Flying Saucer Attack (UK)

Biografia

I Flying Saucer Attack sono una di quelle storie parallele alla grande storia del rock. Quei percorsi che solo saltuariamente hanno incrociato la via maestra, piantando i propri semi, ma lasciando puntualmente ad altri il compito di raccoglierne i frutti. Nascono dalla Bristol dei primi anni Novanta, ma non c’entra il trip hop: il duo formato da David Pearce e Rachel Brook (coppia anche nella vita) si muove nell’altro grande orizzonte di quegli anni: il post rock. Più precisamente quella scena che ha come interpreti i Crescent, i Movietone, gli Amp e il Matt Elliott della Third Eye Foundation, che proprio con i FSA ha mosso i primi passi. E’ una cricca a cui l’etichetta post rock sta stretta, perché si muove in territori di confine e ha delle specificità dichiarate: passione per la kosmische music e per le psichedelie eteree, fautrice del ritorno di un suono ambientale in ambito rock, sulla scia di quello che in America stanno facendo i Labradford e in Inghilterra i Main di Robert Hampson.

Certo i due hanno peculiarità tutte loro, che emergono subito nel debutto omonimo Flying Saucer Attack datato 1993. A differenze di Matt Elliott, ma anche di band come i Disco Inferno, David Pearce – almeno in un primo momento – non è particolarmente affascinato dalle possibilità offerte dall’elettronica. La sua è devozione per la chitarra, necessariamente distorta, grondante feedback, da vero e proprio shoegazer. E di shoegaze c’è n’è parecchio in questa prima fase e in questo primo disco. Il discorso di Pearce e della Brooke parte dall’amore per il noise, per la stratificazione del suono come la potevano intendere i My Bloody Valentine (A silent tide), unito ad un gusto space rock che chiama direttamente in causa i Popol Vuh (a loro sono intitolati due brani Popol vuh IPopol vuh II). Questi ultimi, guarda caso, i meno legati alla struttura ritmica basso/batteria del comparto kraut, e quindi i più vicini alle velleità ambientali dei FSA. E’ un lavoro già maturo a cui manca però un momento sopra le righe che lo faccia davvero notare. O meglio, un tocco di originalità nella rilettura dei generi.

Il problema viene risolto l’anno successivo. Prima esce Distance, raccolta di materiale antecedente a Flying Saucer Attack che mostra con più dovizia di particolari il vasto territorio sotto i piedi del duo Pearce/Brook. E’ forse l’ascolto più eclettico dei FSA: c’è il pop gaze di Standing Stone, continuano le bordate soniche sulla scia dei My Bloody Valentine con Crystal Shade, ma c’è anche l’ambient rock di Oceans, l’incedere industrial di Distance e la presenza di una vena folk eterea e rarefatta (November Mist) che sarà la base di partenza per il futuro Further. E’ proprio Further a segnare un giro di boa. Se l’estetica del noise e della stratificazione sonora rimane un punto fermo, cambiano decisamente i contenuti: sparisce del tutto la componente pop-gaze in favore di un suono più isolazionista che lascia ampio spazio alle chitarre acustiche e alle soffuse melodie vocali di Pearce. Soprattutto prende il sopravvento la componente ambient: l’immaginario è quello di una foresta crepuscolare, una natura pronta al risveglio dopo la tempesta. Così all’inquietudine dell’iniziale Rainstorm Blues fa da contraltare un sottobosco silenzioso che dischiude poco alla volta la propria animosità, fino al giungere dell’alba. Tra i migliori episodi vanno annoverati For Silence, il folk-noise ancestrale di Still Point, ma anche la brulicante e percussiva To the Shore, l’ultimo ricordo kraut giunto dall’esordio. Un disco capace di indicare un via onirica al folk, aprendo la strada a gente come i Six Organs Of Admittance, che non a caso riprenderanno la stessa ambientazione di Further per il loro Louminous Night.

Poi l’imprevisto. Il legame tra Dave Pearce e Rachel Brook si spezza. Finisce la collaborazione tra i due, e Pearce si prende carico della sigla FSA in solitaria. Esce un po’ di discografia di ripiego, tirata fuori dai cassetti dei primissimi ’90: un live, In Search For Spaces che vede ancora la partecipazione di Matt Elliott in qualche brano, e una raccolta di materiale sparso, Chorus, composta da qualche vecchio singolo, brani inseriti in varie compilation, più l’immancabile session con John Peel. E’ la fine della prima fase, secondo David Pearce. Gli serviranno un paio d’anni per riprendere a fare musica e per riprendersi da una forma di crisi depressiva. L’antipasto del nuovo corso viene servito con uno split EP insieme a Roy MontgomeryGoodbye, del 1996, che propone un Pearce in buona forma e soprattutto segna la direzione per il futuro. Proprio grazie alla collaborazione con il chitarrista neozelandese emerge una certa circolarità nella composizione, in definitiva la passione per il loop. The Whole Day, ultima traccia dell’EP, è già un assaggio del successivo New Lands.

E’ la fase due di Pearce, che in maniera didascalica marchia il cambiamento intitolando le prime due tracce dell’album Past e Present, come a voler sottolineare lo scarto con il passato. Past è il ricordo del post rock sonico (tre minuti giusto per ricordare da dove si è partiti), mentre Present è il nuovo che avanza, un continuo vorticare di distorsioni reiterate all’infinito. Già perché queste sono le nuove terre di Pearce: brani ripetitivi, al limite dell’ossessività, un taglio quasi industrial (The Sea), reso con pochi spigoli e molta gentilezza (Up in Her Eyes e Night Falls). Un totale di otto pezzi e un’unica lunga suite finale (i dodici minuti di Forever) che lanciano un ideale ponte tra l’ambient dei Main, la psichedelia drogata degli Spacemen 3 e le distorsioni di un Metal Machine Music certo in versione più logica e aggraziata. Insomma, al pari di Furhter, New Lands è un’altra piccola gemma, un altro seme che non farà guadagnare la grande ribalta a Pearce ma continuerà a fermentare al fuori della luce dei riflettori.

Arriviamo così all’ultimo capitolo. Dopo tre anni di assenza dalle scene Pearce rimonta in sella nel 2000 con Mirror, un disco il cui limite è insito nella poca coesione delle parti. Se prima tutto era splendidamente aggrovigliato (lo abbiamo visto: ambient, folk, shoegaze, post rock), ora tutto viene scomposto. Tolti un paio di episodi classici per i FSA (Islands e Starcity), da una parte si sviluppano fascinazioni psichedeliche che sfociano in brani completamente acustici (SuncatcherTides), dall’altra vengono introdotti pattern elettronici non sempre convincenti, sia quando si parla di drum’n’bass (Winter song), sia nel trip-rock di brani come Rivers e Dust. E’ un lavoro che tutto sommato mostra una vena compositiva ancora viva, sempre alla ricerca di nuove direzioni, ma con poca messa a fuoco.

Questa è l’ultima tappa prima del ritorno, a quindici anni di distanza, con Instrumentals 2015, album totalmente strumentale che riparte dalle prime produzioni targate FSA, con derive shoegaze, psichedelia e folk, interamente incentrate sulla chitarra e sui feedback a cura di Pearce. E’ un disco che riesce a superare il mero effetto nostalgia grazie a un tratteggio sempre più insicuro e indefinito dei paesaggi, con bozzetti di durata varia (dagli intermezzi di un minuto ai quasi 10 della conclusiva 15) in cui prevalgono atmosfere dilatate e feedback dal retrogusto ambient.

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