Labradford (US)

Biografia

Ambientale e cosmica, abbandonata e trasognata, filmica e impressionista: questi i contorni principali della musica dei Labradford. Un approccio prevalentemente strumentale fatto di sintetica e strumentazione, tecnologia synth anni ’70 e rock (basso, chitarra e batteria), arrivando alla chamber music (piano, archi). Tra la cosmic weltanschauung dei Tangerine Dream, la psichedelia inglese (Spacemen 3 e in particolare Flying Saucer Attack), alcune suggestioni folk apocalittiche targate World Serpent (Current 93, Death in June) e naturalmente la scena post-industrial a cavallo tra 80s e 90s, l’isolazionismo di Lull di Dreamt About Dreaming, o dei Main di Hz, il percorso labradfordiano è un viaggio intertemporale a ritroso. Un trip nel quale la psichedelia si stempera nell’esplorazione delle sub-frequenze (rombi, droni, sfrigolii radiofonici), quindi nell’asciutta meditazione, dove trame chitarristiche minime e voci sussurranti (che denoteranno successivamente il post-rock) si muovono come fuochi fatui tra gli Ottanta più crepuscolari di Death In June fino al dark-punk e dream-pop. L’approccio è tutt’altro che complesso, freddo o cervellotico: non segue algidi algoritmi e neanche fa della casualità “generativa” un’impostazione di partenza (Brian Eno): la sua forma è come un’istantanea a forte velocità di un paesaggio lunare.

Mark Nelson e Carter Brown iniziano a suonare assieme a Richmond, in Virginia quasi per caso, e altrettanto casualmente scelgono un nome con il quale farsi riconoscere. Un amico comune li convince a suonare come supporto al suo gruppo, i Breadwinner, e i due, dovendo comunicare una ragione sociale per la locandina dell’evento, comunicano il cognome di un giocatore di basket, Labradford (da LaBradford Corvey Smith). Se Brown conta su una piccola esperienza come organista di chiesa e la militanza in una altrettanto improbabile dark/wave cover band chiamata Psycho Lava Hitchcock, Nelson, più creativo e affermato, era membro dei misconosciuti Scaley Andrew, autori di un singolo per TeenBeat. Non trovando un batterista stabile, la coppia inizia a sperimentare con la strumentazione che meglio conosce: Carter suona le tastiere e il basso, mentre Mark nastri e chitarra.

Le session durano alcuni mesi, dopodiché le prime prove vengono pubblicate su un paio di cassette per Kiwi Project. Nel 1992, arriva il primo 7″, Everlast/Preserve The Sound Outside, edito da Retro 8. Le sonorità contenute nel singolo sono decisamente inedite per la scena americana che non conosce quasi per nulla il giro degli isolazionisti UK, per non parlare delle sonorità analogiche legate al dimenticato (ma ancora per poco) krautrock. Il momento tuttavia è propizio: nasce una realtà destinata a lasciare un’impronta forte nell’indie internazionale e, sempre a Chicago, oscuri figuri attrezzano il laboratorio che sarà noto come la fucina di Louisville. Prazision LP, debutto sulla lunga distanza del duo, ottiene ampi riscontri presso la critica specializzata e, di fatto, darà anche un bello slancio alla neonata etichetta Kranky che, l’anno seguente, sfornerà altri interessanti progetti (Dadamah e Jessamine, rispettivamente 002 e 003 del catalogo), per poi affermarsi definitivamente con personaggi di culto quali Roy Montgomery, Windy And Carl e Jessica Bailiff.

L’epicentro della nuova scena cosmica e post-isolazionista americana trova quindi a Chicago una sede ideale, mentre in diverse province americane l’underground musicale sperimenta con la lentezza a diversi livelli. I Codeine tolgono parecchi giri ai canonici 33 del rock, Will Oldham e il chitarrista Dave Pajo operano lo stesso nei confronti del folk, Brian McMahon con i Tortoise e poi con i For Carnation fa lo stesso col dub, e poco più tardi neanche nonni grunge come i Melvins sapranno resistere al fascino rallentato del suono blacksabbattiano. Prazision LP (Kranky, 1993) è un po’ il grande fratello dell’intera scena: droni chitarristici tra ambient, raga e metiazione zen, scienza dell’inerzia (Soft return), filosofia del soffuso (Disremembering). Il manto sonoro acquisisce spesso una bruma cupa e incombente: ora crescendo dinamico, ora fluidificazione, ora ispessimento. Il tratto più caratteristico della band è lo svuotamento silenzioso – ma inesorabile – delle situazioni, dei luoghi e dei pensieri. Ne è testimonianza il brano più incisivo del disco, quella Skyward With Notion in cui una pulsazione di (non)vita (il contorno imprecisato) s’immerge in rumori di nastri, tastiere e feedback, una magnificazione di luoghi onirici. (7.5/10)

Preceduto dal seminale singolo Everlast, Prazision, prodotto da Rob Christiansen (allora Eggs e Grenadine, successivamente nel progetto The Sisters Of Convoluted Thinkers), inaugura una affascinante epopea musicale patrocinata da Kranky (e dalla sua gemella neozelandese Flying Nun) e l’eco di tali movimenti giunge sino in Gran Bretagna, dove i Labradford sono invitati a registrare una Peel Session e a partecipare a una manciata di concerti accanto a Stereolab, Main e agli Spectrum di Sonic Boom. Istantanea delle nuove sonorità è dunque Ambient 4: Isolationism, una compilaiton pubblicata dalla Virgin di lì appresso con, tra gli altri, Seefeel, Lull, David Toop, Aphex Twin ecc), un ideale apripista per la seconda prova A Stable Reference (Kranky, 1995), che vede l’ingresso in formazione di Bobby Donne, ex bassista dei Breadwinner.

L’album, preceduto dal 7 pollici su Merge Julius / Columna De La Independencia (due tracce funeree tra organetto e pennate riverberate di chitarra), si mantiene sulle traiettorie dell’esordio: brani composti interamente da droni ambientali si alternano a tracce costruite da refrain chitarristici e la voce sempre più esile di Nelson (caratteristiche che ritroveremo nei Jessamine con un piglio più rock). I riscontri presso la critica (specie briannica), sono decisamente più lusinghieri: A Stable Reference entra in alcune classifiche di fine anno, siglando le inevitabili aspettative legate al suo seguito. (7.0/10)

Sarà per non correre rischi di stagnazione, per il vento di Chicago che spira anche dalle parti dei ragazzi di Richmond, ma sta di fatto che, d’ora in poi, il sound del gruppo si inserirà nell’alveo del post-rock di matrice chitarristica, preferendo concentrarsi sul detonare le sonorità isolazioniste nel cadavere rock, piuttosto che esplorare l’inevitabile altra sponda costituita dalla psichedelia nera di Jessamine, Bardo Pond e Hash Jar Tempo.

A partire dal 10 pollici Scenic Recovery / Underwood 5ive (parte di una serie super 45 su Duophonic), che vede l’ingresso di appena accennate partiture per batteria (uno scatto dello strumento è anche protagonista della copertina del singolo), i Labradford sembrano voler ripartire daccapo già dal titolo, omonimo, scelto per il terzo lavoro (Kranky, 1996). Il disco vira su sonorità maggiormente luminose e cariche di pathos: battiti a scandire il ritmo cardiaco, voci sinuose dall’appeal marittimo, eleganza austera agli archi e maestranza delle partiture di chitarra (il cui timbro è ora vero e proprio marchio della band). Sembra quasi che i Labradford vogliano superare e dare senso alle visioni oscure ed enigmatiche di Prazision EP.

Nel frattempo uno split con i compagni d’etichetta Stars Of The Lid (la serie è The Kahanek Incident su Trance Syndacate) dà l’occasione al trio per approfondire amicizie e perlustrare nuovi sentieri. I Labradford rivisitano Central Texas (da The Ballasted Orchestra), spogliandola nei rumori e dilatandola all’infinito. Il quarto album arriva pochi mesi dopo e possiede, ancora una volta, un titolo in spagnolo, Mi Media Naranja (Kranky, 1997). La film music dei Labradford si sposta da Badalamenti verso omaggi e suggestioni morriconiane. Il maestro, legato specie a Nelson sin dai tempi del primo brano in spagnolo Columna De La Independencia, è anch’esso simbolo di un altrove latino da sempre meta della visione in note e delle modulazioni di frequenze del musicista. Ma è una mediterraneità vicina agli americani, quella di Mi Media Naranja, un album western per un ensemble abbandonato nel deserto dell’entroterra spagnolo, una colonna sonora per saloon senza cowboy, l’istantanea di un’insegna arrugginita sotto una coltre di sabbia trasportata dal vento, field recording immaginaria di radiazioni su set abbandonati dell’Arizona.

S, la traccia d’apertura, che staglia una sezione d’archi su un cristallino tema morriconiano in slow motion, rappresenta il segno più tangibile della cifra stilistica dei Nostri: vasodilatazione delle arterie armoniche nella psichedelia di Tim Buckley, reminiscenze cinematografiche, cadenze docili su una manciata di accordi elettrici. Gli altri sei brani in scaletta ribadiscono il concetto, tra temi spaghetti western e dirottamenti chitarristici ambient à la Lycia. Il gruppo porta l’album in tour e, alla fine del 1997, mentre voci di corridoio riportano tensioni all’interno della band, Nelson, sempre su Kranky, pubblica un album omonimo sotto la sigla Pan American (Pan American, Kranky, 1998).

Nel frattempo, la formazione non è mai stato così attiva. Durante il 1998, Nelson, Carter e Donne realizzano due tracce per la compilation After The Flood 2 assieme a Dale Lloyd, Jeffrey Taylor e Robert Horton e organizzano il Labradford First Annual Festival Of Drifting, un evento che si tiene a Londra e vede la partecipazione di ospiti illustri come Pan Sonic, Bruce Gilbert, Vini Reilly, Tony Conrad e Cecilia Chailly. L’anno successivo esce E Luxo So (Kranky, maggio 1999), un altro lavoro stabile, luminoso, ricercato, rallentato, caratterizzato dal sound epico-malinconico di Nelson arricchito dall’uso di campionatori e loop.

L’evidente voglia di inserire nel corpo del sound dei Labradford le esperienze acquisite in proprio, portano quindi il chitarrista a riprendere in mano l’etichetta Pan American, al fine di testare in completa autonomia ciò che non era stato possibile nelle session in trio. Grazie a Casey Rice (The Bad Examples, Calliope) in cabina di regia, ricorrendo ancora al dub, ma anche alla techno dei To Rococo Rot, al sax messicaneggiante di Rob Mazurek e alla partecipazione al canto di Mimi Sparhawk e Al Sparhawk dei Low (in Code), Nelson confeziona 360/Business/260 Bypass (Kranky, 2000), ideale seguito dell’esordio nonché album discreto, marittimo e suggestivo.

I paragoni d’obbligo vanno agli specialisti dub minimalisti quali Pole, Senking e Basic Channel, anche se la peculiarità di Nelson rimane quella di lasciare un’impronta di sé in ogni sua canzone, una danza improntata su passi profondi e riverberati, segno di una mente creativa pienamente a suo agio con i mezzi a disposizione. Da una nuova collaborazione tra Labradford e Stars of the Lid nascono gli Aix Em Klemm (Kranky, 2000). Stavolta ad incontrarsi (o meglio, a scambiarsi lettere) sono Bobby Donne e Adam Wiltzie: il primo si occupa di canto e chitarre, il secondo di basso, tastiere e campionamenti; ne esce un disco omonimo le cui sonorità non si discostano molto da quelle degli Stars of The Lid.

L’anno seguente i Labradford tornano con Fixed::content (Kranky, 2001), un lavoro essenziale fin dall’iniziale e incantevole Twenty. Ben 18 minuti di chitarre post-rock in stile David Pajo e qualche pennellata dreamy di piano elettrico riverberato sullo sfondo. Pare di sentire il pathos dei Papa M di Live From a Shark’s Cage, ma siamo al capolinea. Pur se egregiamente suonato e aggiornato, il metodo compositivo risente di quella che è una certa assuefazione del pubblico e fors’anche dei musicisti stessi.

The River Made No Sound (Kranky, 2002), terzo album targato Pan American, arriva l’anno seguente. E’ lavoro più affascinante del Nelson solista finora. L’album si compone per lo più di paesaggi ambientali scolpiti tenendo ben a mente la lezione di Brian Eno (tutto da Music For Airports ad Apollo).

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