Glass Animals (UK)

Biografia

La delicatezza del vetro contrapposta alla forza dirompente di un animale selvaggio, l’elettronica vellutata di stampo hip-hop che lavora da dentro le fondamenta indie-rock: l’ascesa dei Glass Animals muove da questi elementi grazie alla visione d’insieme del cantante e produttore Dave Bayle e, soprattutto, all’apporto del produttore Paul Epworth. La sfera sonora entro la quale i quattro ragazzi di Oxford si fanno le ossa è resa fertile dall’humus di stampo indie-folk dei Fleet Foxes arricchito di tribalismi new-wave in stile Local Natives, questi ultimi rivisti però sotto un’ottica più oscura e barocca, più accattivante e meno celebrale rispetto ai conterranei Alt-J e, allo stesso tempo, più pulita e meno liquida dell’esordio dei Django Django. Lo smalto di un art-pop ricercato nel sound e ricco di influenze letterarie caratterizza il marchio Glass Animals, che in breve tempo riescono a spostarsi dall’epicentro indie-pop grazie all’innesto di risvolti esotici e trip-hop alla Portishead.

In principio fu l’Ep Leaflings (2012), dove bassi, art-rock delicato e Bristol sound si incontrano per dar vita ad una propria visione dell’eredità lasciata dalle venature indietroniche dei concittadini Radiohead: quindici minuti che sanno di club londinese sperduto nella boscaglia. La veemenza oscura di Golden Antlers che ricorda un certo vigore Wild Beasts, la delicatezza ovattata di Cocoa Hooves, l’ipnotica Dust In Your Pocket sono un’ottima esca per gli appassionati di elettronica post ’00, ancorati a radici analogiche ma orientati verso germogli digitali. Un inizio acerbo ma che conserva in nuce una personalità che la figura paterna di Epworth riesce a far emergere e contornare di bellezza nell’esordio su LP. Zaba (2014) è una sorta di concept-album incentrato sulle avventure raccontate da William Steig in The Zabajaba Jungle: un resoconto dell’esperienza che Leonard, primo essere umano ad entrare nella giungla, vive con la meraviglia insita nello scoprire un modo nuovo. Questa dimensione aliena fatta di suoni fluidi che si inerpica su direttive tribal-world music contaminate dall’hip-pop rende l’album di debutto un’opera maestosa e compatta, a tal punto da sminuire le trasposizioni live di alcuni brani, difficilmente replicabili nella loro sontuosità. Tutto questo, però, non intacca minimamente l’ascesa dei Glass Animals: Zaba vende mezzo milione di copie in tutto il mondo, sbanca le piattaforme di streaming, conquista pubblicità ed esibizioni in TV.

L’estenuante tour di supporto dura ben due anni, periodo di tempo in cui i quattro di Oxford girano il mondo entrando in contatto con tantissime persone e, soprattutto, con le loro storie. Il catalizzatore Bayle non perde occasione: scrive e registra qualsiasi cosa, tenendo fede ad una impulsività in netto contrasto con l’approccio controllato degli esordi. Quello che si sviluppa, in realtà, non è altro che un resoconto: il ritorno dalla giungla. How To Be A Human Being è un album metropolitano pieno di rumori esterni: urla, respiri meccanici della città, videogame a 8-bit. Questa dimensione caotica viene ancora una volta tradotta alla perfezione da Paul Epworth, che consegna ai ragazzi un disco dalla vesta sporca, pullulante di saturazioni, elettronica acida, un album per molti versi punk. Siamo lontani dalla maestosità di Zaba, dai suoi lunghi tempi di lavorazione (How To Be A Human Being viene scritto e registrato in appena sei settimane), dalla sua perfezione conturbante. Lo si diceva all’inizio: i Glass Animals hanno nel loro DNA la capacità di trarre ispirazione dai contrasti; la stessa natura della band nasce dalla contrapposizione tra la delicatezza del vetro e il lato selvaggio della natura animale. Sogno e realtà, natura e metropoli, coscienza di sé e volontà di superare questa convinzione.

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