In your beat, dancing with me. Intervista a David Maclean dei Django Django

Il cielo sta sempre lì, sopra di noi, ma siamo troppo spesso distratti dalla frenesia del quotidiano per ammirare le poetiche combinazioni cromatiche che ci può offrire. David Maclean ricorda il preciso momento in cui la volta celeste gli ha concesso uno spettacolo che non poteva passare inosservato: si trovava nel backstage del Loollapalooza, a Chicago, coi suoi Django Django, quando ha visto coi suoi occhi un marble sky, un’immagine talmente evocativa da essere scelta, un lustro dopo, come titolo del nuovo disco, il terzo in discografia. A un altro backstage, precisamente quello del SXSW, la band allora esordiente ha avuto modo di stringere un rapporto artistico con Rebecca Taylor degli Slow Club, connubio che ha portato a una delle vette artistiche dei Nostri, Surface To Air, un conturbante ibrido di dancehall e pop arricchito da vari campionamenti, tra cui – ehm – un colpo di tosse.

Nel corso della lunga chiacchierata con Dave è emersa una cosa fondamentale: basta guerre e tensioni del periodo storico nel quale viviamo, godiamoci la forza aggregante della musica. «Sono stanco, sul serio, di Brexit e Trump e robe del genere. Trump per me non è un politico, quindi non sto nemmeno ad ascoltare quello che dice; sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa c’è talmente tanta confusione che nessuno ha ancora ben capito che sta succedendo. Sono stanco di tutto questo, voglio ascoltare buona musica, andare a bei concerti». Più chiaro di così si muore…Quando gli faccio notare che Marble Skies è un disco caleidoscopico in cui ogni canzone rappresenta un episodio a sé, mi risponde con franchezza: «Essendo soprattutto un dj ho sempre avuto un amore viscerale per i mixtape, e volevo che questo disco suonasse così». Infatti, per l’esordio Django Django, apprezzato su questi lidi «per la forza delle melodie scanzonate e la raffinata capacità di costruire crescendo che portano i nostri piedi a battere il tempo su anthem che si conficcano nella memoria», mi lascio scappare un liquido per riassumerlo, chiedendogli quale sarebbe un termine appropriato per il nuovo lavoro, ma mi accorgo di averlo messo in difficoltà: «Caspita, be’ non riesco a dartene uno. Lo vedo molto come un collage, come quando sei in macchina e cambi stazione radio passando da un genere a un altro». Specifica poi: «mi piace molto ascoltare musica mentre guido e, soprattutto, mi piace guidare». Tanta varietà, quindi, e un unico comune denominatore: il ritmo, uno dei tratti più rappresentativi della band, peculiarità che emerge chiaramente anche dall’ascolto di Late Night Tales, il mix album del 2014 che evidenzia quanto i cori in stile Beach Boys o la vena nera degli Outkast siano parti integranti del suo DNA.

Eterogenei, in fondo, lo sono sempre stati. Anche quando non hanno convinto come in occasione di Born Under Saturn, album che su queste pagine è stato bacchettato perché «da questi ragazzi ci aspettavamo davvero tanto» e quel disco che avrebbe potuto essere un colpaccio vero, alla fine non lo è stato.

In occasione dell’ultimo disco dei Tune-Yards su queste pagine si scriveva della connessione tra danza/movimento e ribellione/reazione. Chiamato a dire la sua su questa visione, Dave si rifà nuovamente al portato aggregante della musica portando ad esempio la disco music à la New York degli anni ’70, club in cui bianchi, neri, etero, trans, omo, democratici, liberali, e chi più ne ha più ne metta, “sospendevano” la propria estrazione sociale (e politica) per lasciarsi andare al ballo, senza inibizioni. Più precisamente, quello che preme sottolineare al musicista britannico è quanto «i poteri forti cerchino sempre di metterci l’uno con l’altro». «Lo fanno con la religione, la razza, la sessualità mentre il ballo, il movimento e tutto quello che ne deriva, hanno il potere di ribaltare queste imposizioni». Un concetto deciso ma condivisibile che giustifica in un certo senso la presenza degli (abusati) ’80 in Markble Skies. Gli chiedo a questo punto maggiori dettagli riguardo alla sua biografia personale e agli anni ottanta («Ero un ragazzo negli anni ottanta, amavo il rock e odiavo i suoni “falsi” dell’elettronica …ovviamente poi mi sono ricreduto!»), ma anche considerazioni più generali: «Forse siamo ancora nell’onda lunga del fascino che quel decennio ha esercitato negli anni successivi» mi racconta infervorato, «c’è stata una vera e propria esplosione di stili e mutamenti repentini, basti pensare al post-punk che conviveva col pop da classifica e di lì a poco sarebbe arrivato l’hip-hop!».

Mi accorgo che la vivacità con la quale Maclean mi parla è la stessa che percepiamo nell’ascoltare i Django Django, una band che – e di primo acchito non si direbbe – vede nei Depeche Mode un faro nonché una delle sue influenze principali. A seguire, ovviamente, vari album hip hop e di musica black che ne farciscono il sound e che spetta a noi indovinare. E a proposito di dischi, riesco ad avere la soffiata su una prossima uscita, un EP con degli outtake di Marble Skies. Il congedo arriva sul più bello: «quando parlo di musica non mi fermo più, meglio darci un taglio!». Peccato perché di chiacchierate così ce ne dovrebbero essere molte di più, ovviamente col taccuino in mano.

5 Febbraio 2018
5 Febbraio 2018
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