Live Report
Dal 18 Giugno al 20 Giugno 2015

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Heart of Noise è giunto ormai alla sua quinta edizione. Musica (non solo) elettronica e avanguardia, sperimentazione e compenetrazione tra più forme d’arte integrate (anche scultorea, audiovisiva e concettuale), per tre giorni all’insegna dell’espressione artistica totalmente free all’interno della splendida cornice cittadina di Innsbruck. Un’organizzazione impeccabile, con le diverse location vicinissime tra loro (tutti gli eventuali spostamenti sono percorribili a piedi in brevissimo tempo) e una perfetta puntualità negli spettacoli, palchi suggestivi (dalla meravigliosa vista su Innsbruck in cima al tetto dell’Hotel Adlers agli atmosferici giochi di luce della sala da concerti Stadstaal, fino al polifunzionale palco/scultura nel prato di Para Noise Garden) e una resa sonora all’occorrenza pulitissima e/o potentissima, e infine (ma forse più importante di tutto il resto) un cartellone di artisti quanto mai variegato e volutamente studiato per l’abbattimento di qualsiasi confine di genere. Il tutto corredato da performance audiovisive, sculture, installazioni, gadget offerti e un bellissimo stand dell’etichetta indipendente austriaca Interstellar Records con vendita di vinili di tanti artisti presenti nella line up del festival.

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Primo giorno: giovedì 18 giugno

Si aprono le danze al Para-Noise Garden, il prato antistante alla sala concerti del festival (Stadstaal), dove il collettivo Columbosnext ha costruito una scultura polifunzionale dal design minimale e dalle suggestioni aerospaziali battezzata appunto Satellit e adibita anche a palco per alcune performance. È qui che per primo si esibisce il duo di sound engineers KNRRZ, che si rivela una graditissima sorpresa: perfettamente a metà tra musica elettronica e performance art, i due artisti riempiono di microfoni il palco/scultura suonandolo poi come un vero e proprio strumento, con mani, bulloni, chiavi inglesi e cassette degli attrezzi scaraventate a terra con violenza, campionando il tutto in presa diretta e manipolando, a formare crescendo percussivi su tappeti dronici di matrice noise. Breve e molto intensa, sicuramente affascinante, la performance riesce ad interessare e a dettare fin da subito le coordinate estetiche che caratterizzeranno l’intera manifestazione.

Segue immediatamente l’idolo locale Alexander Marcus, personaggio tanto ambiguo quanto genuinamente spassoso: con i dovuti distinguo, l’Immanuel Casto teutonico (seppur meno esplicitamente volgare del re del porno groove nostrano). Non è ben chiaro quanto c’entri una proposta del genere all’interno di un festival come questo, ma il buon Marcus sa il fatto suo: animale da palcoscenico ipnotico e sicuramente coinvolgente, oggetto di culto da parte di numerosissimi fan bardati con improbabili gadget, rapisce ed esalta nella sua esibita ed equivoca idiozia costellata da beats dance trashissimi e mossette da Elvis demente; tutti i presenti (sottoscritto compreso) cantano e ballano, con un estasiato sorriso ebete dipinto sui volti. Bravo.

Ci si sposta poi alle 21:00 nello Stadtsall, la sala concerti del festival riempita per l’occasione da bellissimi giochi di luce che riprendono la grafica della manifestazione. L’apertura è qui affidata al duo Innode, che rappresenterà inaspettatamente l’apice assoluto della serata: autori di una precisione matematica che compenetra armonicamente il noise più primitivo con la techno più aliena, i Nostri danno vita ad un’esibizione abbacinante per potenza evocativa e bravura tecnica che raggiunge picchi emotivi altissimi. Tutti i presenti, totalmente immersi nell’ascolto su comode poltroncine, sono rapiti dall’energia emanata dai due concentratissimi performers, un’atmosfera densissima scandita dai ritmi tribali della batteria live e dalle esplosioni rumoristiche con vaghe reminescenze dub dei synth. Meritatissima standing ovation finale, con qualche spettatore visivamente scosso dall’intensità dell’esibizione.

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Segue il duo harsh noise Einheit Brötzmann, che si rivela purtroppo una cocente delusione: quando si parla di avanguardie e sperimentalismi è spesso assai labile il confine che separa arte e presa in giro, con i due artisti in questione che rientrano ahimè a pieno titolo nella seconda categoria. Personalmente amo il noise e sono un convinto sostenitore della valenza catartica del rumore, ma quando una proposta che vorrebbe collocarsi a metà strada tra sperimentazione sonora e performance artistica si risolve semplicemente nella ricerca del rumore più fastidioso possibile (molle in ferro percosse, mattoni frantumati a martellate, lamiere in ferro trapanate) accompagnato da riverberi e interferenze chitarristiche, allora l’arte lascia il posto al semplice cattivo gusto. Quello che distingue la musica della coppia Einheit Brötzmann dalle performance di un Merzbow o anche solo dal validissimo progetto KNRRZ ascoltato solo un paio di ore prima, è – paradossalmente – una certa mancanza di un concept artistico alla base. L’estenuante esibizione (durata in ogni caso troppo) si chiude su qualche sparuto applauso e parecchie facce perplesse.

Dopo una mezzoretta di pausa dedicata all’audio-installazione Time Is the Soul of Things, è tempo del grande nome della serata: il live di The Bug è sicuramente imponente, curatissimo nei suoni e dal grande impatto visivo, con una sala liberata dalle poltroncine e inondata di fumo che si colora alternativamente di buio e luci soffuse, gremita da un’orda di spettatori simili a zombie nella colorata semioscurità che, abbandonata ogni inibizione, si lancia in frenetiche danze spastiche guidata dalla potenza dei bassi apocalyptic dancehall del maestro inglese. Evocativo e suggestivo, sicuramente non innovativo, si balla e ci si diverte il giusto.

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Secondo giorno: venerdì 19 giugno

Inizia sul presto (ore 16:00) la giornata centrale del festival, con il palco/scultura in Para Noise Garden inutilizzato causa maltempo e gli spettacoli di apertura spostati nell’ampio atrio dello Standtsall. Il primo a suonare è il producer locale Jung And Tagen, un poderoso muro sonoro di techno cosmicheggiante e psichedelica che fluisce senza interruzioni in una lunga suite di una trentina di minuti. Segue immediatamente il chitarrista sperimentale Eric Arn, un’altra bellissima sorpresa, con un altrettanto lungo brano strumentale che fa delle atmosfere e dell’abbattimento di qualsiasi barriera di genere i suoi punti di forza: circondato da innumerevoli pedaliere tra distorsioni, wah wah, delay e quant’altro, parte in sordina con un ambient soffusa, rilassata e rilassante, che cresce progressivamente di intensità fino a sfociare in sfuriate chitarristiche di matrice vagamente blues, eteree e ad altissimo tasso psichedelico (quasi una versione dilatata nell’ambient dei Samsara Blues Experiment). Sentito e meritato plauso finale dei presenti per una delle esibizioni migliori della manifestazione.

C’è anche un po’ di Italia nei successivi Noiz, trio composto dalla “nostra” Tiziana Bertoncini al violino, Petr Viba alla tromba e agli inserti elettronici e Thomas Lehn ai sintetizzatori analogici: rumore entropico e apparentemente caotico, giocato su dissonanze al violino, sfuriate sintetiche e fiati di impronta dronica, inquietante e disturbante ma ricco di fascino, sicuramente riuscito.

Seguiranno le sperimentazioni modulari sui sintetizzatori analogici di Andras Eichstaedt e le ibridazioni di techno, dub e house del Dj viennese Severin Sonnewend, ma noi ci spostiamo raggiungendo l’altra suggestiva location del festival, il tetto (12° piano di altezza) dell’Adlers Hotel, dove dopo un’esibizione introduttiva di Dj Alaska Al suona il duo Fluktuation 8, con un arioso ed etereo glitch hop dalle tinte ambientali. È solo il preludio al primo dei piatti forti di serata, gli scozzesi Dalhous: sulla scia dei maestri connazionali Boards of Canada, la cui influenza è tanto lampante quanto rimodellata in modo personale, si innestano stratificandosi sospiri ambient, increspature droniche e improvvisi beats che scongiurano qualsiasi ombra di monotonia, donando anche una certa vivacità ritmica ad un’esibizione di grande classe ed eleganza, meravigliosamente arricchita dalla vista aerea su Innsbruck che si stende ai piedi dell’hotel.

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Torniamo di corsa al teatro Stadstaal per gli artisti clou della serata, con l’enigmatico /F ad iniziare: indecifrabile e molto complesso, apparentemente sconclusionato ad un ascolto superficiale ma decisamente ricco e dotato di un’intima coerenza sonora, se seguito attentamente, il Nostro è autore di una performance densissima, a cavallo tra avanguardia elettronica, glitch e musica concreta, pregna di rimandi e sincere ricerche di vie espressive realmente “nuove”. Set tanto difficile ed articolato, quanto realmente degno di attenzione ed interesse.

È poi Panoram a salire sul palco, altro sibillino artista a proposito quale sembra impossibile risalire a notizie certe in rete, autore di un’altra performance superlativa in cui ricerca sonora, cesellamento di atmosfere (amplificate dalla proiezione di bellissimi visuals integrati alla musica) e intaglio ritmico sembrano andare a braccetto in una forma espressiva molto personale e di grande effetto.

Inizia alle 23:00 in punto la maratona finale con il trittico di pezzi grossi in chiusura di serata. Il primo ad esibirsi e l’italianissimo Valerio Tricoli, con una performance incredibile e tra i momenti più alti dell’intero festival: fasci di luce verdi e viola che tagliano l’oscurità di una sala popolata da ombre sedute in un raccoglimento quasi spirituale, in un crescendo di ambient metafisica e sepolcrale, spettrale, inquietante e dall’afflato quasi religioso; musica suonata dai morti per i morti, che esplode poi improvvisamente in una deflagrazione pirotecnica di luci e rimbombi noise, sussurri e preghiere dimenticate. Di una potenza e una suggestività sconcertanti.

È poi il turno del nome (insieme a Klara Lewis) probabilmente più atteso della manifestazione: Objekt sale timidamente sul palco, uno smilzo ragazzo con un’anonima maglietta a righe e la faccia pulita del perfetto inglese di provincia, ma quando inizia a suonare trasuda classe e bravura ad ogni beat. C’è una tale perizia tecnica, un tale controllo della materia e delle macchine in ogni suono da lasciare senza parole, per due ore di techno dal sapore squisitamente berlinese che sembra lasciare un po’ da parte gli sperimentalismi, pensando più che altro a far ballare fino allo sfinimento il pubblico presente con una maestria da vero fuoriclasse.

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Non da meno è lo show di Alistair Wells sotto il moniker Perc, che dà il cambio ad Hertz alle 2:00 in punto con una vigorosa stretta di mano piena di reciproco rispetto e riprende subito a far ballare gli ancora numerosi presenti con una techno dal profumo altrettanto teutonico ma colorata da tinte più dark e industrial, perfetta chiusura per un un pentateuco serale veramente da paura.

Terzo giorno: sabato 20 giugno

Inizia ancora nell’intimo spazio dell’atrio Stadstaal l’ultimo giorno di festival, aperto alle ore 16:00 da Idklang, l’ennesima bella sorpresa di questa manifestazione: one man band tra chitarra elettrica e laptop, il musicista parte cautamente tessendo le fila di un ambient screziato di noise dalle tinte post apocalittiche, su cui si innestano man mano ritmiche prima techno e poi jungle, fino a sfumare in un etereo shoegaze che sale costantemente d’intensità fino a culminare in una riuscita parentesi post black metal, chiusa su battiti dubstep con un cantato squisitamente darkwave molto debitore verso i primi Cure. Una performance sbalorditiva per densità di contenuti, varietà di spunti, competente ibridazione di generi e creazione di atmosfere suggestive.

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Segue l’Aidan Baker Trio, formazione chitarra-batteria-basso/violino con miriadi di pedali ed effetti per un post rock morbido ed etereo, fragile e pieno di malinconia, suonato in punta di piedi ma capace anche di costruire intensissimi crescendo che culminano in lancinanti assoli di violino. Lee Fraser è invece purtroppo un buco nell’acqua, con sconclusionate sfuriate di noise sintetico sulla scia dell’Otto Von Schirach periodo 8000 B.C. e Zombie Chopped Fungus, ma ancora più destrutturate e prive della scintilla di genialità dell’artista tedesco.

Non va bene neppure il successivo duo Monomono: parte benissimo con una splendida prima traccia che sembra riprendere la lezione zimmeriana di Interstellar sfociando in spaziali fluttuazioni altezza Clubroot, Digital Mystikz capitolo Return II Space o le siderali esplorazioni degli ultimi Wolves in the Throne Room, salvo poi capitolare miseramente nei pezzi successivi, prima con un dozzinale hip hop che sembra scimmiottare Hudson Mohawke sporcandolo con una stanca imitazione dei già non troppo convincenti Infected Mushrooms più rockeggianti dell’ultimo album, poi con abbozzate fascinazioni jungle ed estenuanti cavalcate techno dalla lunghezza decisamente eccessiva se confrontata con il (non proprio elevatissimo) numero di idee dietro. In coda qualche tentativo in direzione juke non troppo riuscito fa calare il sipario su un live iniziato benissimo ma che suscita perfino qualche imbarazzo nella seconda parte per la pochezza compositiva (i due si limitano a sovrapporre loop su loop tagliati con l’accetta e che procedono immutati per troppo tempo, dondolandosi e sorseggiando birra mentre si scambiano sorrisi un po’ vacui) e una tecnica quasi amatoriale. Peccato.

Dopo un’oretta di pausa si torna nella sala concerti dello Stadstaal per il gran finale del festival: la prima performance della serata è una Klara Lewis che dimostra senza riserve di meritare ampiamente tutta l’attenzione che sta ricevendo dagli addetti ai lavori nell’ultimo periodo: al solito nerovestita, concentratissima e perennemente china sui suoi strumenti, per tutto lo spettacolo dà vita ad una delle performance migliori di questi tre giorni, dipingendo la sala con densissime tinte ambient occasionalmente increspate da battiti techno, in un flusso sonoro continuo impenetrabile e avvolgente, sapientemente lavorato dall’artista svedese e ulteriormente esaltato dai bellissimi visual che accompagnano tutta la performance. Tutti in piedi ad applaudire al termine (e se volete saperne di più su di lei, vi rimandiamo alla nostra recente intervista).

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Tocca poi all’artista messicana Angelica Castello, che propone live estratti dal suo nuovo lavoro in studio Sonic Blue incentrato sul mondo sottomarino e sulla vita delle balene. Una soffusa luce blu e perenni droni profondissimi ma mai invadenti curati da Billy Roisz creano il substrato per lo strano strumento a fiato suonato dalla Castello, che sembra realmente richiamare i suoni emessi dai grandi cetacei. Tutto l’auditorium si inabissa in un dolce torpore cullante che non si interrompe se non al termine dell’esibizione, applaudita vigorosamente.

Terzo artista in scaletta è il prodotto locale Andy Stetcher, percussionista e artista elettronico che nella cornice del festival presenta ed esegue interamente il nuovo album Austreiben/Antreiben: il lungo incipit avant-noise con stridenti viole dissonanti e percussioni free evolve in un assolo di batteria da paura, tribaleggiante e tecnicamente strepitoso, per sfociare infine in un ambient caldo, disteso ed esotico. Semplicemente meraviglioso e giustamente omaggiato dai presenti con un’altra meritatissima standing ovation.

Viene poi il turno di Prurient, che dopo anni di prove in studio piuttosto anonime dimostra come sia ormai la dimensione live quella più efficace per la sua disturbante proposta: un poderoso muro sonoro si abbatte sullo Stadstaal, scuotendone letteralmente le fondamenta (si sente il pavimento vibrare e molti dei presenti sono costretti a coprirsi le orecchie) per una performance intensissima e molto fisica, in cui l’artista dà tutto sé stesso dimenandosi come un posseduto sul palco, con un primordiale urlato scream animato da una rabbia troppo ancestrale per poter essere capita, in un’orgia di noise e qualche elemento vagamente post black metal. Dopo una decina di minuti di imprescindibile pausa per riprendersi dallo shock dell’esibizione di Prurient si torna a sonorità più piane con la techno di Shifted, che scuote dal torpore lo Stadstaal proseguendo personalmente quanto iniziato da Objekt e Perc la sera prima.

La chiusura del festival è affidata all’ultimo “big” di questa edizione, e il live set di Actress è semplicemente un saggio di bravura: sul palco incappucciato, zaino in spalla e sigaretta alla mano totalmente immerso nella propria musica, il musicista inizia da un semplice beat di minimal techno sulla cui base costruisce loop dopo loop un crescendo tribale e strinato di psichedelia da urlo, degno epilogo di una serata e di un festival ricco di esibizioni dalla qualità media elevatissima.

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24 Giugno 2015
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