Jam City (UK)

Biografia

All’interno dello scacchiere delle prime produzioni Night Slugs, ovvero dell’etichetta londinese fondata da Bok Bok e L-Vis 1990, lato britannico della gemellata americana Fade To Mind, Jack Latham ovvero Jam City è stata la pedina più importante e strategica. Classical Curves, pubblicato nel 1992, «l’album che ha succhiato la carne dall’house» per dirla con The Fader, ha rappresentato non solo l’album più emblematico della label ma anche una pietra angolare per molta elettronica britannica a venire (non ultima la nuova ondata di grime astratto capitanata da Mumdance e Logos).

All’interno di una label che incoraggia il ritorno a idee semplici e produzione back to basics, attraverso un’estetica ibrida e mutante, ancorata al club (leggi Uk Funky, continuum Uk Garage) ma in totale controtendenza con esso, Latham si è fatto portavoce fin dai primi EP Magic Drops e Waterworx EP di un lungimirante ibrido tra hip hop e tagli synth 70s (vedi anche un altro label mate come Egyptrixx), basamenti di house, grime e funk post-Jam & Lewis, il tutto con un taglio via via più asciutto e basico, strategia che ha fatto il paio con lo sdoganamento dei ghetto sound del footwork sul suolo britannico per mano di Mike Paradinas a partire dal 2010 (le compilation Bang & Works).

Rispetto alla (ri) scopeta del suono underground di Chicago, quella di Jam City, Night Slugs e i loro Club Custructions manifesto (un catalogo formato da pubblicazioni composte seguendo un elenco di rigide regole basate sulla semplicità) è però un’estetica bianca e laboratoriale, figlia della bedroom music e dei laptop e non dell’asfalto di gente come Dj Rashad e co. Classical Curves, infatti, diventa un instant cult sia per gli innovativi incastri hardware, le gelide staffilate di synth e i tocchi grime ma anche per i suoi legami con immaginario “americano” che va da James Ferraro alla coeva Fatima Al Qadiri di Genre-Specific Xperience, ovvero colei che stava coltivando tra il 2011 e il 2012 un ibrido tra grime strumentale londinese di dieci anni prima e l’intellettuale scena vaporwave newyorchese.

Non per ultima va evidenziata l’ampia forbice di riferimenti nella musica di Latham: se la cura del sesto volume Club Constructions rappresenta un picco sul lato experimental dancefloor, la passione per gli 80s e il pop da sempre caratterizza la sua produzione. A partire dall’EP Glide, passando per le pieghe del sound di Classical Curves, al secondo lavoro Dream A Garden, pubblicato nel 2015, certe cadenze dell’r’n’b – di cui Kelela si è fatta nel frattempo portavoce – si fondono dunque ad un immaginario da estate infinita legato a doppia mandata con la chillwave e il glo-fi del 2009.

Nel 2015, ribadiamo in sede di recensione, Jam City si fà dunque portavoce di una decisa virata basata sul formato canzone tra arpeggi di chitarra à la Cocteau Twins e Real Estate e inevitabilmente un suono nostalgico che unisce dolcezza e malinconia. E’ una breve tracklist quella della seconda prova discografica in formato album ma un significativo segnale da parte di un produttore che non propone mode né fa trendsetting ma segue un personale percorso artistico.

A suo modo, Dream A Garden è un disco politico che parla, con un linguaggio DIY, di «amore e resistenza» in un mondo dominato da neo(neo)liberismi e individualismo («They want us to be sad, They want us to be selfish, They want us to be unhappy, So we dream a garden, its weeds quietly gatecrash this world»).

Ad aprile il producer è in Italia per due date: una al Fabrique di Milano all’interno di una delle preview night del Club To Club, l’altra al Vicious Club di Roma.

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