Metrist

Il percorso di Metrist, classe ‘95 da Cambridge, inizia verso la fine degli anni Zero. La spinta decisiva, la scintilla che accende l’idea techno nella testa del giovane britannico, viene dal mondo drum ‘n bass. “Ho cominciato a fare musica nel 2009”, ci racconta, contattato per una breve intervista (maggio 2014). “Ascoltavo molta drum ‘n bass. Ho giocato con vari moniker, sondavo generi e stili diversi, fino a quando sono arrivato a Metrist, che sembrava funzionare. In quel periodo divoravo tutte le uscite della Osiris Music, e soprattutto ascoltavo ogni produzione dei Kryptic Minds. Eravamo io ed un amico, rimanevamo sorpresi di come riuscissero ogni volta a creare qualcosa di nuovo, non sembravano mai fermi sulla stessa idea, guardavano sempre avanti, verso i pezzi successivi”.

I primi numeri di Metrist, nonostante l’humus di ritmiche spezzate dei suoi ascolti, sono classica materia da club in cassa dritta. Rimandi ideali a Detroit, sponda Derrick May e compagnia old-school (Argent/Vibe Apparatus, Nineteen89, 2012), oppure prove di rave abrasivi, accenni referenziali alle ruvidità di marca Jeff Mills (il remix di Blue Madams per Myler, Fatland EP, 2013). Poi, nel 2014, rientrano in gioco le fascinazioni di qualche anno prima, la volontà di lasciare da parte i 130 bpm di kickdrum regolari, e a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro escono Doorman In Formant (Fifth Wall) e The People Without (Resin). Si delinea così un nuovo corso, di tagli metallici, cicatrici sintetiche, polverose parabole elettroniche che descrivono l’utopia di un post-industrialismo liberato dalla dittatura delle macchine. “Sono la risposta techno alla recessione economica del 2008”, dice. Una dimensione autenticamente underground, sotterranea, che porta con sé i tratti somatici di chi agisce in maniera disinteressata. “Mi piace la scena underground, è una comunità interconnessa. Però è fragile, può essere spazzata via da una raffica di vento”. Quello che è oggi, quindi, potrebbe non essere più domani. Un senso frenetico d’urgenza, di inquietudine quasi disperata, che trova perfetto sfogo in Stanza For The Weak, degna chiusura dei due extended-play, fulmine in corsa ai mille all’ora sotto una tempesta sonora di schegge acide in overdrive.

In equilibrio tra solidi quattro quarti e sensazioni meno rivolte alla pista (“Oggi preferisco cose più lontane dal dancefloor, come quelle che stanno rilasciando su Downwards Records. Samuel Kerridge, Oake, musica che ascolterei volentieri in vasca da bagno”), Metrist si inserisce di slancio all’interno di una crescente ondata techno a maggioranza anglofona.

 

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