Charles Bradley (US)

Biografia

Agli inizi degli anni Dieci, quando si assiste all’esplosione revanscista e mainstream soul/contemporary R&B con personaggi come Aloe Blacc e John Legend, Charles Bradley da Gainesville, Florida, esordisce con Victim Of Love. Niente di eclatante fin qui, non fosse che l’artista in oggetto ha, nel momento in cui il suo debut album finisce sugli scaffali con il bel logo Daptone/Dunham stampato su, ben sessantatré anni. Tra i fenomeni emersi post-Rodriguez, grazie quindi a documentari come quello del compianto Malik Bendjelloul o A Band Called Death di Mark Christopher Covino e Jeff Howlett, Charles Bradley era l’unico che non aveva mai fissato niente su bobina, nemmeno un demo. Colpisce quindi ancora di più la sua storia, lui musicista che per una vita intera mai si era avvicinato a uno studio di registrazione sbarcando il lunario tra lavori precari in cucine di periferie e in locali di serie B come imitatore di James Brown sotto il monicker Black Velvet.

Charles Bradley nasce il 5 novembre del 1948 a Gainesville, in Florida, ma cresce tra mille peripezie a Brooklyn. Dopo appena otto mesi dalla nascita, la madre biologica lo abbandona alle cure della nonna materna, che lo accudirà fino all’ottavo anno, fin quando la madre decide di andarselo a riprendere in Florida e di portarlo con sé a New York. La giovinezza di Bradley è segnata dalla povertà, vive praticamente in strada e la sua camera da letto non è nemmeno pavimentata. C’è però un momento cardine della sua prima adolescenza ed ha una data ben precisa: 24 ottobre 1962, James Brown live all’Apollo Theater. La sorella lo porta alla Mecca e per il giovane Bradley è come un’epifania. Comincia ad esercitarsi a casa, provando passi e cantando, per cercare di imitare il suo idolo. Sembra l’inizio di una storia come tante del music biz, invece quella di Charles Bradley sarà una parabola per la maggior parte del tempo piena di sofferenza. A quattordici anni scappa di casa per fuggire alla povertà, dorme per strada e nei parcheggi dei taxi della grande mela. Il programma Job Corps (un’iniziativa che permette ai giovani svantaggiati di fare esperienza lavorative e che offre corsi scolastici) lo porta ad andare a Bar Harbor, nel Maine, dove comincia a lavorare come cuoco e parallelamente a suonare con una band: durerà poco, perché pochi concerti (si dice solo sei) e il terrore del palcoscenico chiuderanno la pratica quasi subito, facendogli appendere la giacca coi lustrini al chiodo e relegandolo, per i successivi vent’anni, dietro i fuochi delle cucine di mezza America. Un pellegrinaggio che lo porta a trasferirsi prima a Wassaic (nuovamente nello stato di New York), poi in Alaska e in California, ma che non gli fa perdere mai la voglia di cantare.

Ed è proprio in questo periodo che nasce l’embrione di Black Velvet, il suo alter-ego che si esibisce sui palchi di piccoli locali come emulo di James Brown. Nel 1996 torna a Brooklyn dove, tra una giornata in cucina e un concerto, rischia anche di lasciarci le penne per una reazione allergica alla penicillina. Ma questa testardaggine, questa passione smodata per il canto e per il soul, questo non arrendersi alle avversità che la vita gli ha riservato, pagano in un giorno del 2002, quando ad un suo concerto si presenta Gabriel Roth, o meglio Bosco Mann: «Compresi immediatamente il suo valore, si doveva solo lavorare per smussare gli angoli». Roth è bassista dei Dap-Kings, la back band della vecchia gloria Sharon Jones ma anche di Amy Winehouse in Back To Black, oltre che co-fondatore, insieme al sassofonista Neal Sugarman, della Daptone Records. Fulminato dalla voce di Bradley, Roth lo presenta a Tom Brenneck (The Bullets, Menahan Street Band), che diventerà il suo produttore di fiducia. Nel 2002 scrivono assieme il primo singolo, Take As It Come Pt.1 & Pt.2, e da lì la vita di fatica di Black Velvet si trasforma in quella decisamente più fortunata di The Screaming Eagle of Soul.

Dal 2002 al 2010 il Nostro pubblica 12 singoli, e nel 2011, a sessantatrè anni, esordisce con No Time For Dreaming. Nel frattempo perde anche un fratello, assassinato a colpi di pistola sotto casa sua a Brooklyn. Il suo lirismo e la sua voce a metà strada tra James Brown e Otis Redding gli fanno guadagnare recensioni entusiastiche e il plauso di magazine come Spin, Mojo, Q Magazine e un RS USA che, oltre ad inserirlo nelle classifiche di fine anno, premia No Time For Dreaming come uno degli esordi migliori del 2011. Nel disco sono presenti anche due cover: Heart of Gold di Neil Young e Stay Away dei Nirvana. Nel 2012 esce Soul of America, documentario girato da Poul Brien su Charles Bradley che ripercorre tutta la sua vita, dall’infanzia difficile fino all’esordio discografico. Presentato al SXSW di Austin, il biopic vince numerosi premi e partecipa ai festival cinematografici più importanti.

Nel 2013 viene pubblicato (sempre da Daptone) Victim of Love. Poco rivoluzionario rispetto al suo predecessore, Victim of Love è in realtà il classico compitino: in sede di recensione Giulio Pasquali, che lo premia comunque con un lusinghiero 6.7, sottolinea come il buon Bradley resti sempre sul canonico, pur interpretando e arrangiando alla grande. Un po’ manieristico forse, esempio lampante delle teorie retromaniache di Simon Reynolds. Nel 2013, in occasione del Record Store Day, il musicista pubblica Changes, cover dell’omonima traccia dei Black Sabbath. Vero e proprio unicum all’interno della discografica dei Sabbath con quel duetto tra Tony Iommi (stranamente) al piano e Ozzy Osbourne alla voce, Changes, che era stata originariamente scritta da Geezer Butler ed era ispirata dalla fine del matrimonio di Bill Ward, nella versione di Bradley acquista una nuova veste: viene arricchita dal respiro del Wurlitzer, da una batteria stanca al punto giusto e da un basso corposissimo, strumenti che le donano un nuovo abito soul che le sta a pennello.

Inutile parlare della prova alla voce di The screaming eagle of soul: la versione bellissima di Ozzy viene totalmente asfaltata dalla voce ruggente del cantante di Brooklyn. Bradley la fa sua, la dedica alla madre appena deceduta e intitola il suo ritorno discografico del 2016 proprio Changes; un comeback intrigante, il lavoro sicuramente più completo della sua discografia. «Changes è un concept album costruito sul tema dell’amore: per la madre, a cui il Nostro dedica Changes e l’intero album, nonostante lei l’abbia abbandonato in fasce alle cure della nonna materna, ma a cui si era riavvicinato negli ultimi anni; per la tanto amata America a cui dedica l’ode Good To Be Back Home, scritta di ritorno da una tournée in Europa, e Nobody But You, con quel sexy riff preso in prestito da Summer Breeze di Seals and Crofts. Crazy For Your Love, Things We Do For Love e Slow Love chiudono i giochi con la straziante voce di Bradley sugli scudi, testimone di una vita scandita da fallimenti, dolore e povertà». Con un meritato 7.3, Changes si dimostra uno dei lavori soul più belli e riusciti degli ultimi anni. Charles Bradley è arrivato tardi al successo, ha realizzato ottimi dischi e ha dimostrato di avere, nonostante l’età importante, l’entusiasmo e la voglia di un ragazzino.

Tutto sembra andare per il meglio per Bradley, esempio vivente della realizzazione dell’American Dream; il reietto che riesce a farcela, passando tra mille difficoltà e peripezie. Più forte della sfortuna e del karma. E invece no, non va tutto bene. Per niente. Nel settembre 2016, nel bel mezzo del tour promozionale di Changes, gli viene diagnosticato un tumore allo stomaco, uno di quelli aggressivi per giunta. Tour cancellato, operazione e ciclo di chemio per cercare di debellare il male. Forgiato da anni di sofferenze e delusioni, Bradley si rimette in piedi e ricomincia a macinare chilometri in tour e chilometri di nastro, registrando tutto il possibile per cercare di placare un’urgenza comunicativa mai scalfita dalla malattia. I live diventano delle vere e proprio messe, in cui Bradley letteralmente si abbandona nell’abbraccio dei fan, la sua vera forza. Nel 2017 trova il tempo anche per incidere I Need You, singolo apripista di God First, esordio del leader dei Bombay Bicycle Club Jack Steadman sotto il monicker Mr Jukes. Ha fretta, Bradley e partono quindi le recording session’ del seguito di Changes, previsto per il 2018. Però il destino beffardo, torna a bussare alla sua porta. Il cancro che sembrava sconfitto, torna e aggredisce il fegato, costringendolo a nuove cure e a bloccare nuovamente il tour. Purtroppo, questa volta, le cure non hanno successo e il 23 settembre 2017, Charles Bradley muore circondato dall’affetto dei suoi collaboratori e fan. “I’m singing the truth; I put my heart and soul into it. If you’re gonna sing, sing from your heart and the world will hear you” diceva in una intervista rilasciata a Pitchfork e Bradley l’anima nel canto ce l’ha sempre messa tutta. I suoi live erano incendiari e riusciva a fare al pubblico quello che voleva: con la sua voce lo faceva ballare, lo accarezzava e lo dilaniava con le sue canzoni e la sua forza. Novembre 2018 vede la pubblicazione di Black Velvet, disco postumo composto da tracce inedite, qualche cover e versioni alternative di tracce già pubblicate. Non una antologia, né una trovata commerciale – non lo avrebbe mai permesso – ma un disco in cui si sente che, fino all’ultimo momento, Charles Bradley ha lavorato con amore e passione per quello che ha sempre inseguito nella sua vita: fare musica.

God bless America and Charles Bradley.

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