOMPLETE. Un collettivo variegato e avvolto nel mistero, con una poetica incentrata sulla trasversalità del proprio catalogo (andiamo dal noise al black metal, dall’elettronica allo shoegaze), sull’artigianalità e la cura nella produzione materiale dei supporti fisici (con artworks interamente realizzati a mano), sull’assoluta indipendenza da qualsiasi circuito produttivo e distributivo “altro” e su un viscerale amore per il lo-fi comune a tutti gli artisti del roster. Trovate di seguito, con ascolto di una traccia a corredo ciascuno, tre dischi di questa etichetta, diversissimi tra loro ma parimenti meritevoli di essere scoperti.

WeaverTo the Dark City Lovers (2015)

Weaver è un duo italiano di shoegaze che nasce dall’unione di un (bravo) producer di elettronica (Ankubu) e uno strano (s)oggetto chiamato Accotica, di cui parleremo meglio tra poco e che per ora ci limiteremo a definire “sperimentale”. Con queste premesse, la confusione potrebbe essere tanta, e invece questo primo lavoro in tandem To the Dark City Lovers funziona e suona benissimo, coerente e coeso. Uno shoegaze che sa macchiarsi di post rock, arpeggiato e sognante, fragile e delicato (Simpathetic), oppure più violento e catartico, alzando un bel muro sonoro e contaminandosi con lievi inserti elettronici (We’re Drifting Out of Control).

Il punto di partenza sono ovviamente i maestri My Bloody Valentine, ma il disco riesce a smarcarsi dagli obbligati riferimenti con una buona personalità, riempiendo i muri di delay con eteree melodie (Post Gloom Love Syndrome), stemperandosi occasionalmente in suggestioni più ambientali (The Overly Dramatic Truth), per poi ri-esplodere nuovamente in riverberi graffianti e rabbiose voci distorte (Tesla, Me You & the Violence) o distendersi in sofferte ballads (Little Forgotten Home in Honolulu) e riuscite incursioni acustiche sporcate di glitch (Threads). La fragile e bellissima furia del sole raffigurato in copertina, stagliato su un cielo grigio e carico di pioggia.

Accotica, Sticky Starkisses (2015)

«Questo è un pazzo furioso, e questo disco una follia totale». Del misterioso Accotica possiamo solo dirvi che è italiano, viene probabilmente dalle parti di Pordenone e questo Sticky Starkisses è il suo primo disco.

Boring Machines apre le danze con un’orgia noise di drum machines impazzite e paranoici vocalizzi robotici, mentre D_Bug Fax 12 si rilassa su sfarfallii glitch e morbide sfoglie jazz. «Trust me, we will fall in love», e parte un assolo chitarristico psichedelico e vagamente hendrixiano; a questo punto non ci capiamo più nulla, in un mescolare le carte prima con l’elettronica di Ikatone, che potrebbe essere techno (ma anche no), e poi una Mysteria Noon che è più o meno come suonerebbero i Dot Hacker dopo aver passato un paio di giorni ad imbottirsi di qualche droga sintetica. Isle of Babaya è bellissima e ci si può veramente perdere dentro, Germs è un jazz che più anfetaminico di così non si può e Walk Off è un’industrial attraversato da spettri dub e cantato da un Dave Gahn molto allucinato e molto triste che evoca capannoni abbandonati e fantasmi urbani. Sulle ultime tre tracce alziamo bandiera bianca, non sapremmo nemmeno come descriverle. Troppo psichedeliche, fluttuanti e completamente perse. Diciamo solo che in Winnie Flork c’è una drum machine iperattiva e schizofrenica e che fa capolino anche qualcosa di orientaleggiante, insieme al solito cantato ubriaco.

EndwaveMeridian Flows (2015)

Droni minacciosi in lontananza. Sinistri rintocchi carichi di attesa. Poi tutto tace per un secondo, prima di esplodere in una rabbia antichissima. Violenza e spiritualità, catarsi e (impossibile) redenzione, qualcosa di primigenio che sembra sgorgare direttamente dai paesaggi incontaminati dipinti in copertina. È la furia purificatrice del (post) black metal, che sciacqua e sublima odio e peccati. Roccia e alberi, cielo e aria, terra e fuoco, poi tutto si ferma di nuovo, immobile. Cenere e morte. Non c’è l’uomo, non può e non deve esserci. È utopica astrazione, lacerante necessità. È Meridian Flows, il primo disco di Endwave, one man band italiana.

6 Luglio 2015
6 Luglio 2015
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To the Dark City Lovers

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Ankubu – Morbide distopie techno

Intervista

Ankubu è un giovane producer italiano (Pordenone) di bass music. Lo abbiamo intervistato in occasione dell'uscita del suo nuovo album "Dive...

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